Bandiere nere sull’obelisco di piazza San Pietro, carri armati che puntano sul Colosseo e miliziani jihadisti che minacciano i simboli della cristianità. Per l’Isis Roma è una vera e propria ossessione. A metterlo nero su bianco è uno studio dell’Ispi, che ha analizzato la propaganda ufficiale dello Stato Islamico in lingua inglese e araba, nel periodo compreso fra il 29 giugno 2014, giorno della proclamazione del Califfato, e il 31 ottobre 2017.

Dalla ricerca, che verrà presentata martedì nella sede dell’istituto a Milano, è emerso che i riferimenti a Roma, all’Italia e al Vaticano nei documenti pubblicati sui canali ufficiali jihadisti, sono 432. Un numero sproporzionato che, a parere degli analisti, rappresenta un segnale “allarmante” per il nostro Paese. Se, infatti, l’Italia è stata finora risparmiata da attacchi terroristici di matrice islamista e il numero dei soggetti radicalizzati nel nostro Paese è inferiore rispetto ad altri Paesi europei, questa attenzione morbosa per la Capitale preoccupa gli esperti, che la considerano come “un’esortazione a compiere attacchi nella Città Eterna”.

Del resto, nonostante l’Isis sia stato pressoché sconfitto sul terreno in Siria e in Iraq, gli 007 italiani continuano a considerare “concreta e attuale” la minaccia jihadista verso il nostro Paese. L’Italia, hanno sottolineato i servizi di intelligence nella Relazione annuale presentata in Parlamento la settimana scorsa, resta “oggetto dell’attività propagandistica ostile” dell’Isis che potrebbe far presa sui “soggetti radicalizzati” presenti sul territorio italiano, “estremisti homegrown, mossi da motivazioni e spinte autonome o pilotati da registi del terrore”.

Stando ai dati elencati nell’analisi di Francesco Marone e Marco Olimpio, è in particolare la città di Roma ad essere menzionata per ben 299 volte. Si tratta di riferimenti storici ed escatologici, ma anche di esortazioni a compiere attentati nella città simbolo dell’Occidente cristiano. La “conquista di Roma” è evocata soprattutto in chiave storico-religiosa. Secondo l’ideologia jihadista, infatti, la Capitale sarà invasa dai mujahidin nel Giorno del Giudizio. Nel 25% dei casi, invece, quelle contro la culla della cristianità sono vere e proprie minacce, che vengono veicolate soprattutto attraverso messaggi video. Tra i più noti c’è quello dell’esecuzione dei 21 cristiani copti, sgozzati su una spiaggia nei pressi di Sirte, in Libia, in cui i jihadisti promettono di invadere la Capitale. La presa di Roma viene spesso annunciata anche nei discorsi dei leader dell’organizzazione terroristica, che alla Città Eterna hanno dedicato una delle riviste del Califfato, “Rumiyah”.

Nonostante non compaiano ancora video o pubblicazioni con miliziani di lingua italiana, esistono opuscoli, come Black Flags of Rome (Bandiere nere da Roma), pubblicato nel 2015, dedicati interamente alla nostra nazione, che teorizzano diverse strategie per invadere la penisola. Secondo gli analisti dell’Ispi, i jihadisti dell’Isis mostrano una discreta conoscenza della società italiana. Nei piani elaborati nel volume si passa, infatti, da un ipotetico attacco alla “stazione ferroviaria di Bologna”, all’idea di una possibile alleanza tra il Califfato e gli “anarchici” o “gruppi di estrema sinistra” per sconfiggere la mafia, considerata un ostacolo alla conquista del Paese.

Nelle pubblicazioni che contengono istruzioni operative per portare a termine attentati terroristici i riferimenti all’Italia e al Vaticano sono il 7% del totale. Il Papa e la Santa Sede sono citati per 36 volte, mentre in 6 occasioni vengono chiamate in causa diverse personalità politiche italiane: da Paolo Gentiloni a Matteo Renzi, fino a Benito Mussolini e al generale Rodolfo Graziani, additati come nemici del popolo libico, con riferimento al passato coloniale italiano.

La minaccia jihadista nel nostro Paese, sottolineano gli 007 resta “diffusa e puntiforme”, e quindi “imprevedibile”. L’attività propagandistica dello Stato Islamico continua a correre sulla rete, dove non si ferma l’attività di proselitismo e la diffusione di messaggi tradotti o sottotitolati in italiano. Ma la radicalizzazione, secondo l’intelligence nostrana, si annida anche “in circuiti parentali di difficile penetrazione”, nelle carceri e nei centri islamici gestiti da imam estremisti.