But if you return, we will return 3 è l’ennesimo video diffuso dal sedicente Stato islamico. La trama ormai è arcinota: i caccia della coalizione che bombardano i civili, i corpicini dei bambini sottratti dalle macerie e i loro volti insanguinati sbattuti in primo piano. Poi c’è l’altra faccia della medaglia: la vendetta dei jihadisti sui prigionieri. Indossano la solita tuta arancione che ricalca quella dei detenuti di Guantanamo. Si trovano nell’ombra e hanno le facce solcate dalla stanchezza e dal sonno, che sembra ormai soltanto un ricordo. Alcuni prigionieri indossano delle mascherine nere che gli coprono gli occhi. Hanno le manette ai piedi: non possono scappare. La telecamera dei terroristi si avvicina a loro per “zoommare” le facce sfatte.Per approfondire: Come funziono i video dell’IsisAll’improvviso si abbandonano i colori bui delle celle per quelli molto più luminosi del deserto. Una gabbia in primo piano, che ricorda quella usata per bruciare il pilota giordano Muad Kasasbeah. Un bambino biondo, che tiene in mano una pistola, guarda i prigionieri. Cambio di scena. Il bimbo ora indossa la mimetica. Accanto a lui c’è un miliziano vestito di nero che impugna una scimitarra. Il terrorista appoggia la mano destra sul capo del piccolo. Un altro cambio di scena. Si ritorna ai detenuti, future vittime sacrificali, alle quali verrà mozzato il capo.Ed è qui, con queste scene, che si possono osservare le capacità tecniche dei jihadisti. Le scene inchiodano lo spettatore allo schermo. Sono allo stesso tempo pulite e macabre. Le telecamere indugiano sui colli mozzati e sui rivoli e gli schizzi di sangue che escono dal tronco.È la volta di un altro cambio di scena. I prigionieri parlano davanti a un proiettore che trasmette le immagini dell’orrore. Esecuzioni sommarie e schizzi di sangue si riflettono sulle future vittime. Tutto è studiato nei minimi particolari per incutere timore. Un timore morboso che ti costringe a guardare. Anche se non vuoi. È lo stesso principio degli splatter made in Hollywood. Vorresti non guardare, ma una vocina dentro di te ti dice: “Continua a farlo”. È la lezione che i videomaker dell’Isis hanno imparato nei nostri cinema: gli spettatori hanno gusti morbosi. Sono attratti dal male e dagli spargimenti di sangue. Per non perderli, però, è necessaria una capacità tecnica perfetta. Ed è per questo che esistono “cellule” che si dedicano solamente alla produzione di filmati, come spiega Bruno Ballardini in Isis il marketing dell’Apocalisse: “Ciascuna cellula è composta in genere da due operatori per la produzione e post produzione. Ad essi si aggiungono due ‘manager’ grazie ai quali la cellula viene a dotarsi di una parziale autonomia, attenendosi pur sempre alle linee guida interne stabilite dalla sigla di appartenenza”.Il finale è in crescendo: ai bambini vengono piazzate in mano le pistole. Davanti a loro le future vittime. È il loro battesimo del fuoco. La loro iniziazione. Le mani dei terroristi si appoggiano a quelle dei bambini per premere il grilletto. Il colpo mortale parte. È la fine per i prigionieri.