Tiziano Terzani, profondo conoscitore della Cina, già nel 1984 nel suo libro ‘La Porta Proibita’ non aveva mancato di profetizzare quanto poi accaduto tra gli anni 90 e 2000 e quanto, seppur in maniera differente, accade ancora oggi: “Sembra quasi che i cinesi debbano giustificare la loro presenza qui – si legge in un capitolo dedicato allo Xinjiang – Ovunque è possibile trovare musei che mostrano ai visitatori la presenza dell’etnia Han da diversi millenni”. Lo Xinjiang è la provincia più occidentale dell’immenso paese asiatico, la quale rispetto al resto del territorio ha una particolarità: la religione predominante da queste parti è quella musulmana, ad abitare queste lande un tempo estremo confine con l’Unione Sovietica sono gli uiguri, minoranza turcofona che da secoli ama ripetere che, in fin dei conti, ‘L’imperatore abita lontano da qui’. Una minoranza che, seppur senza i fari puntati come in Tibet, a volte ha creato non pochi problemi a quella Pechino distante quasi quattro ore di aereo e che nel 2008, sfruttando il clamore delle Olimpiadi, ha provato a destabilizzare la regione. Oggi però, per l’intera Cina, la sfida imposta dallo Xinjiang riguarda la repressione del fenomeno islamista.

L’Islam nello Xinjiang

Per i cinesi questa regione ha avuto lo stesso valore del West in Nordamerica” scrive ancora Terzani, profondamente innamorato dei paesaggi selvaggi che si incontrano nel cuore del deserto del Taklamakan: abitata da secoli da popolazioni del centro Asia, pur tuttavia la presenza cinese è attestabile anch’essa nell’antichità; per tutti i sovrani, lo Xinjiang ha rappresentato una ghiotta occasione per allargare i domini, per difendere il cuore del proprio territorio creando barriere nel pieno della regione centroasiatica. Da secoli vi sono i turcofoni, ma lì vivono pure i cinesi: in poche parole, a dispetto delle pretese di altri imperi, la Cina rivendica anche una presenza culturale e storica in questa regione la cui difesa ha sempre avuto un ruolo di primo piano, come negli anni 60 quando Pechino e Mosca sono arrivate ai ferri corti ed i due più importanti eserciti comunisti hanno sfiorato in più occasioni un confronto diretto sul campo desertico dello Xinjiang

E’ stato proprio lo spettro dell’invasione sovietica a creare i primi presupposti per gli attriti che negli anni successivi si sono verificati tra i cinesi e la folta comunità islamica, in maggioranza ad Urumqi (capoluogo della provincia); nel 1962 infatti, Mao ha deciso di sospendere i programmi di concertazione e collaborazione economica con i russi e questo non ha soltanto portato alla chiusura di fabbriche ed industrie installate dai sovietici nel secondo dopoguerra, bensì ha comportato anche alcune decisioni che in ambito sociale hanno avuto importanti conseguenze: prima, fra tutte, l’eliminazione dei caratteri cirillici e del bilinguismo per tagliare definitivamente i legami con l’URSS; allo stesso modo, si è cercato di dare residenza fissa al popolo nomade (anch’esso musulmano) dei kazak, accusato di non avere legami stabili con Pechino e di proiettare questa regione verso Mosca. Le minoranze islamiche si sono così ritrovate senza copie del Corano, né in arabo e né nelle loro lingue centroasiatiche e la religione ha iniziato ad essere vissuta soprattutto in clandestinità.

Ma è soprattutto con la rivoluzione culturale inaugurata da Mao nel 1966 che i musulmani hanno iniziato ad avvertire seri problemi: la stagione più intensa dell’era maoista in Cina ha voluto significare anche l’utilizzo del pugno duro contro tutte le religioni presenti nel paese, chiudendo luoghi di culto e trasformando in fabbriche od industrie antichi templi od antiche moschee; anche Pechino ha cambiato volto da allora, con diversi edifici religiosi convertiti in civili od addirittura distrutti nonostante il loro valore storico ed artistico. La scure della rivoluzione culturale non ha ovviamente risparmiato lo Xinjiang: dozzine di moschee ad Urumqi sono state chiuse, altre tirate giù o riconvertite ad altri usi; per gli uiguri l’unico modo di rivendicare e difendere la propria identità è stato quello di iniziare a studiare clandestinamente l’arabo oppure di incontrarsi con Imam ed altri responsabili religiosi in improvvisati circoli divenuti piccole moschee.

