Il sistema di attentati suicidi messo in atto in Sri Lanka che ha provocato la morte di almeno 321 persone introduce un fattore di novità in un Paese che conosce bene questo tipo di pratica terroristica. L’isola infatti è quella che ha dato i natali al “terrorista del millennio” Velupillai Prabhakaran. Negli anni Settanta fu il leader indiscusso della lotta di secessione per l’indipendenza dell’etnia tamil (insediata principalmente nel nord-est del paese) e le sue rivendicazioni confluirono nell’ambito della Guerra Civile che dilaniò lo Sri Lanka a partire dal 1983. Molto più che ispirata al tipo di lotta armata introdotto nello stesso periodo da Hezbollah, la guerriglia di Prabhakaran e delle sue tigri tamil iniziò a servirsi regolarmente di attentatori suicidi. Quanti più possibili. Fu anzi una delle prime formazioni paramilitari a reclutare anche le donne.

Il primo attacco venne compiuto il 5 luglio 1987 dal Capitano Miller, un militante da allora commemorato come un eroe, che venne impiegato alla guida di un camion bomba esattamente come nei più eclatanti attacchi di Beirut, lanciato contro una postazione dell’esercito singalese nella penisola di Jaffna, provocando quaranta morti. Dall’inizio della loro attività le tigri tamil misero in atto oltre 120 attacchi suicidi, causando oltre 1500 morti. A modo loro però, anche le Black Tigers, pur ispirandosi dalla lotta nazionale e religiosa di Hezbollah, hanno fatto giurisprudenza. A differenza di molte delle formazioni che in tutta la seconda metà del ‘900 hanno fatto ricorso agli attentati suicidi, nella lotta delle tigri tamil la componente religiosa era infatti praticamente assente. Pur rientrando nello scontro teologico tra induisti e buddhisti che separa il Paese sin dalla sua fondazione, quella dei tamil era una lotta prevalentemente indipendentista volta all’instaurazione dello Stato socialista Tamil Eelam. La loro etnia conta ad oggi quasi 80 milioni di persone (dislocati soprattutto in India, mentre sono 3 i milioni di abitanti tra i singalesi) ma non tutti professano la religione induista: sette milioni tra loro sono equamente divisi tra musulmani e cristiani.

Il fatto che l’Isis sia riuscito a fare breccia nella comunità islamica singalese (circa due milioni di persone, in maggioranza tamil, ma in generale quasi tutti sunniti) comporta un più facile e automatico ricorso alle tattiche di terrorismo suicida, connotate stavolta quasi esclusivamente dalla matrice religiosa che si serve però di una certa “tradizione” di uomini bomba. Il misticismo delle tigri tamil di Prabhakaran era così forte da far portare ognuno di loro ad indossare cinture esplosive cucite da sarti appositamente addestrati, con il modello di riferimento disegnato da Prabhakaran in persona, che selezionava personalmente ogni singolo aspirante suicida. Nella perversa logica della guerra civile le sue formazioni d’élite, le Black Tigers, erano perciò i reparti in grado di compiere le azioni più clamorose, e quindi più degne di onori e glorie comunque diverse dal paradiso delle vergini di derivazione islamica (gli induisti credono nella reincarnazione dell’anima). La guerra civile in Sri Lanka, finita esattamente 10 anni fa, non è così indietro nel tempo da far pensare che pratiche del genere possano essere completamente sepolte nella storia, men che meno nella memoria collettiva.

Del resto, dimenticare è impossibile. Gli abitanti singalesi raccontavano di fiumi con strati di cadaveri galleggianti in decomposizione, di bidoni pieni di escrementi riversati nelle case dei civili per diffondere le epidemie, di persone scomparse nel nulla, con trecento bambini rapiti nel solo 2002, per essere arruolati con la forza e spesso impiegati proprio negli attacchi suicidi. Di genitori che perdevano contatto con i loro figli vedendoseli recapitare tempo dopo con i loro resti in una scatola. Un utilizzo, quello di soldati in miniatura, ricorrente per altro anche nelle fila dell’esercito regolare singalese. Ecco, se quella fu a tutti gli effetti la guerra dei bambini, lo stesso dicasi per questo ritorno del terrorismo suicida in Sri Lanka. Non solo per quanto riguarda le piccole vittime degli attacchi (45) ma anche quelle costrette ad affrontare la morte dai genitori. La moglie di Insan Seelawan, l’attentatore che si è fatto esplodere domenica nell’hotel Shangri-La, alla vista degli agenti di polizia fuori dalla porta della sua abitazione, nella località di Dematagoda, non ha esitato ad attivare un dispositivo esplosivo con cui si è fatta saltare in aria insieme ai suoi due figli.

Se l’attentato di Pasqua è stato formalmente attribuito all’organizzazione terroristica National Thowheeth Jama’at, è tuttavia certo che una cellula di dimensioni tutto sommato modeste non possa aver messo in piedi l’attacco in forma del tutto indipendente. L’obiettivo dello Stato Islamico è allora quello di utilizzare le proprie cellule singalesi per colpire i Nasari (un termine arabo che sta ad indicare i cristiani ma più in generale la coalizione anti-Isis in Iraq e Siria) andando a pescare anche tra i tamilmusulmani o meno.  Non a caso, non solo nel video di rivendicazione si fa riferimento agli “assalitori” anziché ai “martiri” come al solito, ma durante le dichiarazioni del portavoce dell’Isis Abu Mohammed al-Adnani la scritta in sovrimpressione compare proprio in lingua tamil.  Quel che è certo, comunque, è che il filo conduttore più evidente che unisce le Black Tiger e gli adepti dello Stato Islamico in Sri Lanka è il peggiore possibile: il sacrificio dei bambini.