Dopo il golpe nel Niger si è parlato della regione del Sahel sotto il profilo strategico. In particolare, la comunità internazionale è rimasta concentrata nell’analizzare il possibile passaggio dell’area in un orbita opposta a quella occidentale. Mali e Burkina Faso prima e lo stesso Niger poi, hanno avviato negli anni intense collaborazioni con la Russia e in particolar modo con l’ex compagnia privata di Prigozhin, la Wagner.

I problemi attuali del Sahel però sono altri. Come rilevato in un recente report del Washington Post, la regione sta assistendo a una decisa scalata dell’Isis. Lo Stato Islamico, un tempo confinato al medio oriente, sta facendo rinascere il califfato alle porte del Sahara. E, di conseguenza, alle porte del Mediterraneo.

La battaglia vinta contro Al Qaeda

Il problema relativo al forte radicamento territoriale del terrorismo islamico nel Sahel è piuttosto datato. Risale almeno all’inizio dello scorso decennio, quando nel Mali le cellule locali di Al Qaeda e i vari gruppi affiliati all’organizzazione fondata da Bin Laden iniziavano a espandersi nel nord del Paese. I terroristi, in particolare, in quel periodo hanno potuto sfruttare il vuoto di potere generato dalla ribellione del tuareg dell’Azawad e dal golpe del 2012 a Bamako. L’arrivo delle forze francesi con le operazioni Serval e Barkhane non ha portato i frutti sperati: Al Qaeda ha continuato a espandersi ed ha allargato il proprio raggio d’azione oltre i confini del Mali.

Burkina Faso, Ciad e Niger sono stati quindi gli altri Paesi toccati dall’avanzata jihadista. Il “monopolio” qaedista nella galassia jihadista è stato però interrotto dall’arrivo alle porte del Sahara dell’Isis. Molti gruppi, a partire soprattutto dal 2015, hanno abbandonato Al Qaeda e hanno giurato fedeltà ad Al Baghdadi e al suo califfato. Dal canto suo, la leadership dello Stato Islamico ha subito intuito di poter trovare terreno ben fertile in Africa. L’ultimo discorso dello stesso Al Baghdadi, prima di essere ucciso in Siria nell’ottobre del 2019, è stato dedicati agli emergenti gruppi stanziati nel Sahel. Con la fine del califfato islamico tra Siria e Iraq, l’Isis ha così nettamente puntato sull’Africa.

Oggi, secondo quanto affermato da analisti del Middle East Institute sul Washington Post, la lotta interna alla galassia islamista si sta risolvendo a favore dello Stato Islamico. Sono stati infatti notati indietreggiamenti dei combattenti del Jnim (Jamaat Nusrat al-Islam wal-Muslimin), ossia il principale gruppo del Sahel legato ad Al Qaeda. Dal Mali, dal Burkina Faso e dal Niger, i rivali dell’Isis si stanno ora spostando verso altre aree dell’Africa occidentale. Ghana, Togo, Costa d’Avorio e Benin sono i Paesi dove gli affiliati al Jnim avrebbero messo gli occhi. Lasciando così spazio allo Stato Islamico.

Il vuoto di potere nel Sahel

C’è però un altro fattore che sta giocando a favore dell’Isis. Si tratta della debolezza dei governi del Sahel. I golpe di questi anni, scaturiti dall’insofferenza per la presenza francese e per gli insuccessi nella lotta al terrorismo, hanno rivelato tutta la fragilità dei Paesi coinvolti. Gli eserciti al potere non hanno la forza per contrastare lo Stato Islamico, il quale al contrario appare sempre più preparato e addestrato.

Il Mali si è rivolto alla Wagner, circostanza che ha portato al consolidamento del legame anche politico con la Russia. Nei giorni scorsi l’esercito ha festeggiato tra le strade di Bamako la conquista della città di Kidal, storica roccaforte dei ribelli tuareg. Ma si è trattato di un episodio che al momento non sembra invertire l’inerzia della situazione. Specialmente sul fronte della lotta ai jihadisti: le forze armate del Mali non riescono infatti a scalfire l’avanzata dell’Isis e, nel nord del Paese, a continuare a colpire sono anche i combattenti del Jnim, almeno nelle aree ancora non abbandonate a favore dello Stato Islamico.

Discorso analogo può essere fatto per il Burkina Faso, lì dove quasi la metà del territorio nazionale è fuori dal controllo del governo centrale, anch’esso guidato da militari. Una circostanza che sta permettendo ulteriori avanzate dell’Isis a scapito sia dell’esercito che di Al Qaeda.

La nuova strategia dell’Isis

Un altro aspetto da considerare è legato invece alla strategia dello Stato Islamico nei territori conquistati. Forse facendo tesoro delle esperienze in Siria e in Iraq degli anni passati, i leader del gruppo islamista in Africa si stanno concentrando non tanto sulla repressione quanto sulla ricostruzione delle zone occupate. Un modo, secondo gli analisti sentiti dal Washington Post, per consolidare la propria posizione. Secondo Héni Nsaibia, ricercatore senior dell’Armed Conflict Location and Event Data Project, gli episodi di violenza ad opere dell’Isis nelle aree conquistato stanno diminuendo.

“C’è più organizzazione in termini di indottrinamento e reclutamento – conferma, sempre al Wp, Guillaume Soto-Mayor del Middle East Institute – E ci sono alcuni tipi di violenza che ora sembrano riluttanti a usare. Si stanno mettendo in mostra come una forza di governo”. Una circostanza quest’ultima che potrebbe imporre una seria riflessione sia ai governi del Sahel che a quelli occidentali: se l’Isis infatti dovesse risultare una forza credibile agli occhi dei cittadini dei territori occupati, sarebbe molto più difficile scalzare i gruppi islamisti dall’area. Non solo, ma i leader islamisti potrebbero avere maggiori possibilità di indottrinamento e reclutamento.