Nonostante con la pandemia di coronavirus che ha colpito quasi tutto il mondo sia passato negli ultimi mesi in sordina, il pericolo costante dettato dallo Stato islamico non è assolutamente scomparso. Anzi, stando a quanto riferito da Lamberto Giannini a LaStampa, la potenziale minaccia dello jihadismo di stampo mediorientale è ancora attiva, considerando anche come una rilettura in chiave islamica degli ultimi accadimenti internazionali abbia dato nuovi spunti ai reclutatori. La stessa Europa è dunque obbligata a stare sull’attenti, considerando l’alto impatto che l’immagine del Covid-19 come “soldato di Allah” potrebbe avere sulle menti più deboli dei giovani, vessati già dai difficili mesi di lockdown. E in questo scenario, la possibilità dunque che eventi come quelli che hanno tristemente segnato il nostro passato possano tornare di attualità, nuovamente a causa dei Foreign Fighters. Sarà però l’Europa in questa circostanza in grado di far fronte al pericolo, oppure ci ritroveremo esattamente nella situazione che abbiamo vissuto lo scorso decennio?

Il Covid-19 è un “soldato di Allah”

Sin da primi giorni in cui la pandemia di coronavirus si era affacciata per la prima volta in Europa, l’Isis ha iniziato ad utilizzare lo strumento dialettico-religioso della “punizione divina” nei confronti degli infedeli. Un’arma molto potente, in fondo, soprattutto se si considerano le statistiche di mortalità, in uno scenario in cui la maggioranza dei morti si è registrata nella popolazione anziana e, di conseguenza, più facilmente di origini europee. In questo modo, per i reclutatori del Jihad è stato relativamente semplice far passare il concetto di punizione nei confronti degli infedeli, in una sorta di rivisitazione moderna delle “10 piaghe d’Egitto” della Bibbia cristiana.

Con il virus intravisto come “soldato d’Allah”, venuto per iniziare una nuova battaglia contro l’Occidente, anche la percentuale di reclutamenti sembra di essere nuovamente alzata, aumentando la soglia d’attenzione che deve essere tenuta dalle intelligence europee. Altrimenti, il rischio è quello di procedere verso una storia scritta già una volta e della quale conosciamo purtroppo la conclusione. Come previsto, infatti, il lockdown ha accresciuto il traffico del web nel corso dei mesi primaverili, soprattutto tra le fasce giovanili della popolazione. E come preventivabile, ciò ha avvicinato anche molti ragazzi alle pagine che professano il Jihad islamico, con i reclutatori che non si sono lasciati cogliere impreparati – potendo contare anche sull’ “alleato” dell’agente patogeno.

L’Isis non è ancora scomparso

Non è una notizia degli ultimi giorni quella di un lungo, delicato e nascosto tentativo di rinascita da parte dello Stato islamico, che sembrava essere stato quasi completamente sconfitto in territorio mediorientale. Già nei mesi scorsi, dopo l’accerchiamento di Idlib, si era ipotizzato – e poi confermato – un ritiro nelle profonde valli della Siria e dell’Iraq, nell’attesa di una riorganizzazione che potesse portare ad una rinascita del califfato islamico. E nel silenzio della pandemia, gli alleati perfetti affinché ciò accadesse sono stati trovati sia nel disinteresse generalizzato da parte della coalizione antiterroristica sia dalla stessa pandemia. In uno scenario che, purtroppo, rischia di portare lo stesso Medio Oriente indietro di molti anni, nonostante le vittorie che si erano susseguito tra il finire del 2019 e l’iniziare del 2020.

Il pericolo, a questo punto, deriva dalla possibilità che le gerenze europee e le agenzie di intelligence sottovalutino la reale forza dell’avversario, come già accaduto negli scorsi anni soprattutto in territorio francese. L’attività dello Jihad islamico al di fuori del Medio oriente è infatti già stata confermata più volte nell’arco di quest’anno, con l’episodio più significativo avvenuto nella provincia di Sulu, nelle Filippine, a nemmeno un mese di distanza dal lockdown  deciso dal presidente Rodrigo Duterte. E come accaduto nell’arcipelago asiatico, anche in Europa potrebbero verificarsi accadimenti simili qualora la soglia di attenzione venisse eccessivamente abbassata.

Anche l’Italia non è al sicuro

Il pericolo di intrusioni di jihadisti tramite l’arrivo incontrollato di profughi sulle nostre coste e il rischio della radicalizzazione tramite la rete non sono che soltanto due delle possibilità che porterebbero anche il nostro Paese ad essere un obiettivo dello Stato islamico. E soprattutto adesso – mentre l’Italia si trova ad affrontare una montagna di difficoltà – il terreno potrebbe essere sufficientemente fertile per una nuova avanzata della radicalizzazione religiosa.

Dopotutto, sebbene grazie al lavoro svolto negli ultimi anni questa ipotesi sia sempre stata sventata, anche per l’Italia il rischio è sempre stato dietro l’angolo, pronto a colpire quando meno ce lo si potrebbe aspettare. E nonostante lo stesso Giannini a LaStampa abbia ribadito il profondo impegno dello spionaggio italiano sulla questione, la necessità di sottolineare il pericolo proprio in questo momento spinge a pensare che forse qualcosa sia cambiato in negativo, almeno per quanto riguarda il rischio proveniente dalle cellule jihadiste.

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