Il dato di fatto è che l’Isis come entità territoriale è ormai sconfitto. Non resta che domandarsi ora che cosa faranno i suoi combattenti. O meglio, dove andranno. Gli uomini del Califfato hanno dovuto fare i conti con le loro debolezze, certo. Ma una cosa sicuramente hanno saputo fare in modo molto astuto in questi anni: spostarsi. Usando tunnel e passaggi sotterranei sono riusciti per mesi a muovere materiali esplosivi e persone.

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Il fascino delle bandiere nere, dal momento in cui sono state issate nel  giugno del 2014, ha conquistato cuori e carne di persone da tutte le parti del mondo, attirando combattenti da circa 70 Paesi.

Ora chi ha lasciato la propria casa per raggiungere la Siria e l’Iraq si troverà davanti a un bivio: restare in questi Paesi e provare a riaccendere la miccia attraverso un nuovo Califfato, magari clandestino. 

Un’altra opzione sarebbe quella di rimanere, facendo però riferimento a altri gruppi jihadisti sul territorio, magari in Libia o Pakistan. Non dimentichiamo che il gruppo terroristico Al Qaeda è da anni sparpagliato in diversi Paesi: in Afghanistan (dove si è originato ai tempi dell’invasione sovietica), Somalia, Yemen, Pakistan; ma ha anche affiliati in Tunisia e Mali.

L’altra possibilità è quella di tornare nei Paesi d’origine, magari sfruttando le rotte dei migranti o altre vie parallele. In questo scenario, in fondo, non c’è nulla di nuovo. Basti pensare a  Said e Cherif Kouachi. I due fratelli – che avevano 32 e 34 anni – erano tornati in Francia dalla Siria l’estate del 2015. Sei mesi dopo, l’otto gennaio 2015, il principale quotidiano francese – Le Monde –  titolava in prima pagina “L’11 settembre francese” . Il giorno prima, i due fratelli franco-algerini scatenarono la carneficina nella sede del settimanale satirico Charlie Hebdo

L’attentato è stato frequentemente considerato dai media come il primo attacco – degli ultimi anni – di matrice islamica, dal quale si è poi sviluppata una lunga scia di sangue che si è abbattuta sull’Europa.  Spesso, però, ci dimentichiamo che il principale responsabile dietro al teatro di morte di quel sette gennaio a Parigi è, secondo gli esperti, Al Qaeda, e non lo Stato islamico.  

E anzi, forse, la  “moda” degli attacchi sferrati in questi anni e mesi sul suolo europeo prende spunto proprio da quest’altro affermato, e tuttora attivo, gruppo di stampo islamico fondamentalista.

In fondo, dunque, il fatto che l’Isis stia perdendo le sue città non è un fatto di cui possiamo ancora gioire. Ormai l’appeal dei soldati del Califfato è stato lanciato. E qualcuno pronto a rivendicare – su chissà quale base – il prossimo attentato non mancherà.

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 L’Isis è da sempre un gruppo terroristico dai confini e dalla linea indefinita e c’è da sperare che la sua più grande debolezza non diventi, ora, il suo principale punto di forza.  

Intanto fonti ufficiali siriane riferiscono che alcuni foreign fighter dell’Isis hanno già lasciato Raqqa – ex  capitale del Califfato nel Paese – grazie all’accordo raggiunto nelle ultime ore dal Civil Council della città, in base al quale anche loro, insieme a civili e combattenti siriani, hanno la possibilità di uscire dalla città.