La storia cinese ha poi virato verso altre prospettive: la morte di Mao e l’arresto della cosiddetta ‘banda dei quattro’ ha posto fine alla rivoluzione culturale con Den Xiaoping che ha iniziato, al contrario, un revisionismo verso l’epoca precedente che ha portato a maggiori aperture sul fronte sociale ed economico. Nello Xinjiang sono state riaperte diverse moschee già nel 1980, nel corso del decennio successivo diversi edifici di culto sono stati restaurati o ricostruiti, pur tuttavia i rapporti tra gli Han (l’etnia predominante nella storia e nella cultura cinese) e gli uiguri non sono mai stati del tutto distesi: proprio negli anni 80, nel confinante Afghanistan, l’ideologia islamista è stata finanziata ed armata in funzione anti sovietica e non ha mancato di farsi strada lì dove i risentimenti della popolazione verso Pechino sono sopravvissuti alla fine della rivoluzione culturale. L’ideologia del terrore che è poi dilagata in tutto il centro Asia negli anni 90, ha iniziato a far sentire i suoi richiami in quei circoli dove negli anni 70 veniva clandestinamente studiato l’arabo.

La minaccia jihadista coinvolge anche la Cina?

Le proteste del 2008, le più gravi nella regione dalla fondazione della Repubblica Popolare avvenuta nel 1949, hanno avuto ad Urumqi e nelle altre principali città uigure un carattere più etnico che religioso: esiste infatti un’organizzazione politica internazionale formata da uiguri in esilio che pone l’accento sul popolo centrasiatico e che è considerata illegale a Pechino; anima di tale movimento è Rebiya Kadeer, nata in Cina e di etnia uigura ma naturalizzata statunitense, la quale si è espressa spesso contro le autorità del suo paese. All’epoca molti politici cinesi non hanno mancato di sottolineare la vicinanza della Kadeer al governo di Washington (nel 2007 si è incontrata con lo stesso presidente Bush senior) e mettere in relazione le proteste del 2008, replicate poi anche nel 2009, con l’avvicinarsi delle Olimpiadi e la possibilità di mettere pressione ai cinesi. Ci sarebbe stato quindi il movimento della Kadeer e non l’estremismo islamico dietro le proteste di quasi un decennio fa.

Ma adesso la situazione appare diversa: i rapporti tra uiguri e cinesi sono sì tesi, ma nella regione vige un certo equilibrio anche grazie a cospicui investimenti di Pechino in infrastrutture e nell’economia; a preoccupare maggiormente è però il fascino che in alcuni ambienti più radicali viene esercitato dall’ISIS: sono diversi i gruppi jihadisti operanti nello Xinjiang, a partire dal Movimento Islamico del Turkestan Orientale, fino ad altre cellule più o meno direttamente ricollegabili al califfato. Nelle operazioni contro lo Stato Islamico in Siria, sono stati diversi i casi di ritrovamento di combattenti con nazionalità cinese tra le fila jihadiste e tutti avevano origine uigura; non solo in tal modo si può spiegare il motivo di un sempre crescente impegno cinese in Siria, specie per quanto concerne la futura ricostruzione del paese, ma rende veritiera l’ipotesi secondo cui lo Xinjiang potrebbe un giorno stare a Pechino al pari di come la Cecenia lo è stata (ed in parte lo è ancora) a Mosca.

Stanare il pericolo islamista nelle remote lande occidentali della Cina è diventato un imperativo per le autorità del gigante asiatico; un tallone d’Achille od una spina nel fianco di un paese sempre più protagonista negli intricati scenari internazionali, dall’Africa al Medioriente e fino alla vicina Corea: ecco cosa potrebbe rappresentare l’estremismo ed il fanatismo dell’ISIS per Pechino, la cui guardia verso il terrorismo islamico potrebbe assumere, negli anni, i connotati di una vera e propria lotta senza quartiere per la difesa della sicurezza tanto interna quanto relativa ai propri interessi internazionali.