L’Iran sarebbe il “nuovo Afghanistan” secondo il Segretario di Stato americano Mike Pompeo. A conferma di questo, l’uccisione, il 7 agosto scorso, del n.2 di Al Qaeda Abdullah Ahmed Abdullah, accusato di essere una delle menti degli attacchi mortali del 1998 contro le ambasciate americane in Africa e meglio noto con il nome di battaglia Abu Muhammad al-Masri. Il terrorista è stato ucciso in quel di Teheran insieme a sua figlia, Miriam, la vedova del figlio di Osama bin Laden, Hamza bin Laden.

L’omicidio di al-Masri

Da subito, l’uccisione di al-Masri era stata avvolta dal mistero. Nell’immediato, Al Qaeda non ne aveva annunciato la morte, tantomeno l’intelligence iraniana. A lungo inserito nella lista dei most wanted terrorist dell’FBI, era stato incriminato negli Stati Uniti per crimini legati ai bombardamenti delle ambasciate statunitensi in Kenya e Tanzania: i federali avevano posto sulla sua testa una taglia da 10 milioni di dollari. Secondo le fonti americane, al-Masri (nato ad Al Gharbiya, in Egitto) era sotto protezione dell’Iran dal 2003, ma almeno dal 2015 viveva liberamente nel quartiere dei Pasdaran di Teheran.

Nell’immediato, il governo iraniano aveva negato l’uccisione. Anzi, i media iraniani, pochi giorni dopo la sparatoria, riferirono l’uccisione di un misterioso docente libanese (identificato come ‘Habib Daoud’) e di sua figlia, mentre i social media legati ai Guardiani della Rivoluzione riferirono dell’uccisione di un militante del movimento sciita Hezbollah. Washington, invece, credette fin da subito che Habib Daoud fosse la copertura assegnata ad al-Masri nella Repubblica Islamica.

Le dichiarazioni di Pompeo

Secondo Pompeo i legami tra Teheran e al-Qaeda hanno iniziato a cementarsi notevolmente nel 2015, quando l’amministrazione Obama, insieme a Francia, Germania e Gran Bretagna, era alle prese con il Jcpoa. L’Iran governato dagli sciiti e Al Qaeda prevalentemente sunnita sono stati a lungo considerati nemici nella regione e, sebbene siano stati segnalati agenti qaedisti che utilizzano il territorio iraniano, le affermazioni di un maggiore coordinamento sono state precedentemente accolte con scetticismo all’interno sia dell’intelligence che del Congresso.

Le accuse del Segretario di Stato uscente sono state mal digerite dal ministro degli Esteri iraniano Mohammad Javad Zarif, che ha prontamente accusato Pompeo di “bugie guerrafondaie” in un tweet. In questo c’è il timore fondato che il governo degli Stati Uniti possa utilizzare questa presunzione per condurre un’escalation ai danni del governo iraniano sotto altre forme: ai sensi della legislazione statunitense, l’autorizzazione all’uso della forza militare dal 2001 consente alle forze statunitensi di perseguire Al Qaeda ovunque nel mondo. Una mossa che l’amministrazione Trump, anche nelle ultime battute del suo mandato, avrebbe potuto utilizzare per lasciare un’impronta nella regione: tuttavia, gli eventi degli ultimi giorni rendono questa opzione pressoché impossibile. Sono in molti, inoltre, nell’establishment attuale di Washington e in numerosi think tank, a credere che questa ipotesi sia poco plausibile: ciò che non convince è la tempistica con la quale Pompeo avrebbe fatto le sue rivelazioni. Nello stesso discorso, inoltre, Pompeo si è spinto oltre, annunciando una ricompensa di 7 milioni di dollari per chiunque abbia informazioni su un membro di Al Qaeda che si crede sia in Iran, identificato come Muhammad Abbatay o come Abd al-Rahman al-Maghrebi.

Cosa sappiamo sui due “frenemies

Esistono prove, al netto dell’uccisione di al-Masri, a sostegno di quanto dichiarato da Pompeo? In parte sì.

Nel gennaio del 2017 la direzione della National Intelligence americana annunciò la pubblicazione su internet dell’ultima parte dei documenti trovati nel covo di Osama bin Laden ad Abbottabad, in Pakistan, nel 2010. L’amministrazione Obama aveva già declassificato e rilasciato alcuni dei Bin Laden files che evidenziavano abbastanza chiaramente le tensioni tra Iran e Al Qaeda, mantenendo invece classificati tutti quelli che potessero compromettere gli accordi sul nucleare. L’ulteriore declassificazione, invece, aveva portato a galla altri documenti che provavano, tra le altre cose, propri i legami cooperativi tra Al Qaeda e l’Iran. Alcuni dettagli erano cose ben risapute, come il fatto che il governo iraniano, dopo l’attacco americano in Afghanistan, dette rifugio ai capi di Al Qaeda in fuga e aiutò il gruppo a ricostituirsi in barba all’atavica frattura tra sunniti e sciiti.

Tra i vari file un documento di 19 pagine che contiene le osservazioni valutazione di un alto jihadista sulle relazioni del gruppo con l’Iran. L’autore spiega che l’Iran ha offerto ad alcuni “fratelli sauditi” “tutto ciò di cui avevano bisogno”, inclusi “soldi, armi” e “addestramento nei campi di Hezbollah in Libano, in cambio di interessi americani in Arabia Saudita e nel Golfo”. L’intelligence iraniana avrebbe, inoltre, facilitato il viaggio di alcuni agenti attraverso l’elargizione generosa di visti, mentre ne proteggeva altri. Abu Hafs al-Mauritani, un influente ideologo qaedista, prima dell’11 settembre, avrebbe contribuito, ad esempio, a negoziare un rifugio sicuro per i suoi compagni jihadisti all’interno dell’Iran. I file mostrano anche come le due parti abbiano avuto accesi disaccordi in passato: ciononostante, lo stesso bin Laden avrebbe invitato alla cautela quando si trattava di minacciare l’Iran. In una lettera precedentemente rilasciata, avrebbe descritto il Paese proprio come “la principale arteria di Al Qaeda per i fondi, il personale e le comunicazioni”.