Tre cittadini francesi sono stati condannati a morte in Iraq con l’accusa di essersi uniti allo Stato islamico. Catturati in Siria dalle Forze democratiche siriane (Sdf) mentre combattevano a fianco dell’Isis, Kévin Gonot, Léonard Lopez e Salim Machou sono stati estradati in Iraq lo scorso febbraio e poi processati.

Come loro, altri dieci cittadini francesi aspettano l’inizio dell’iter giudiziario nelle prigioni irachene, trasferiti dalla Siria grazie alla collaborazione tra il presidente francese, Emmanuel Macron, e il suo omologo iracheno, Barham Salih.

Giudicati colpevoli di aver fatto parte dello Stato islamico, Gonot, Lopez e Machou sono i primi foreign fighter francesi a essere condannati da Baghdad alla pena capitale.

A partire da ora, i tre combattenti hanno 30 giorni di tempo per presentare ricorso in appello. “Tutti e tre hanno respinto la sentenza” – ha raccontato un funzionario del tribunale, sotto anonimato – “chiedendo di essere processati in Francia, ma i giudici hanno ignorato la richiesta”.

La posizione della Francia

Appresa la notizia, il ministro degli Esteri francese, Jean-Yves Le Drian, ha condannato il ricorso alla pena di morte “in ogni momento e in ogni luogo”, ma ha riconosciuto la competenza a giudicare delle autorità irachene, ribadendo che i membri dello Stato islamico “devono rispondere per i loro crimini”.

Allo stesso tempo, il ministero ha assicurato che l’ambasciata francese in Iraq sta adottando “le misure necessarie per informare le autorità irachene della sua posizione contro la pena di morte”. Una formula quantomeno generica: in sostanza, ai tre cittadini verrà assicurata una rappresentanza legale “perché possano far ricorso contro la sentenza, pur nel rispetto delle norme irachene”.

La Francia sta perseguendo una politica rigorosa nei confronti dei foreign fighter, rifiutandone il ritorno in patria. La questione dei foreign fighters è prioritaria per Parigi, considerando che, secondo i dati diffusi dal Parlamento europeo, 1.910 persone sarebbero partite alla volta della Siria. Di queste, 225 – pari al 12% – sarebbero già rientrate in Francia, mentre altri 130 cittadini francesi sarebbero ancora detenuti all’interno delle carceri curde.

Pena di morte per i foreign fighter

L’Iraq ha messo sotto processo centinaia di persone sospettate di avere legami con lo Stato islamico, condannandoli alla pena capitale o all’ergastolo. Finora, però, la condanna a morte non sarebbe ancora stata eseguita per nessun cittadino straniero.

Nel Paese mediorientale, la pena capitale è legale. Secondo l’organizzazione non governativa Amnesty International, l’Iraq sarebbe nel mondo uno degli Stati con il più alto tasso di condanne a morte. All’interno della regione Mena, in particolare, l’Iraq manterrebbe il primato, insieme a Iran e Arabia Saudita, a tal punto che le condanne a morte eseguite in questi Paesi nel 2018 costituirebbero ben il 91% del totale delle pene capitali nella regione.

Dopo la caduta del califfato, Baghdad si è offerto di processare gli ex combattenti dell’Isis detenuti all’interno delle prigioni curde siriane. Tra questi, almeno 800 sarebbero cittadini europei. Se non rimpatriati nei relativi Paesi di origine, questi individui potrebbero rischiare dunque la stessa sorte dei tre cittadini francesi.

A partire dal 2011 – anno di inizio della guerra civile siriana – tra i 3.922 e i 4.294 combattenti europei sono partiti alla volta del Siraq, per unirsi alle organizzazioni terroristiche, prima fra tutte lo Stato islamico.

Il loro rimpatrio è di competenza dei singoli Paesi europei, ma per molte ragioni è tutt’altro che semplice. Da un lato, infatti, la nazionalità europea dà diritto ai jihadisti di tornare nei Paesi di origine; dall’altro, il loro rientro rappresenta una possibile minaccia per la sicurezza nazionale.

Le loro competenze, acquisite durante la permanenza in zone di guerra, autorizzano a temere che possano continuare a diffondere l’ideologia dell’Isis in Europa, attraverso azioni di proselitismo, di raccolta fondi e di facilitazione delle operazioni terroristiche.

E il dilemma della Francia potrebbe riguardare a breve altri Paesi europei.