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Abu Bakr al-Baghdadi, colui che dal 2014 guidava la lotta dell’autoproclamato Stato islamico per la costruzione di un califfato, seminando terrore in ogni continente, è morto. Si è suicidato il 27 ottobre con una cintura esplosiva nel corso di un raid delle forze speciali statunitensi, che è stato reso possibile da una soffiata partita dall’interno dell’organizzazione.

Una cosa è certa: lo Stato islamico non muore con lui

Il gruppo, che ha rivoluzionato profondamente il modo di fare e pensare il terrorismo, eredita una rete globale di finanziatori e sostenitori, dispone in numerosi Paesi – soprattutto europei e centro-asiatici, ma anche latinoamericani – di veri e propri eserciti ombra di radicalizzati, lupi solitari e cellule dormienti, pronti a compiere attentati o partire nei teatri di guerra all’ordine. Inoltre, l’organizzazione ha contribuito a ri-evidenziare l’influenza sempreverde esercitata dalle scuole di pensiero più radicali dell’islam, dal wahhabismo fino al qutbismo e al jihadismo salafita.

Alcuni eventi accaduti negli ultimi due anni sembrano indicare che l’organizzazione terroristica stia orientando nuovamente il proprio focus geostrategico da Europa occidentale e regione Medio Oriente e Nord Africa all’Asia, colpendo in particolare quei Paesi scelti dalla Cina come future rotte per la Nuova via della seta: Pakistan, Afghanistan e Sri Lanka.

Infografica di Alberto Bellotto

Seguendo questa chiave di lettura, gli attentati di Pasqua di Colombo potrebbero aver svolto un ruolo ante litteram, alla luce dei giganteschi investimenti pianificati da Pechino nel Paese, mentre la recente schermaglia lungo il confine tagiko-uzbeko sarebbe la prova: il prossimo obiettivo del terrorismo islamista internazionale sarà la nuova via della seta.

Sangue sulla Dushanbe-Islamabad

Nel 2013 Pechino e Islamabad si sono unite nel più grande progetto unico di investimenti in costruzione, espansione e modernizzazione infrastrutturale previsto dalla Belt and Road Initiative, il cosiddetto Corridoio Economico Cina-Pakistan, che vale oltre 60 miliardi di dollari e viene periodicamente aggiornato ed approfondito, come palesato dalla prossima accensione di un prestito di 9 miliardi di dollari. Inizialmente l’unione aveva avuto un effetto stabilizzante sul rivale di lunga data dell’India, ma negli anni recenti si è assistito al riemergere virulento dell’insurgenza islamista, guidata dall’Esercito di liberazione del Baluchistan (Elb). L’organizzazione terroristica si è resa protagonista di numerosi attentati, diretti in maniera particolare contro obiettivi cinesi perché mirante a cacciare Pechino dal Paese. Il 23 marzo 2017, un commando entra in uno dei tanti cantieri aperti nel porto di Gwadar e uccide dieci operai.

Il gesto è altamente simbolico: Gwadar è stato scelto da Pechino per essere uno dei punti di snodo più importanti della rotta indiana della nuova via della seta e nel suo potenziamento, fino ad oggi, sono stati investiti già dieci miliardi di dollari.

La campagna terroristica dell’Elb non ha fermato la collaborazione bilaterale ma, comunque, ha messo in luce tutte le debolezze del Pakistan, che si riconferma uno dei Paesi dell’Asia meridionale maggiormente esposti al pericolo islamista e, quindi, vulnerabile a tentativi di destabilizzazione eterodiretta dall’esterno per tramite del terrorismo.

Le conseguenze per la Cina di un Pakistan afflitto dalla violenza jihadista sono ovvie: il mancato ritorno economico degli investimenti titanici degli ultimi sei anni non solo causerebbe un buco di bilancio esiziale per la stabilità economica di Pechino, ma costringerebbe ad un ripensamento a 360 gradi del corridoio infrastrutturale trans-eurasiatico che minerebbe le fondamenta stesse del progetto.

