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Ottobre è stato un mese particolarmente severo e sanguinoso per la Francia. Il brutale omicidio di Samuel Paty e l’attentato di Nizza, i due eventi che hanno spronato Emmanuel Macron ad anticipare l’inizio della guerra al cosiddetto separatismo islamista, hanno fatto da cornice ad un quadro al cui interno predominano i colori dell’instabilità e della tensione. All’interno del dipinto si inseriscono, tra i vari eventi, le cacce all’armeno avvenute durante la guerra nel Nagorno Karabakh e l’assalto armato al commissariato di Champigny-sur-Marne nella notte fra il 9 e il 10 ottobre.

L’insieme di questi eventi è la dimostrazione – l’ennesima – che la Francia contemporanea poggia su un equilibrio fragile, precario e destinato ad uno sfaldamento definitivo, poiché basato su una contraddizione: la coesistenza obbligata di due realtà sociali parallele, politicamente non comunicanti e ideologicamente inconciliabili, dalla cui periodica, estemporanea e inevitabile convergenza si generano scontri, anche piuttosto violenti.

Negli anni recenti è aumentato il numero dei politici, ma soprattutto degli alti gradi militari e dell’apparato di sicurezza, che, mostrando una crescente insofferenza verso lo status quo ed un timore spasmodico nei riguardi del futuro, ha iniziato ad agitare lo spettro di una guerra civile nel prossimo futuro, provocata dalla miopia della classe dirigente.

Parla Pierre de Villiers

Pierre de Villiers, generale e capo di stato maggiore delle forze armate francesi dal 2014 al 2017, a inizio dicembre ha rilasciato una lunga intervista a Le Parisien. Il generale, inizia eloquentemente l’articolo, “è inquieto” e sta cercando di avvisare la contemporaneità e la posterità dei rischi che attendono la Francia oltre l’orizzonte attraverso lo stakanovismo: tredici libri dati alle stampe negli ultimi tre anni.

Il generale, la cui uscita di scena sarebbe avvenuta a causa di screzi con Macron in tema di immigrazione e integrazione, ha denunciato apertamente che la Francia “potrebbe scivolare lentamente oppure rapidamente” in una “guerra civile”. Non è dato sapere se, quando e come accadrà, ma de Villiers ne è certo: sarà sufficiente “una scintilla, come nel 1789”.

La guerra civile potrebbe accadere tanto nel futuro prossimo quanto nel futuro più inoltrato perché, secondo il generale, alla politica occorreranno almeno “tre, quattro o cinque generazioni” per risolvere la questione immigrazione, ossia assimilare tutte quelle persone “che odiano la Francia e sono vicine al criminale locale o al salafita”. La scintilla, se mai dovesse presentarsi, potrebbe apparire in questo lasso di tempo lungo e ricco di incognite.

Nell’attesa che la guerra al separatismo islamista produca i primi risultati, però, la Francia dovrà convivere con l’incubo reale di una guerra civile costantemente alle porte e abituarsi ad aver ottenuto il titolo non invidiabile di paese “in cui un insegnante viene decapitato davanti ad una scuola e tre persone vengono assassinate mentre pregano in una chiesa”.

Il malcontento di politica e militari

De Villiers non è l’unico uomo delle istituzioni ad aver denunciato l’approssimarsi del naufragio: è l’ultimo di una lunga serie. Sono note le dissonanze fra Macron e l’ex primo ministro Edouard Philippe, che hanno condotto quest’ultimo ad abbandonare la carica lo scorso luglio in favore del ruolo più marginale di sindaco di Le Havre, così come sono di dominio pubblico le preoccupazioni di Gérard Collomb, ministro degli interni dal 2017 al 2018.

Collomb, in un’intervista a Valeurs Actuelles datata 13 febbraio 2018, aveva illustrato il proprio sconforto: “Oggi stiamo vivendo fianco a fianco [ndr. i francesi e i naturalizzati di origine araba e africana] e, come dico sempre, temo che domani vivremo faccia a faccia”. Le paure di Collomb, un socialista di lunga data, erano dovute alla lettura “giornaliera di rapporti di polizia che riflettono una situazione molto pessimistica. Le relazioni tra la gente sono molto aspre, le persone non vogliono vivere insieme”.

La coesistenza forzata tra popoli diversi e, come suscritto, residenti in due realtà parallele che non sanno e non vogliono comunicare, avrebbe condotto “all’intensificazione della brutalità della nostra società”, fatto, questo, che dovrebbe spingere i francesi “ad interrogarsi sul loro modello”. La politica migratoria delle porte aperte – che determina l’ingresso in Francia di una media annuale di 200mila persone, 400mila secondo altre stime – contribuisce ad aggravare significativamente la dimensione del problema.

Le conclusioni di Collomb erano laconiche: “Entro cinque anni la situazione potrebbe diventare irreversibile. Sì, ci restano cinque o sei anni per evitare il peggio”. Quel peggio a cui aveva fatto riferimento il politico sarebbe una secessione, o una partizione. Sono trascorsi ormai due anni da quell’intervista, ossia metà della strada è stata quasi percorsa, e quanto accaduto durante l’ottobre caldo del 2020 potrebbe essere un segnale da non sottovalutare.

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