Non c’è pace per la Repubblica Democratica del Congo. L’ex colonia belga che, dalla sua indipendenza nel 1960 ad oggi, non ha mai conosciuto la pace è dilaniata dalla presenza di oltre 50 gruppi ribelli nelle province orientali, è vessata dalle epidemie di ebola, morbillo e coronavirus e ora deve fronteggiare una nuova minaccia che continua a crescere, rafforzarsi e mietere vittime: lo jihadismo.
Una notizia trapelata nelle ultime ore è quella dell’uccisione di un soldato indonesiano della Monusco (Mission de l’Organisation des Nations unies pour la stabilisation en République démocratique du Congo), la missione di pace delle Nazioni Unite in Congo, in un agguato condotto dagli ADF, la formazione di insorti jihadisti legata allo Stato Islamico, lunedì 22 giugno.

Anche se l’incidente è avvenuto più di due settimane fa, notizie precise su quanto accaduto sono trapelate soltanto ora. Stando infatti a quanto riportato dai media locali, a Makisabo, una piccola città del Nord Kivu tra Beni e il confine ugandese, un drappello di uomini del gruppo Allied Democratic Forces ha teso un’imboscata al convoglio dei caschi blu e nello scontro è stato ucciso un militare indonesiano e un altro peacekeeper versa in critiche condizioni.

A distanza di giorni dal drammatico scontro a fuoco è arrivata la rivendicazione dell’attacco da parte dello Stato Islamico che ha riferito che l’agguato è stato condotto dall’Iscap (Islamic Sate Central African Province), la branca africana dell’Isis che opera in Africa centro equatoriale, e nella dichiarazione si legge: ‘” Ringraziando Allah, i soldati del Califfato hanno colpito i soldati delle forze crociate dell’Onu sulla strada che collega il confine con l’Uganda con la città di Beni”. Il gruppo poi sostiene che i caschi blu caduti nello scontro siano stati cinque, ma questo dato si contraddice con le cifre fornite dalla Monusco che parlano di un solo morto e di un ferito.

L’attacco condotto dalle forze islamiste rivela due aspetti drammatici ed estremamente gravi. Il primo è la definitiva conferma che il gruppo Adf, nato a fine degli anni ’90 in Uganda e poi spostatosi ad operare nella Repubblica Democratica del Congo, è una formazione islamista affiliata allo Stato Islamico. L’identità di questo gruppo guerrigliero è stata per molto tempo nebulosa e spesso analisti e specialisti hanno faticato a comprendere se si trattasse effettivamente di una nuova sigla appartenente alla galassia dell’internazionalismo jihadista o se invece l’Islam radicale fosse solo una cortina propagandistica dietro la quale celare attività criminali e banditismo. Il secondo aspetto, consequenziale al primo, è che l’insurrezione islamista sta compiendo sempre più attacchi, dimostrando un sostanziale miglioramento delle proprie capacità militari, e sta allargando sempre più le proprie fila con un numero in continuo aumento di volontari disposti ad abbracciare la causa della guerra santa.

Quello di giugno non è stato il primo attacco da parte delle forze dello Stato Islamico contro i contingenti delle Nazioni Unite in Congo. Il gruppo islamista aveva rivendicato azioni contro la Monusco già tre volte in passato, incluso l’attacco del novembre 2018 durante il quale sette caschi blu e dodici uomini delle Fardc persero la vita. Anche in quel caso battaglia fu condotta dall’Adf ma rivendicata retroattivamente dallo Stato islamico a maggio 2019 attraverso Al Naba, l’organo di stampa ufficiale di Daesh. Dal 15 aprile ad oggi l’Iscap ha rivendicato 25 attacchi all’interno della Rdc Ciò rappresenta un aumento significativo della potenza di fuoco della branca africana del Califfato, dal momento che dalla sua comparsa, nell’aprile 2019, fino a marzo 2020, ha rivendicato solo 33 operazioni nel paese ma, oltre ad incrementare i suoi attacchi, l’Adf sta approfittando del panico diffuso nella regione, a seguito dei focolai di ebola e coronavirus, per reclutare nuovi combattenti.

Nei numerosi video di indottrinamento e reclutamento che il gruppo jihadista fa circolare tramite Whatsapp, si ascoltano infatti inviti rivolti a giovani e non solo ad abbracciare la guerra santa perché, servendo tra le file dei mujaheddin, oltre a combattere per Allah si è anche immuni a qualsiasi contagio.

In un video di tre minuti e mezzo, un intervistatore chiede a uno dei membri degli Adf: “Ogni lode è ad Allah, hai qualche appello da fare al mondo colpito da questa epidemia di coronavirus?”. Il membro degli Adf, il cui volto è sfocato, risponde così: ”Anche questo virus è l’esercito di Allah, che ucciderà tutti gli infedeli, se Allah vuole! Il mio appello è a tutti coloro che si trovano nei paesi guidati dagli Infedeli. Tutte queste persone dovrebbero andarsene e unirsi a noi perché la medicina per quel virus è qui con noi. Tutto quello che devono fare è emigrare dai paesi guidati dagli infedeli e venire in questo stato islamico a combattere per salvare l’Islam”. Un minuto dopo, l’intervistato continua: ”… hai solo un’opzione per essere al sicuro dal coronavirus, devi emigrare nella Jihad … non c’è nessun virus che è in grado di invaderci qui nei nostri campi. Questa è una garanzia: non esiste un luogo più sicuro sulla terra di questo posto in cui siamo noi ora!”

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