Non c’è pace per Santa Sofia, il luogo simbolo di Istanbul, riconvertito in moschea proprio lo scorso luglio. L’ex basilica sarebbe stata a lungo nel mirino dello Stato islamico. Lo scopo? Al momento sconosciuto.

L’arresto di Mahmut Ozden

Il 1° settembre scorso il governo turco ha annunciato l’arresto di Mahmut Ozden, presunto “emiro” dell’Isis in Turchia, reo di progettare una serie di colpi in Turchia, tra i quali proprio uno ai danni di Santa Sofia. A dichiararlo, il ministro dell’Interno turco Suleyman Soylu, citato poi da Hurriyet, senza tuttavia chiarire quale sarebbe stato l’esatto scopo dell’eventuale attacco. Una scelta alquanto singolare per lo Stato Islamico: perché andare a colpire un luogo della tradizione, per giunta tornato ad essere simbolo per la fede islamica all’interno del disegno neottomano di Recep Tayyip Erdogan?

Tra i presunti obiettivi del terrorista, alla guida di una dozzina di membri e arrestato in un blitz il 20 agosto, ci sarebbero state anche istituzioni economiche e organizzazioni della società civile, insieme a un progetto di sequestro e trasferimento in Siria di esponenti eccellenti della politica turca. Secondo Ankara, per la ricostruzione dei piani criminali sono state cruciali le informazioni ottenute attraverso il materiale digitale sequestrato dopo gli arresti legati alla cellula. Soylu ha inoltre dichiarato come ora, più che mai, bisogna chiarire quali siano servizi di intelligence che continuano a influenzare Daesh per comprendere chi sta combattendo contro chi nel mare magnum dell’Islam politico. L’operazione per catturare il sospetto sarebbe stata avviata dopo che le forze di sicurezza avevano recentemente rilevato un aumento dell’attività dei combattenti del gruppo in Siria e Iraq: Ozden avrebbe ricevuto costantemente ordini oltreconfine per effettuare un attacco in grande stile in Turchia.

Stando a quanto riferisce Anadolu, l’antiterrorismo ha catturato Ozden nella provincia di Adana: il raid è avvenuto a seguito dell’arresto di un sospetto basista dell’Isis a Istanbul la scorsa settimana, che si credeva stesse effettuando una ricognizione per un potenziale attacco. Soltanto un mese prima, il 19 luglio, la polizia turca aveva arrestato 27 persone a Istanbul accusate di preparare un attacco imminente. Da Adana, Ozden è stato trasferito a Istanbul, nel carcere di Silivri, per essere interrogato. Lo scorso aprile era stato condannato a 6 anni e 3 mesi di prigione dal tribunale di Ankara per altri reati.

L’ISIS in Turchia

Da anni la Turchia è diventata un crocevia per diversi gruppi jihadisti che qui si incontrano, scontrano, si scambiano informazioni e materiali. Alcuni sono semplicemente di passaggio verso altri siti mentre altri vi installano le proprie mini-basi operative. Fino allo scorso anno l’ISIS non sembrava avere un radicamento territoriale forte nel Paese ma semplicemente una costellazione di basi occasionali pronte ad essere smantellate in fretta per sfuggire all’intelligence ed essere ricollocate altrove. Del resto, Ozden è stato catturato in quel di Adana, la grande città al confine con la Siria usata dall’ “emiro” come base: nella perquisizione del suo covo, un hotel che fungeva anche da abitazione, sono stati trovati materiali digitali e computer, oltre a una serie di kalashnikov. Le autorità turche ritengono che il gruppo di jihadisti avesse in preparazione diversi attentati e che fossero operativi in loco da diversi mesi.

Se l’arresto eccellente colpisce per l’importanza della sua figura e gli obiettivi scelti, da più parti i cittadini turchi additano l’operazione e la notizia di Santa Sofia in pericolo come un abile speculazione politica governativa in un momento molto delicato per la Turchia e per il Mediterraneo: potrebbe trattarsi, infatti, di un messaggio di efficienza e affidabilità verso il resto d’Europa e della Nato. Certo è che nei primi quattro mesi del 2020, le autorità turche hanno scatenato una grande operazione di counterterrorism che ha portato alla cattura di 354 sospetti e a un gigantesco sequestro di armi, scongiurando possibili attacchi terroristici in grandi città, come Ankara e Istanbul. Queste maxioperazioni hanno portato, poi, all’arresto, espulsione o sotto processo esponenti di spicco della mediazione Isis in Turchia. Operazioni che sembrano più di facciata per essere strombazzate il più possibile verso l’esterno, visto e considerato che non sarebbe più un segreto per nessuno il fatto che Ankara abbia utilizzato milizie jihadiste legate all’Isis per entrare in Siria. Così come è noto, almeno da due anni, che il Califfato si stesse riorganizzando proprio in Turchia nel bel mezzo della crociata di Erdogan contro i Curdi.

Non è la prima volta che l’Isis colpisce in Turchia. L’attacco più grave, quello del Capodanno 2017 quando 39 persone vennero uccise a colpi di kalashnikov al “Reina”, noto night club nel quartiere Besiktas, nella zona europea della città. L’attento venne rivendicato dall’Isis ma anche in quell’occasione vi furono fortissimi dubbi che si trattasse di una false flag operation a firma turca.

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