L’Isis ha proclamato la nascita di una nuova provincia, la “wilayah” della Turchia. In un video rilasciato qualche giorno fa dall’organizzazione, un gruppo composto da almeno sei jihadisti ha giurato fedeltà al suo leader, Abu Bakr Al-Baghdadi, dalla nuova provincia nella Penisola anatolica.

Il filmato è l’ottavo della serie “And the best outcome is for the righteous” – “L’esito finale appartiene ai timorati [di Allah]” – e il primo girato nella nuova wilayah. I video ritraggono gruppi di militanti, in varie parti del mondo, mentre rinnovano la loro alleanza con Al-Baghdadi.

Finora, i filmati hanno riguardato le province del Khorasan (Afghanistan e Pakistan), del Caucaso, dell’Asia orientale (Filippine), del Sinai (Egitto), dell’Africa occidentale (Mali e Burkina Faso) e della Libia. A questi si aggiunge un video dall’Azerbaijan, anche se questo Stato non è mai stato definito ufficialmente una “provincia” dell’Isis.

Nel video girato in Turchia, della durata di circa 5 minuti, a colpire però è un dettaglio. A differenza degli altri, in questo filmato i militanti sembrano ben armati e lasciano intravedere un fucile di precisione Dragunov, una mitragliatrice Pkm, un lanciagranate a reazione anticarro Rpg-7, due fucili d’assalto Akms, una pistola Glock e alcune granate.

Una strategia mirata, evidentemente, a sottolineare l’unità del gruppo sotto la guida di Abu Bakr Al-Baghdadi e a enfatizzare la presenza dei membri dell’organizzazione in tutto il mondo, nonostante la sconfitta del califfato in Siria e in Iraq.

Lotta all’Isis

Non è però la prima volta che l’Isis si riferisce alla Penisola anatolica come a una sua provincia. Già nell’ultima apparizione in video di Abu Bakr Al-Baghdadi, risalente allo scorso 29 aprile, il califfo ne parlava come di un distretto dell’organizzazione.

L’Isis ha una storia complessa in Turchia, che risale almeno al 2014, anno della nascita del califfato in Siria e in Iraq. Da sempre territorio chiave per le attività dello Stato islamico, oltre a territorio di passaggio per i foreign fighter diretti in Siria, il Paese è stato però anche teatro di attacchi terroristici da parte di militanti dell’organizzazione.

Se Ankara era stata accusata di mantenere una posizione morbida nei confronti dell’Isis, la politica del Paese è cambiata a partire dal marzo 2014, quando si è verificato il primo attacco terroristico attribuito all’organizzazione. Da quel momento, l’iniziale attendismo della Turchia si è trasformato in una politica di “tolleranza zero”. Ankara ha potenziato notevolmente le misure di sicurezza nel Paese e ha adottato una linea durissima nei confronti dei militanti dello Stato islamico

Nel settembre 2014, la Turchia si è unita alla coalizione internazionale, a guida Usa, per combattere contro l’organizzazione terroristica in Siria e in Iraq. Il 23 luglio 2015 il presidente turco, Recep Tayyip Edogan, ha anche consentito agli aerei americani di decollare dalle basi militari di Incirlich e Diyarbakir, nel sud del Paese, per colpire le postazioni dell’organizzazione terroristica. Poco dopo, le truppe turche sono addirittura sconfinate in Siria, allontanando i militanti dello Stato Islamico dai confini con la Turchia e spingendoli a sud, verso la roccaforte dello Stato Islamico di Al-Bab, nel governatorato di Aleppo.

L’Isis non è stato a guardare e nel settembre 2015 Dabiq, la rivista di propaganda diffusa in lingua inglese, ha iniziato ad attaccare il governo e l’esercito turchi, dichiarandoli “apostati”. Nel novembre del 2016, il leader dell’Isis ha apertamente invitato i suoi seguaci a colpire la Penisola anatolica, indicandola come “un obiettivo delle operazioni e una priorità per il jihad”.

Così, dall’inizio delle sue operazioni in Siria, la Turchia è divenuta bersaglio di numerosi attacchi terroristici, il più grave dei quali è stato l’attentato al Reina Nightclub di Istanbul, avvenuto la notte di Capodanno del 2017, che ha causato la morte di 39 persone. Un evento che ha portato a un ulteriore giro di vite contro i sospettati di terrorismo.

La Penisola anatolica è sempre stata anche un hub logistico fondamentale per lo Stato islamico, consentendo il trasferimento di combattenti e delle attrezzature necessarie in Siria e in Iraq. Secondo quanto riferito dalla United States Military Academy, la maggior parte delle decine di migliaia di foreign fighter che sono giunti nel Siraq sarebbero transitati attraverso la Turchia.

Proprio gli intrecci creati negli anni dall’organizzazione terroristica in territorio turco conferiscono alla provincia dell’Isis nella Penisola anatolica un potenziale di pericolo maggiore rispetto alle altre wilayat.