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Il presidente Ashraf Ghani aveva dichiarato, circa un mese fa, che le forze di sicurezza di Kabul erano riuscite ad “obliterare” i militanti dello Stato islamico dall’Afghanistan. Circa seicento guerriglieri del gruppo e le loro famiglie, infatti, si erano arresi e consegnati nelle mani del governo  e ciò era stato visto come un’ulteriore conferma che le fortune della branca locale dello Stato Islamico fossero sulla via del tramonto. Ufficiali di Kabul avevano inoltre riferito che i bombardamenti aerei condotti anche con il supporto della coalizione internazionale, la mancanza di fondi ed il basso morale avevano contribuito al ridimensionamento del gruppo. I Talebani, però, avevano smentito quanto sostenuto dall’amministrazione centrale e Zabihullah Mujahid, il loro portavoce ufficiale, aveva affermato che Kabul non aveva avuto alcun ruolo nella sconfitta del gruppo, che aveva trovato una base logistica radicata nella remota provincia del Nangarhar, al confine con il Pakistan.

Una vittoria a metà

Le azioni coordinate di Kabul e della Coalizione Internazionale che la sostiene sembrano aver drasticamente ridimensionato il ruolo giocato dallo Stato Islamico nel teatro afghano. Il gruppo, secondo le stime di un ufficiale americano, conterebbe su appena 300 militanti attivi nella nazione dell’Asia Centrale contro i tremila presenti ad inizio anno. Il Generale Austin S. Miller, a capo di tutte le forze Nato presenti in Afghanistan, ha sottolineato come le perdite territoriali del gruppo ne limitino le capacità di reclutamento e di pianificazione di attentati od azioni ostili ma ha anche ricordato come il movimento jihadista continui a costituire una minaccia per il Paese e come sia necessario monitorare i movimenti dei militanti e le attività delle sue cellule urbane. La branca afghana dello Stato Islamico ha iniziato a radicarsi a partire dal 2015, quando un certo numero di Talebani pakistani giurarono fedeltà all’autodichiarato Califfo Abu Bakr al-Baghdadi ed estesero il proprio controllo alle regioni montagnose dell’est dell’Afghanistan, da dove sono state in grado di minacciare Kabul. Il gruppo ha operato con una violenza estrema generando paura e terrore tra i civili, spesso sciiti, colpiti dalle sue azioni.

Le prospettive

Un’eventuale sconfitta definitiva dell’Isis, in ogni caso, non avrebbe l’effetto di liberare l’Afghanistan dal rischio costituito dall’estremismo islamico. I Talebani, infatti, sono molto attivi nel Paese e controllano circa la metà del territorio nazionale minacciando, in maniera diretta, la sopravvivenza il governo di Kabul. Un eventuale ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan, inoltre, costringerà l’esecutivo locale a scendere a patti con il gruppo estremista che potrà, in questo modo, infiltrarsi nei gangli del potere centrale e potenziare l’influenza esercitata sulla nazione. I problemi di Kabul sono, dunque, piuttosto seri ed al momento mancano i mezzi ed una pianificazione adeguata per affrontarli e ridimensionarli in maniera complessiva. I Talebani, a differenza dell’Isis, sono molto radicati sul territorio, dove sono attivi da decenni e proprio per questo motivo è ancora più difficile contrastarne le attività. L’eventuale scomparsa della branca locale dello Stato Islamico, in definitiva, costituirebbe una vittoria strategica significativa per l’esecutivo locale e per le forze della Coalizione ma, al tempo stesso, rischia di essere una vittoria di Pirro, non in grado di alterare le condizioni sfavorevoli di base.

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