Il 9 luglio 2017 l’allora premier Haydar Al Abadi ha ufficialmente annunciato la fine della battaglia di Mosul e, con essa, la definitiva scomparsa in Iraq del califfato islamico. Dopo più di tre anni però, il Paese non si è ancora liberato dell’ingombrante presenza dell’Isis. I terroristi operano all’interno del territorio, lo fanno con le tattiche della guerriglia e con gli attacchi in grado di destabilizzare una situazione già di per sé precaria. É in questo contesto che avviene la visita di Papa Francesco, una delle più blindate tra i recenti viaggi apostolici. 

Da Mosul a Kirkuk: il triangolo jihadista dell’Iraq

Nel 2014 l’Isis ha iniziato a controllare il Paese partendo dalle roccaforti sunnite delle province occidentali e settentrionali. Nell’Al Anbar soprattutto, grazie anche alla natura desertica del territorio, le bandiere nere hanno potuto avanzare rendendo evidente l’impreparazione dell’esercito iracheno. Le forze militari sono poi dovute fuggire da Mosul, seconda città dell’Iraq e metropoli dove il califfato ha potuto piazzare una delle proprie capitali. Da allora è iniziata anche una feroce persecuzione delle minoranze religiose, a partire da quelle cristiane e yazide. La riconquista di questi territori per le forze di Baghdad non è stata affatto semplice. Il prezzo pagato per far sparire le bandiere nere dall’Iraq è stato rappresentato da tre anni di guerra e migliaia di vittime. Il vero problema però, è che l’Isis non ha mai lasciato veramente il Paese. Non c’è più un califfato, ma ci sono ancora centinaia di terroristi pronti a colpire.

A gennaio un doppio attacco kamikaze ha fatto strage a Baghdad, città che non subiva azioni terroristiche da due anni. Ma la capitale è soltanto il fronte più avanzato di una guerra mai terminata. I miliziani si sono ritirati dal controllo delle città, spostandosi però solo di pochi chilometri. I loro nuovi quartier generali sono nelle campagne attorno Mosul, nelle zone più remote della provincia di Ninive, così come sui monti attorno Kirkuk. Qui la pressione jihadista è forse la più forte. Nelle vallate non lontane dal fiume Tigri l’Isis ha trovato l’ambiente ideale per organizzarsi. Tra le strade che collegano isolate fattorie e piccoli villaggi, rapimenti, sequestri ed estorsioni da parte dei terroristi sono all’ordine del giorno. Anche perché la provincia di Kirkuk è contesa tra le forze di Baghdad e quelle della regione autonoma curda e questo sta impedendo un controllo capillare del territorio. Dando di fatto via libera alle sigle jihadiste.

Le prospettive future

Le attività dell’Isis in Iraq non hanno certo fatto dormire sonni tranquilli ai responsabili della sicurezza del Vaticano. Papa Francesco incontrerà i cristiani nella piana di Ninive, visiterà molti luoghi in mano al califfato fino al 2017 e oggi molto vicini ai nascondigli dei terroristi. Per questo il Pontefice viaggerà su auto blindate e potrà usare la papamobile soltanto ad Erbil, capoluogo del Kurdistan iracheno. Finita la visita di Bergoglio, l’Iraq dovrà comunque concentrarsi sul persistente problema relativo alle minacce jihadiste. L’Isis, anche dopo la morte del fondatore Abu Bakr Al Baghdadi, non ha mai rinunciato all’idea di tornare a controllare parti del territorio e fondare un nuovo califfato. Per farlo continuerà ad attuare tattiche di guerriglia e le forze di sicurezza locali sono ben consapevoli di un possibile aumento della pressione terroristica con nuovi attentati nelle grandi città.

I jihadisti inoltre potrebbero sfruttare le profonde lacerazioni interne alla società ed allo Stato iracheno. Governi poco stabili, diatribe tra autorità centrali e curde, divisioni settarie mai domate stanno continuando a rendere il Paese mediorientale un terreno ideale per eventuali nuove avanzate dell’Isis. A complicare il quadro anche l’attuale ondata pandemica, che ha aggravato una situazione economica già sull’orlo del collasso. L’atmosfera in Iraq è di quelle pesanti: se i nodi principali non verranno sciolti entro breve termine, lo spettro di un nuovo 2014 non è così remoto.