Lo Stato islamico è tornato in azione in Iraq e ha sferrato un duro colpo alle milizie sciite Hashd al-Shaabi. Teatro dell’operazione dei radicali è stata la provincia di Salahaddin, situata a nord di Baghdad: qui i terroristi hanno ucciso almeno dieci membri delle milizie nel corso di una serie di assalti coordinati. Le forze di Hashd al-Shaabi sono poi riuscite a respingere i guerriglieri islamisti dopo l’arrivo di rinforzi via aria e via terra. La decisione di colpire le milizie sciite non è casuale: sono state proprio queste forze, infatti, a svolgere un ruolo cruciale nella sconfitta degli islamisti maturata negli ultimi anni. L’assalto di Salahaddin, una delle operazioni su larga scala più imponenti degli ultimi anni, ha dimostrato che lo Stato islamico ha ancora un potenziale offensivo e costituisce una minaccia per la stabilità dell’Iraq.

Una minaccia insidiosa

Le milizie Hashd al-Shaabi sono state formate nel 2014 per fronteggiare l’avanzata dello Stato islamico e sono poi state incorporate, a partire dal 2017, nell’esercito iracheno proprio quando sembrava che le forze dei radicali islamici fossero ormai in rotta. I terroristi islamici, però, hanno mantenuto una presenza territoriale nelle aree rurali dell’Anbar, Diyala, Kirkuk, Salahaddin e Mosul. Nel mese di aprile, ad esempio, hanno ucciso quattro soldati iracheni ad un posto di blocco nei pressi della città di Rutba, nella provincia dell’Anbar mentre a febbraio hanno provocato la morte di due poliziotti e due civili nella provincia di Diyala. Il crescere delle attività dei radicali islamici ha provocato la reazione delle potenze occidentali, tra cui il Regno Unito: il ministero della Difesa inglese aveva confermato, alcuni giorni fa, di aver condotto una serie di bombardamenti aerei, per la prima volta negli ultimi sette mesi, contro membri dello Stato islamico nel sud della provincia di Kirkuk. Secondo alcuni il rinnovato vigore dell’Isis sarebbe da imputare alla riduzione delle operazioni anti-terrorismo da parte della coalizione internazionale.

Le prospettive

Lo Stato islamico ha buone possibilità di tornare ad occupare un ruolo centrale nelle dinamiche dell’Iraq ed in questo senso potrebbe essere favorito da due fattori: la pandemia di Covid-19 e la crisi politica a Baghdad. La diffusione del coronavirus porterà, di certo, ad un ulteriore alleggerimento degli impegni della Coalizione internazionale nel Paese e provocherà panico, confusione e recessione economica nella nazione mediorientale. Tutti fattori che faciliteranno la penetrazione e le attività dei radicali islamici.

Sullo sfondo ci sono gli annosi problemi politici del governo centrale: le proteste popolari hanno portato alle dimissioni, nel mese di novembre 2019, del premier Adel Abdel Mahdi ed il Paese si trova, da allora, privo di un governo effettivo. Non è detto che Adnan al-Zurfi, incaricato dal presidente Barham Salih, riesca a formare un nuovo esecutivo. Il crollo dei prezzi del petrolio sembra poi destinato a devastare il tessuto socio-economico del Paese: il 93% del budget statale dipende dalle esportazioni di greggio ed il calo del prezzo a 30 dollari al barile avrebbe provocato la scomparsa della metà delle entrate statali. Il premier Abdul Mahdi ha provato a rassicurare la popolazione affermando che la caduta dei prezzi “costituisce solamente un ostacolo e non significa che l’economia dello Stato stia collassando o che si rischi la bancarotta”. Il futuro dell’Iraq, però, appare sempre più in bilico.

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