Il 15 novembre un’operazione congiunta dei servizi segreti ucraini, del ministero degli interni georgiano e della Cia, ha portato al fermo e alla traduzione in carcere di Al Bara Shishani, alias di Cezar Tokhosashvili, un cittadino georgiano affiliato allo Stato islamico del defunto Abu Bakr al-Baghdadi che dal 2013 era vice-emiro militare del Fronte Ahadun Ahad ed una delle principali figure all’interno del “ministero della guerra” dell’organizzazione.

L’arresto eccellente è avvenuto nell’oblast di Kyev, la capitale, dove presumibilmente il soldato dello Stato Islamico si era trasferito nell’estate 2018, entrando clandestinamente dalla Turchia. Al di là del risultato dell’operazione, che è frutto di un coordinamento intelligente e strutturato fra gli apparati investigativi e di sicurezza di tre paesi, la decisione di Shishani di spostarsi in Ucraina solleva inevitabilmente degli interrogativi inerenti la presenza del jihadismo nel paese.

I combattenti islamisti nel Donbass

L’arresto di Shishani può cogliere di sorpresa i consumatori di notizie europei, ma in Russia si indaga sull’attecchimento dello Stato Islamico e della rete jihadista-salafita in Ucraina sin dal 2014, l’anno di Euromaidan e dello scoppio della guerra del Donbass. Lo studio delle forze in campo, infatti, ha permesso ai servizi segreti russi di capire che l’esercito ucraino è supportato nella sua lotta ai separatisti da combattenti di estrema destra provenienti dai Balcani e da islamisti provenienti dal Caucaso settentrionale, soprattutto Cecenia e Daghestan.

Nel 2015 era stata accertata la presenza di due battaglioni composti da combattenti ceceni, entrambi chiamati con nomi evocativi: Dzhokhar Dudayev e Sheikh Mansur, due leader nazionalisti ceceni appartenenti a periodi storici diversi. Nei due battaglioni sarebbero stati presenti, all’epoca, almeno 100 soldati, alcuni dei quali provenienti direttamente dal Medio Oriente, dove avevano combattuto per lo Stato Islamico.

Nel battaglione Sheikh Mansur la presenza di islamisti sarebbe particolarmente marcata, lo stesso comandante si è formato militarmente nelle due guerre cecene e nel corso della stagione terroristica che insanguinò la Russia a cavallo fra la fine degli anni ’90 e l’inizio degli anni 2000. Ed è proprio all’interno del battaglione che combatterebbero soldati provenienti dallo Stato Islamico, come accertato da un’operazione antiterrorismo francese e dalle indagini del Fsb.

A settembre dell’anno scorso viene arrestato in Russia un cittadino di origine daghestana, Medjid Magomedov, nel corso di un’operazione targata Fsb che è direttamente legata all’Ucraina. Secondo il comunicato ufficiale dei servizi segreti russi, l’uomo sarebbe stato introdotto da emissari del Daesh a Kyev ai servizi segreti ucraini con l’obiettivo di assassinare un leader separatista della repubblica di Donetsk.

La questione tatara

La presenza islamista nel Donbass è rafforzata dalla presenza di un battaglione a componente tatara. Da quando la Crimea è stata annessa alla Russia, i servizi segreti russi hanno spostato il fronte della lotta al terrorismo islamista e alla radicalizzazione religiosa dal Caucaso settentrionale e dall’Asia centrale alla penisola. Solo nel 2019 sono stati arrestati più di 30 crimeani di origine tatara con l’accusa di pianificare attentati, effettuare propaganda antigovernativa e incitare alla sedizione.

La maggior parte degli arrestati appartiene a Hizb-Ut-Tahrir, un’organizzazione salafita che predica la rinascita del califfato universale e la sottomissione dell’Occidente all’islam ed è libera di operare legalmente in più di 50 paesi, Ucraina inclusa. In Russia, però, l’organizzazione è stata dichiarata fuorilegge nel 2003 in quanto coinvolta nella radicalizzazione di giovani, principalmente nel Caucaso, e nel compimento di attentati.

Nella penisola, l’organizzazione perseguirebbe sostanzialmente gli stessi obiettivi che ne hanno causato la messa al bando in Russia e sarebbe dietro la crescente radicalizzazione religiosa registrata nella comunità tatara, come anche denunciato dall’ex guida del Mejlis, Mustafa Dzhemilev. Tale radicalizzazione è stata palesata dalla partenza, nel solo 2014, di almeno 100 tatari alla volta di Siria e dell’Iraq, per lottare contro Bashar al-Assad o giurare fedeltà alla causa dello Stato Islamico.

La scorsa settimana, la decisione del tribunale di Yalta di condannare sei tatari, membri dell’organizzazione, a pene dai 7 ai 19 anni, ha spinto l’Ucraina e l’ambasciata degli Stati Uniti a Kyev a protestare in via ufficiale, chiedendone il rilascio e annunciando lotta in sede internazionale.

L’importanza dell’Ucraina

Il confronto fra l’asse Washington-Bruxelles e Mosca si è ormai spostato lungo i confini della Russia e ciò ha incrementato significativamente l’importanza geostrategica dell’Ucraina, che è perfettamente localizzata fra Europa orientale, Balcani, mar nero e Caucaso.

In questo contesto si inquadra anche l’interesse del jihadismo verso il paese, che con molta probabilità diventerà uno dei punti di stazionamento e transito più importanti della regione in funzione antirussa. Tale interesse è anche motivato dal fatto che le autorità governative hanno creato un clima operativo sostanzialmente favorevole sia per chi giunge nel paese con l’obiettivo di combattere, come palesato dal caso dei battaglioni islamici nel Donbass, che per chi giunge con l’obiettivo di predicare, seppure idee estremiste, come palesato dal caso di Hizb-ut-Tahrir.

Il fatto che un membro di alto rango dello Stato Islamico abbia scelto proprio l’Ucraina come nascondiglio potrebbe rappresentare un punto a favore di questa lettura, che è già ampiamente corroborata dalla presenza di guerriglieri ceceni, daghestani e centro-asiatici fra le forze irregolari filo-ucraine. Il rischio, a conflitto nel Donbass disinnescato, è che tali forze possano essere reimpiegate per altri scopi, magari all’interno del territorio russo, re-incendiando il sempre instabile il Caucaso settentrionale.

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