La domanda che a livello internazionale viene posta maggiormente in considerazione, per quanto concerne la lotta al terrorismo, è se per davvero la Libia sia diventata il maggiore centro di riferimento dell’Isis adesso che tra Siria ed Iraq controlla soltanto un pugno di villaggi in mezzo al deserto; la situazione nel Paese africano è sempre più in stallo, anche se città come Bengasi e Sirte non sono più controllate dagli islamisti ed il conflitto appare più incentrato sulla disputa tra l’esercito di Haftar ed il cosiddetto “Terzo Fronte”, comandato dalle milizie di Misurata e formalmente (anche se non sempre “de facto”) fedele ad Al Serraj. Se proprio in Siria ed Iraq il califfato ha lottato e perso contro due Stati che, pur attaccati, sono comunque riusciti a rimanere in piedi ed a riconquistare intere fette di territorio, in Libia invece non vi è più alcuno Stato in grado di espandere la propria sovranità ed è questa circostanza a creare maggiori preoccupazioni.
L’Isis in Libia dopo la caduta di Sirte
Da quando Muhammar Gheddafi è stato ucciso ed il suo regime sciolto per opera dell’intervento della Nato, in Libia a fronteggiarsi sono state sia singole tribù che gruppi di milizie appartenenti alla galassia islamista la quale, come in Siria, ha rappresentato la costola più importante dell’opposizione durante le proteste della cosiddetta “primavera araba”; pur tuttavia nel Paese africano di califfato e di Isis si è iniziato a parlare soltanto nel 2014: è in quel momento che alcune sigle, per cercare di aumentare la propria forza di reclutamento, hanno issato le bandiere nere del califfato ed inoltre, spinti da un contesto contrassegnato dalla proclamazione del califfato a Mosul ad opera di Al Baghdadi, hanno cercato di costituire nell’ex colonia italiana un controllo territoriale basato sul modello fino a quel momento vincente operante tra Siria ed Iraq. Prima Derna, poi Sirte ed altre località costiere sia della Cirenaica che del golfo che abbraccia le prime province della Tripolitania: il califfato islamico in Libia ha avuto un’estensione lungo il Mediterraneo che ha destato non poca preoccupazione.
Pur tuttavia ben presto l’Isis si è reso conto che era impossibile controllare il territorio in Libia allo stesso modo di come l’organizzazione agiva in Mesopotamia: nell’agosto 2016 sono partiti i primi raid a guida Usa contro Sirte, poi a Derna alcune milizie islamiste hanno spodestato il Califfato ed infine nella stessa città natale di Gheddafi il gruppo di Misurata ha definitivamente cacciato i miliziani. Ma credere che oramai i jihadisti dalla bandiera nera non siano più un pericolo in Libia è molto difficile: l’attentatore di Manchester ad esempio, Salman Abedi, era di origine libica e secondo la ricostruzione fornita dal New York Times nel suo più recente viaggio compiuto a Tripoli è stato in contatto con ambienti vicini all’Isis e da lì avrebbe pianificato l’attacco al termine del concerto di Arianna Grande. Sarebbe questa una delle prove che testimonia la vivacità dei seguaci del califfato in Libia i quali, secondo Ibrahim Beitelmalun (dirigente militare delle milizia di Misurata), hanno avuto la capacità di riorganizzarsi pur abbandonando le zone costiere.
La metamorfosi dell’Isis libico
La storia dell’Isis in Libia affonda le radici nei primi mesi della guerra siriana prima ancora che libica: è proprio tra le milizie che combatto Assad che viene infatti fondato il gruppo Katibat al Battar al Libi, una formazione che raggruppa tutti i principali combattenti fondamentalisti provenienti dal paese africano e soprattutto dalla Cirenaica. All’interno della galassia islamista presente in Siria quindi, il gruppo si proponeva quale riferimento per tutti i foreign fighters libici ma, ben presto, è diventato un crocevia importante per tutti i combattenti che provenivano dall’Europa; erano proprio i libici spesso, anche grazie alla loro esperienza maturata sul campo durante la guerra che ha deposto Gheddafi, a reclutare ed addestrare coloro che provenivano dal vecchio continente: dalle loro basi in Siria, ad esempio, è passato Abdelhamid Abaaoud ossia una delle menti degli attacchi di Parigi del novembre 2015. Katibat al Battar al Libi è stato poi sciolto dopo aver giurato fedeltà ad Al Baghdadi, ma molto suoi membri tornati in patria hanno poi dato vita all’Isis che ha conquistato prima Derna e poi Sirte.
L’Isis libico da subito non è stato molto diverso da quello iracheno, visto che al suo interno ha come zoccolo duro miliziani locali mentre è sempre stato diverso da quello siriano che, al contrario, è in gran parte costituito da jihadisti stranieri; pur tuttavia tra i gruppi del califfato presenti nel paese, non sono mancati e non mancano ancora oggi miliziani provenienti da altri paesi, in primis da quella Tunisia che annovera uno dei più elevati contingenti di foreign fighters. È questa composizione che ha poi favorito la nuova strategia del califfato in Libia: niente controllo territoriale parastatale, niente conquista di grandi città, ma profilo sostanzialmente basso che ha il duplice scopo di muoversi più liberamente nel deserto e nascondere nelle più remote regioni meridionali del paese i propri campi di addestramento. Se tra Siria ed Iraq l’Isis è braccato da eserciti e milizie rivali, in Libia adesso paradossalmente è proprio dalla cacciata da Sirte che ha acquisito maggior spazio di movimento approfittando ovviamente anche dell’assenza di un vero e proprio Stato.
Il pericolo che proviene dal deserto
Agire non come un gruppo che contende porzioni di territorio ad uno Stato sovrano ma, al contrario, come una milizia in grado di organizzarsi in sordina operando azioni di guerriglia rende l’Isis meno penetrabile e quindi meno vulnerabile; la preoccupazione adesso è che, mentre le varie fazioni libiche continuano a combattere senza intravedere una speranza nel breve periodo di ricostituzione dello Stato, i seguaci del califfato trovino nelle lande sabbiose e remote del Sahara il proprio terreno fertile per diventare una vera e propria base del terrorismo internazionale. Diversi libici stanno tornando nel paese dalla Siria, ma anche altri combattenti riusciti a scappare dalla Mesopotamia avrebbero già trovato rifugio in Libia e, da qui, cercherebbero di rientrare in Europa; nonostante i toni ottimistici sul futuro del paese africano espressi in questi giorni, non ultimo al forum economico italo – libico di Agrigento, i problemi per l’Italia e per la sicurezza del vecchio continente derivanti dall’altra sponda del Mediterraneo rimasta senza controllo statale nel 2011 potrebbero essere molteplici ed intrecciarsi direttamente con l’altra grave emergenza, quella cioè dell’immigrazione.
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