Il Sinai è sempre stato il punto debole del sistema difensivo egiziano: lo si è notato, per la prima volta, tra il 2004 ed il 2006 quando ben tre attentati hanno raggiunto le località turistiche più affollate e note della penisola, a partire da quanto accaduto a Taba nell’ottobre 2004, fino a passare per il sanguinoso attacco compiuto a Sharm El Sheik il 25 luglio 2005 in quell’estate contrassegnata, tra le altre cose, dal primo attentato nella metropolitana di Londra. Ma adesso la situazione appare ancora più problematica con il governo del Cairo che non riesce a venirne definitivamente a capo: con la sua natura desertica, con i suoi paesaggi spesso isolati ed impervi, la penisola del Sinai anche in tempo di pace è difficilmente controllabile da parte delle autorità ed oggi parte del suo territorio è sotto un autentico dominio dell’Isis, che oramai da tre anni ha qui installato una delle sue basi più importanti.

ISIS nel Sinai

La recente ondata di attacchi contro militari e poliziotti

L’ex generale Al Sisi ha visto crescere la sua popolarità a cavallo del golpe anti Morsi del 2013 grazie alla sua promessa di ristabilimento dell’ordine nel Paese: l’Egitto post Mubarack e post primavere arabe, è apparso subito molto più vulnerabile e con lo spauracchio dell’avanzata islamista in seno alla società di uno dei più influenti paese africani. In tal senso, Al Sisi ha promesso una lotta senza quartiere tanto al terrorismo quanto al cosiddetto ‘Islam politico’ e quindi a quei Fratelli Musulmani dichiarati non a caso subito fuori legge una volta caduta la breve presidenza di Morsi. Ma i risultati attualmente tardano ad arrivare e se il mondo si è accorto del pericolo terrorismo in Egitto a causa degli attacchi attuati nella capitale, specialmente contro i cristiani copti come accaduto lo scorso 10 aprile, in sordina la provincia del Sinai rischia di scivolare sempre più nel caos e nel disordine, con le autorità centrali in allerta sia per una situazione sempre meno chiara e sia, soprattutto, per possibili attacchi contro obiettivi sensibili e contro i turisti, fonte di reddito irrinunciabile per tutto il paese ma in crisi dal 2011.

 

Non a caso la tattica dell’Isis presente in Sinai non è più quella dell’attacco ai civili ma è in atto, di fatto, un inedito attacco alle autorità dello Stato e quindi alla credibilità stessa del presidente Al Sisi, adesso sempre più sotto pressione: la settimana scorsa, non lontano dalla città di Arish, un commando fedele al califfato (od a quel che ne resta in Mesopotamia) è entrato in azione contro un convoglio della polizia militare attuando una delle più gravi stragi nel paese degli ultimi mesi con 18 membri delle forze dell’ordine uccisi dagli ordigni esplosivi piazzati ai bordi della strada. Ma questo non è stato l’unico episodio del genere: altri 4 poliziotti sono morti il 9 agosto per un attacco dalle dinamiche molto simili, analoga situazione si è verificata ad aprile presso il Monastero ortodosso di Santa Caterina, nel sud della penisola, in cui è rimasto ucciso un sottufficiale dell’esercito. Il quadro e la strategia dei terroristi in Egitto e, in particolare, nel Sinai appaiono quindi tragicamente delineati: l’obiettivo appare essere quello dell’attacco frontale alle istituzioni egiziane e mettere in crisi l’attuale governo.

Le peculiarità dell’Isis nel Sinai

Ma il califfato nella penisola a cavallo tra Asia ed Africa, dove si concentrano alcuni dei più delicati ed importanti passaggi storici tanto dell’antichità quanto della contemporaneità, è davvero così pericoloso? È una domanda che molti analisti continuano a porsi, soprattutto dopo la ritirata dell’Isis tra Siria ed Iraq e dopo lo stallo in cui si è ritrovato impantanato nel deserto libico alle porte di Sirte; un quesito che, indubbiamente, tira in ballo anche la capacità delle autorità egiziane di risolvere autonomamente il problema e porre il terrorismo in ritirata: se tra Siria ed Iraq il califfato ha trovato due stati indeboliti ed in Libia addirittura inesistente, in Egitto lo Stato è ben presente e sembra avere i mezzi per evitare il dilagare del terrorismo anche in un territorio difficile come quello del Sinai ma, attualmente, le autorità del Cairo continuano a subire perdite molto importanti.

Per rintracciare la presenza dell’Isis nel Sinai bisogna risalire a qualche anno addietro: nel gennaio del 2011, a pochi giorni dallo scoppio della primavera araba e delle proteste che porteranno alla caduta della presidenza di Mubarack, si ha per la prima volta notizia della fondazione di un gruppo che viene chiamato Ansar Bayt al-Maqdis, letteralmente ‘Paladini di Gerusalemme’ in arabo. All’epoca ciò che oggi viene identificato come ISIS era attivo solo in Iraq ed era più noto con l’acronimo Isil (Stato islamico dell’Iraq e del Levante, avendo ancora dimensione più locale) e soprattutto non era minimamente conosciuto dai media tradizionali in occidente; dunque, i miliziani autodefiniti Paladini di Gerusalemme non sembravano ancora avere rapporti con la galassia del terrore presente in Mesopotamia; la situazione è però mutata nell’estate del 2014, all’apice dell’espansione territoriale dell’Isis in Iraq e Siria durante la quale la propaganda del califfato ha iniziato a sortire i suoi effetti.

È proprio nel 2014 che il gruppo Ansar Bayt al-Maqdis ha cambiato denominazione in Wilaya Sinai annunciando il legame con l’Isis; da quel momento, la penisola egiziana ha iniziato a convivere con un’importante presenza terroristica legata a doppio filo con i terroristi presenti tra Siria ed Iraq. È proprio il gruppo Wilaya Sinai a rivendicare la bomba piazzata nel 2015 all’interno del volo della Metrojet con a bordo turisti russi partiti da Sharm El Sheik, è tale formazione terroristica ad organizzare l’ondata di attentati che adesso mira a destabilizzare la penisola e, con essa, l’intero Egitto. Con l’indietreggiamento del califfato tra Siria ed Iraq, la rete globale del terrore potrebbe guardare a Wilaya Sinai come nuovo embrione per uno Stato Islamico: Arish, capoluogo del nord del Sinai, viene definita non a caso la nuova ‘Deir Ez Zour’ essendo un centro importante in pieno deserto a pochi passi da un territorio dove le autorità locali non riescono a ristabilire a pieno il controllo.

È in particolare una porzione di territorio a nord del Sinai a preoccupare maggiormente le forze anti terrorismo: l’autostrada tra Arish e Bir Al-Abd sarebbe percorsa, secondo il portale Sinai News, quotidianamente da pick up e carovane di terroristi con una capacità di movimento e spostamento che indica la gravità della situazione; nell’entroterra poi, il quadro viene descritto come ancora più grave con una fascia che va dalla costa fino a circa 50 km a sud di Arish quasi del tutto fuori dal controllo de Il Cairo. Wilaya Sinai potrebbe approfittare proprio della ritirata del califfato in Siria per presentarsi, agli occhi del mondo jihadista, come la nuova frontiera ‘affidabile’ del terrorismo: uno spauracchio per Al Sisi, un problema di stabilità evidente per l’intero Egitto ed un pericolo per tutta l’area mediterranea.

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