In Burkina Faso è comparso un nuovo fronte jihadista e, secondo fonti francesi di Le Monde, potrebbe essere proprio questa la fazione che ha rapito il nostro connazionale scomparso nelle scorse settime: il missionario italiano Pier Luigi Maccalli stabilitosi in Niger.

Il rapimento del missionario italiano, avvenuto nella notte tra il 17 e il 18 settembre in un villaggio 125 km a sud ovest della capitale nigeriana di Niamey – dove il contingente italiano si è appena stabilito per dare il via all’Operazione “Misin” – ha palesato alle autorità nigerine la minaccia degli “sconfinamenti” dei gruppi jihadisti che adesso operano su entrambi i confini nigerini occidentali. Non solo dal Mali, ma anche dal Burkina Faso dunque, dove negli ultimi mesi è comparso un nuovo “fronte jihadista” secondo quanto riportato dai servizi di sicurezza del Burkina Faso vicini a Parigi, che operando attivamente nel Sahel e lungo la fascia del cosiddetto “G5” in funzione anti-terrorismo (Operation Barkhane), possiede rapporti consolidati nella regione, e conserva il retaggio proveniente dell’esperienza coloniale.

Per le autorità locali, i rapitori di Pier Luigi Maccalli sono arrivati ​​su motociclette dal Burkina Faso, il cui confine è discretamente vicino al villaggio di Bamoanga, dove risiedeva il missionario. L’area orientale del Burkina sembra essere sfuggita di mano al controllo del governo centrale di Ouagadougou, e questo potrebbe aver permesso la proliferazione di gruppi estremisti di matrice jihadista che intendono prendere ostaggi per finanziare le propria “guerra”. Appena due giorni prima dal rapimento di Macalli, nove persone sono rimaste uccise in un doppio attacco considerato sempre di matrice jihadista. Lo scorso mese sette militari della Forces de défense et de sécurité (FDS) burkinabé avevano perso la vita in seguito all’esplosione di uno Ied – improvised explosive device – sistemato sulla strada che venne innescato dal passaggio dei veicoli che li trasportavano. Altri cinque soldati erano morti in circostanze simili durante un altro attentato teso alla fine del mese luglio.

Gli attacchi e il recente rapimento non sono stati rivendicati, a differenza di quello lanciato lo scorso marzo ai datti dell’ambasciata francese di Ouagadougou; attentato che era stato rivendicato dal Groupe de soutien à l’islam et aux musulmans (Gisim): un gruppo locale affiliato ad Al Qaeda.  “L’identità dei gruppi che operano nel Burkina Faso orientale rimane misteriosa”,  ha affermato una fonte diplomatica francese.

“Il processo di identificazione è in corso”, secondo quanto riportato da Le Monde, ma l’ipotesi della presenza di una nuova cellula terroristica autonoma sorta in Burkina Faso sembra farsi concreta. Secondo il ricercatore presso l’International Development Research Center ed ex membro delle forze di sicurezza, Mahamoudou Savadogo, “alcuni militanti dello Stato islamico nel Grande Sahara (operante in Mali, ndr) si sarebbero ritirati nell’est del Burkina”; così la cellula si è organizzata “con il supporto di influenti leader delle comunità locali. I suoi capi sarebbero figli di dignitari della regione, radicalizzati dopo un soggiorno in Mali “.

Secondo le autorità locali e quelle francesi – probabilmente dopo una consultazione con il Dgse – questi gruppi prosperano in una regione boscosa e scarsamente popolata, completamente abbandonata dal controllo dello Stato e priva di ogni criterio di “sicurezza”. Quest’area, zona di confine tra Togo, Niger e Benin si trova per altro in punto cieco per la sopracitata operazione “Barkhane” – missione che sorveglia con gli occhi elettronici dei droni a lungo raggio Mq-9 dell’Armée de L’Air la fascia del “G5” che interessa anche Mali, Niger e Burkina Faso, ma che concentra la sua attenzione nelle zone desertiche più a nord.

Nonostante i contingenti militari presenti in loco, francesi americani e oggi anche italiani, stiano lanciando l’allarme dalle loro basi dove addestrano le forze di sicurezza locali, la situazione sembra essere peggiorata gradualmente, in Niger e in Burkina.

“Ci sono nuovi allarmi terroristici nell’est e siamo preoccupati per la debolezza della risposta delle autorità”, ha riportato una fonte diplomatica francese. Attualmente l’esercito burkiné i servizi di sicurezza sono allo sbando: conseguenza della caduta del presidente Compaoré. Il reggimento di sicurezza presidenziale è stato smantellato, e questa élite delle forze speciali del Burkina Faso non è mai stata sostituita. Questo ha prodotto una lacuna nella sicurezza che ha visto la libera proliferazione di bande armate nelle zone più remote dello stato.

L’Operazione francese Barkhane

Attualmente il contingente francese noto come G5 Sahel Joint Force, il più attivo nell’area in prossimità del Burkina Faso, è composto da una forza di 4.500 uomini e donne delle forze armate francesi che sotto il comando del generale Bruno operano in oltre 4 stati africani che compongono la fascia del G5. Dislocati su 8 basi stabili e temporanee “avanzate” tra Ciad, Mali, e Niger, in supporto all’operazione ci sono oltre 500 mezzi terrestri, 19 elicotteri Puma, 4 droni di sorveglianza Mq-9 e 14 da velivoli da trasporto, rifornimento e da caccia.

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