Anche la ricaduta nell’instabilità del Tagikistan e, a latere, dell’intera Asia centrale post-sovietica, è inquadrabile nel contesto della nuova strategia geostrategica dello Stato islamico. I Paesi del Turkestan, a partire dal dopo-1989, sono lentamente entrati a far parte della sfera d’influenza cinese, sperimentando anche l’infiltrazione di Ankara attraverso il panturchismo.

Il Tagikistan è fra i più esposti all’insorgenza islamista, sia perché condivide una lunga frontiera con l’Afghanistan che per gli alti tassi di analfabetismo religioso e povertà, che ne fanno un bacino di reclutamento ideale per le organizzazioni terroristiche. I numeri confermano questa tendenza: oltre mille tagiki hanno giurato fedeltà al defunto califfo.

L’attacco alla postazione di confine giunge alla vigilia di nuovi investimenti cinesi a Dushanbe, nel settore infrastrutturale, ma anche del maggiore impegno russo a provvedere armi e assistenza militare. Per l’asse Mosca-Pechino, infatti, è estremamente importante mantenere la sicurezza nel Turkestan: nel caso russo per questioni di stabilità lungo i propri confini, nel caso cinese perché l’area sarà attraversata dalla nuova via della seta. In questo si contesto si inquadrano anche gli sforzi dei due Paesi per raggiungere la pacificazione, se non definitiva almeno di lungo termine, in Afghanistan.

I perché dell’attacco dalla Cina

Gli attacchi in Sri Lanka, Pakistan e Tagikistan hanno un filo conduttore: la Nuova via della Seta. Nei tempi recenti l’attenzione della rete jihadista internazionale nei confronti della Cina è aumentata significativamente, sia per via del protagonismo del Paese in una regione che prima degli anni 2000 era stato esposto solamente ad interferenze occidentali e sovietiche, che per la questione dello Xinjang.

Mentre i leader dei Paesi a maggioranza islamica hanno mantenuto un profilo basso sulla presunta persecuzione messa in atto dal Partito comunista cinese contro gli uiguri, un’etnia cinese-turcica di fede musulmana, per contenere il fermento secessionista che da anni dilania la regione, i maggiori gruppi terroristici islamisti hanno mostrato solidarietà e stretto rapporti con l’insurgenza uigura. Quest’ultima ha trovato nello Stato Islamico un megafono per la promozione dei propri interessi, ricambiando attraverso l’invio di un vero e proprio esercito nel Siraq composto dalle 2mila alle 5mila persone.

Terrorismo a parte, nei Paesi-chiave interessati dalla nuova via della seta si registrano anche crescenti movimenti di protesta anticinese: dallo Sri Lanka al Pakistan, passando per Kazakistan, Kirghizistan e Tagikistan. Mentre nel caso cingalese le manifestazioni avvengono per contestare l’eccessiva influenza esercitata da Pechino negli affari interni, nell’area turkestana le proteste mescolano anche ragioni religiose – il supporto ai “fratelli” uiguri – e politiche – l’impiego di cinesi nei cantieri aperti e, nel caso di posizioni aperte per autoctoni, i salari bassi.

Nel prossimo futuro è lecito aspettarsi maggiori pressioni su Pechino, provenienti sia dalla società civile dei Paesi islamici che dall’internazionale jihadista, senza trascurare il ruolo svolto dalla lotta egemonica in corso con gli Stati Uniti in tutto ciò. Il montante sentimento anticinese sarà sicuramente sfruttato da Washington per indebolire i piani espansionistici dell’avversario, ottenendo anche l’effetto di colpire simultaneamente la Russia, i cui interessi – in questo determinato periodo storico – sono pienamente coincidenti con quelli della Cina.

La nuova stagione di terrorismo islamista che si affaccia all’orizzonte sarà, quindi, anche una prova per testare la solidità e le capacità del partenariato russo-cinese, che sarà chiamato probabilmente chiamato ad affrontare un’epidemia di violenza jihadista molto simile, se non peggiore, a quella che ha caratterizzato Medio oriente, Caucaso e Asia centrale fra gli anni ’90 e i primi anni 2000.

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