Lo chiamavano il valoroso cavallo dei “Jawbreaker”, ed è stato l’elicottero che ha infiltrato la Cia in Afghanistan all’indomani degli attentati dell’ 11 settembre. Il compito non era semplice: “Andate a trovare chi comanda Al Qaeda e uccidetelo. Li elimineremo. Prendi Bin Laden, trovalo. Voglio la sua testa in una scatola per mostrarla al presidente”. Era questo l’ordine che il capo dell’agenzia di spionaggio aveva dato ai membri del cosiddetto Nalt – “Northern Afghanistan Liaison Team” – il gruppo di operativi che doveva muovere la guerra in Afghanistan per vendicare l’attentato che aveva colpito il cuore dell’America.

Oggi quell’elicottero panciuto e scuro come la notte, un Mi-17 Hip di fabbricazione russa che portava come codice identificativo il numero “91101” per evitare il fuoco amico e ricordare quella data infausta, è tornato casa, esposto nel memoriale della Central intelligence agency a Langley come simbolo della sua incredibile storia.

Otto giorni dopo gli attacchi alle Torri Gemelle dell’11 settembre 2001, l’ordine era di schierare una piccola squadra di operatori nella valle afghana del Panjshir (via Uzbekistan) per trovare e accordarsi con i mujahideen del Nord che avrebbero dovuto appoggiare una guerra contro Al Qaeda. Gli “spacca mascelle” della Cia atterrarono per la prima volta con tre milioni di dollari in contanti, suddivisi in tre semplici scatole di cartone, da consegnare ai signori della guerra dell’Alleanza del Nord come Fahim Khan (e altri con i quali la Cia forse aveva mantenuto i rapporti dopo averli foraggiati per combattere i sovietici) per permettergli di pagare le loro truppe e di convincere altre tribù a radunarsi e combattere il nuovo nemico numero uno degli Stati Uniti: Osama Bin Laden e i suoi talebani. Dopo un mese di minuzioso lavoro di intelligence e trattative svolto sotto copertura, il team speciale della Cia gettò le basi per far mettere gli “scarponi a terra” ad un piccolo contingente d’élite dei Berretti Verdi, noto come Oda 595, Operational Detachment Alpha 595, unità che avrebbe raggiunto l’Afghanistan sugli elicotteri del 160th Soar, e che avrebbe proseguito la propria missione a cavallo, con abiti locali e turbanti in testa per mimetizzarsi tra i mujahideen: come dei moderni Lawrence d’Arabia.

Il grosso elicottero russo, posato su un apposito piedistallo che simula le rocce impervie del suolo afgano, è un simbolo degli sforzi eroici che gli Stati Uniti hanno condotto per rimediare all’imperdonabile errore di valutazione che ha condotto a un attentato di una tale portata da cambiare per sempre la vita in tutto l’Occidente.

Gli operatori della Cia atterrarono in Afghanistan su questo “robusto e affidabile” elicottero russo per “correggere un terribile errore”, hanno dichiarato durante l’inaugurazione del memoriale Gina Haspel, attuale direttore dell’agenzia, e Gary Schroen, veterano della Cia che su quel Mi-17 volò proprio nella prima missione sulla valle del Panjshir, a meno di 5mila metri in quello che poteva essere considerato un territorio più che ostile. Durante la cerimonia Schroen ha raccontato: “Eravamo molto pesanti, tra i passeggeri, le armi, il carburante, le munizioni e tutte le altre attrezzature, la squadra stava spingendo il carico utile dell’elicottero al limite”. “Non erano affari come al solito”, ha ricordato Schroen, “guardandoti intorno nello scompartimento, avresti pensato potessero esserlo”, ma “nessuno si soffermava sul pericolo in cui ci trovavamo”, perché quella volta gli agenti della Cia erano partiti per vendicare la morte di 2.974 vittime innocenti. Ci vorranno dieci anni per raggiungere l’obiettivo e vendicare quelle vite spezzate. La testa di Osama Bin Laden finirà nelle mani dei Navy Seal del Team Six solo nel 2011. Mentre l’invasione dell’Afghanistan si rivelerà un mastodontico fallimento di strategia militare. Ma il compito affidato agli “spacca mascelle” della Cia e agli “horseman” dei Berretti Verdi poteva essere considerato portato a termine con il massimo successo.

Per questo dopo 18 anni, e centinaia di voli avanti e indietro sul territorio nemico, il vecchio 91101 è tornato a casa con tutti i 10mila pezzi che lo compongono; e Schroen, davanti a quell’elicottero che conosce così bene, ha affermato che lì, immobile nel memoriale di Langley, resterà per sempre un simbolo dello sforzo compiuto dalla Cia, e un’ispirazione per chiunque lo guardi, ricordando a ogni uomo e donna dall’agenzia che ciò che apparentemente sembra impossibile in realtà è “realizzabile”.