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Il Generale serbo-bosniaco Ratko Mladic è stato condannato all’ergastolo per il massacro di Srebrenica e per l’assedio di Sarajevo. Una sentenza più che prevedibile, quasi scontata. Mladic ha oggi 74 anni, è gravemente malato e poco sarebbe cambiato se invece dell’ergastolo fosse stato condannato a 30 o a 40 anni di reclusione. Una sentenza che ha però degli effetti collaterali, perché se da una parte viene accolta con gioia dai musulmani di Bosnia e dal mondo islamico in generale, dall’altra fa stringere ancor di più la galassia serbo-ortodossa attorno a Mladic che vede in lui un eroe che ha difeso il proprio popolo e non un criminale di guerra; tutto ciò in un momento molto delicato per l’area balcanica.

Il presidente della Repubblica serba di Bosnia (RS), Milorad Dodik, ha affermato che Mladic fece il suo dovere di comandante militare in maniera professionale e patriottica e che una sua condanna non farà altro che rafforzare il mito su di lui: “Ratko Mladic resta una leggenda per il popolo serbo, un uomo che mise le sue capacita’ umane e professionali a difesa della libertà del popolo serbo, ovunque esso fosse”.

Di diversa opinione è l’Alto commissario Onu per i diritti umani, Zeid bin Ra’ad al-Hussein: “Mladic è il paradigma del male e l’azione penale contro Mladic è il paradigma di cosa sia la giustizia internazionale”.

L’infiltrazione wahhabita in Bosnia

Gli effetti collaterali precedentemente citati si ripercuotono proprio in Bosnia, dove da anni è oramai in atto un’infiltrazione islamista prevalentemente di stampo wahhabita e salafita, con ingenti fondi provenienti dai paesi del Golfo in primis.

Un’infiltrazione che non può non allarmare le comunità cristiane della zona che si sentono accerchiate, ma anche i musulmani autoctoni di stampo sufi che non vedono di buon occhio questo “corpo estraneo” wahhabita. Vi sono tutti i segnali per un’esasperazione delle tensioni etno-religiose. In diverse zone del Paese vengono costantemente segnalate nuove moschee, centri culturali e persino zone abitate esclusivamente da personaggi con lunghe barbe accompagnati da donne con il velo e non serve andare in aree remote, basta recarsi alla grande moschea “Re Fahd” di Sarajevo che è anche sede diplomatica dell’Arabia Saudita, per rendersene conto.

In aumento anche il numero dei giovani bosniaci radicalizzati che hanno abbracciato l’Islam wahhabita e non è certo un caso che dalla Bosnia sono partiti circa 330 volontari per combattere nelle file dei jihadisti in Siria e Iraq. La Bosnia è al settimo posto al mondo per numero di combattenti dell’Isis in rapporto alla popolazione, dietro Tunisia, Maldive, Giordania, Libano, Kosovo e Libia. È la prima volta nella storia dei Balcani occidentali che un numero così elevato di volontari si mobilità per combattere una guerra lontana. E’ chiaro che l’indottrinamento religioso è risultato fondamentale.

Non a caso fu il predicatore bosniaco Bilal Hussein Bosnic a svolgere un ruolo di primo piano nella radicalizzazione di molti giovani, diversi dei quali poi partiti per il jihad. Seguaci di Bosnic erano anche Nerdin Ibric e Avdulah Hasanovic, che il 27 aprile 2015 lanciarono un attacco contro una stazione di polizia a Zvornik, nella zona serba della Bosnia.

Hasanovic aveva combattuto per l’Isis in Siria mentre il suo complice Ibric (deceduto nell’attacco) era figlio di un uomo che era stato ucciso dai serbi nel 1992. Bilal Bosnic era attivo anche in Italia con frequenti viaggi nei centri islamici a Pordenone, Bergamo, Cremona, Siena e almeno tre jihadisti partiti dall’Italia erano stati reclutati dalla sua rete (Ismar Mesinovic, Munifer Karamaleski ed Elmir Avmedoski).

Il post-guerra come inizio dell’islamizzazione bosniaca

Il predicatore partecipò in giovane età alla guerra di Bosnia nell’unità el-Mudzahid, composta in prevalenza da mujahideen arabi veterani dell’Afghanistan, diversi dei quali erano ricercati per terrorismo nei propri paesi d’origine (in prevalenza Egitto e Algeria), macchiatisi anche loro di crimini di guerra, nei confronti dei serbi. Molti di questi “mujahideen” rimasero in Bosnia dopo gli accordi di Dayton del 1995 che posero fine al conflitto, sposarono donne del posto, ricevettero la cittadinanza e pian piano si formarono delle enclaves salafite in territorio bosniaco, prima fase di un’islamizzazione progressiva ancora oggi in atto, come dimostrano i fatti. Durante il conflitto siriano le bandiere nere jihadiste sventolavano anche in Bosnia, come mostrato da Fausto Biloslavo in un suo reportage. Insomma, se da una parte è giusto fare i conti col passato, è altrettanto fondamentale gestire il presente onde evitare che altri casi come quelli di Srebrenica possano ripetersi in futuro e l’infiltrazione islamista radicale in Bosnia non è certo garanzia di pace e stabilità.