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L’Egitto è da decenni un punto di riferimento tanto politico quanto militare per il medio Oriente; la sua posizione geografica, adagiata tra il continente africano e quello asiatico, lo rende punto di incontro tra il Maghreb ed i paesi del golfo persico e dell’Asia minore e ciò che avviene al suo interno non può non influenzare l’intero mondo arabo. Ecco il perché dell’importanza della stabilità dell’Egitto, punto cardine per gli equilibri dell’intera regione già nell’immediato secondo dopoguerra; ma in questi anni qualcosa in tal senso sembra cambiare in negativo: prima la rivolta ricadente all’interno della cosiddetta ‘primavera araba’, che nel 2011 ha contribuito a far cadere il governo di Mubarack, poi l’arrivo al potere dei Fratelli Musulmani ed infine le nuove proteste che nel luglio del 2013 hanno convinto l’esercito ad agire e ad aprire la strada all’elezione di Al Sisi alla presidenza. Due stravolgimenti politici in pochi anni hanno avuto un impatto importante anche in seno alla società, aprendo dei varchi non indifferenti al dilagare delle formazioni terroristiche: gli ultimi episodi di questi giorni, confermano come la stabilità dell’Egitto rischia di essere seriamente compromessa.

Il paese attaccato su più fronti: il tentativo di infiltrazioni jihadiste dalla Libia

Fino a poche settimane fa, sembrava il Sinai il fronte più caldo della lotta al terrorismo in Egitto: in effetti, la frequenza degli attacchi contro postazioni di Polizia e dell’esercito, così come la formazione di un piccolo ‘nucleo’ del califfato islamico all’interno della penisola, hanno posto le zone più orientali del paese in una situazione molto difficile in cui il governo centrale non sembra al momento in grado di ristabilire il pieno controllo del territorio. In questa zona dell’Egitto, ad agire è una cellula dell’ISIS denominata Wilaya Sinai, sorta nel 2011 e considerata affiliata al califfato di Al Baghdadi dal 2014; sono proprio i miliziani di questo gruppo jihadista ad aver dato maggior filo da torcere alle forze de Il Cairo, soprattutto tra la città di Al Arish e quella di Bir Al-Abd, dove diversi quotidiani locali riportano come ogni giorno diverse carovane dell’ISIS riescono a percorrere le strade di questa parte del Sinai.

Pur tuttavia, le autorità centrali hanno riscontrato gravi problemi di sicurezza anche presso i confini occidentali del paese: in particolare, come riporta AgenziaNova, l’aviazione egiziana è stata costretta ad entrare in azione presso la frontiera con la Libia, lì dove alcuni rilevamenti hanno constatato il tentativo di ingresso in Egitto da parte di un consistente numero di miliziani. A darne notizia è stato Tamer al Rifae, portavoce delle forze armate egiziane, il quale ha specificato come ad essere stati presi di mira dai raid de Il Cairo sono stati otto suv con a bordo numerosi terroristi ed ingenti quantitativi di armi e munizioni; i mezzi individuati erano oramai in procinto di oltrepassare il confine egiziano arrivando dal territorio libico e, probabilmente, dalla provincia di Al Kufra. E’ proprio in questa porzione di deserto del Sahara che, ultimamente, sono stati segnalati diversi movimenti di gruppi legati all’ISIS verosimilmente scappati lo scorso anno da Sirte a seguito dei raid degli USA e dell’avanzata delle milizie di Misurata.

E’ probabile che anche nei prossimi giorni e nelle prossime settimane, altri gruppi di miliziani potrebbero tentare di mettere piede in Egitto; il confine in questione infatti, è difficile da controllare per via della natura del suo territorio aspro e desertico ed inoltre, con un’instabilità in Libia sempre più preponderante, ulteriori ‘fughe’ da parte di militanti islamisti verso il confine egiziano non sono da escludere.

L’agguato contro i poliziotti ad Al-Wahat al-Bahriya

Ma l’episodio che senza dubbio ha maggiormente scosso l’Egitto risale allo scorso venerdì: in questo caso, l’attacco contro alcune forze speciali de Il Cairo è avvenuto non lontano dalla capitale ed a pochi chilometri a sud di Giza; non si è trattato quindi né dell’ennesimo attacco contro la Polizia nel Sinai e né, tanto meno, di un qualcosa legato all’instabilità dei confini occidentali del paese, bensì un attentato avvenuto grazie ad una trappola pianificata nel cuore del territorio egiziano. Come spiegato dalle stesse autorità, i terroristi sono riusciti a sapere con anticipo di una vasta operazione delle forze speciali volta a scovare nascondigli e rifugi nei pressi dell’oasi di Al-Wahat al-Bahriya; una volta arrivati a destinazione, è scattato l’agguato ad opera dei miliziani i quali hanno, tra le altre cose, anche lanciato diversi ordigni nei confronti dei poliziotti. Il bilancio per le autorità egiziane è molto pesante: più di cinquanta membri delle forze speciali risultano essere stati uccisi, tanti altri feriti e nessun obiettivo della missione realmente raggiunto.

Non solo quindi un grave tributo di sangue, ma anche uno smacco non indifferente per le autorità centrali e per il governo di Al Sisi, che del ripristino dell’ordine e delle condizioni di sicurezza ne ha fatto il principale cavallo di battaglia del proprio programma politico; il gruppo che ha agito ad Al-Wahat al-Bahriya potrebbe non essere legato all’ISIS: da Il Cairo infatti, fanno sapere che l’operazione poi fallita era rivolta contro miliziani affiliati ad Hasm, legati più all’ideologia dei Fratelli Musulmani che al califfato, rimane però il fatto che in un punto certamente non periferico del paese un pugno di terroristi è riuscito a mettere gravemente sotto scacco le forze speciali intervenute in funzione anti islamista. E’ evidente quindi come l’Egitto viva una fase delicata sul fronte della lotta al terrore e rischia una vera e propria destabilizzazione; tanto il fronte orientale del Sinai, quanto i confini occidentali sembrano sotto pressione, mentre la minaccia non arriva soltanto dall’ISIS ma anche da altre formazioni minori operanti da diversi anni, come dimostra il massacro di poliziotti di Al-Wahat al-Bahriya.

Il Cairo si trova tra più fuochi: da un lato, il rischio derivante dalla penisola del Sinai con i suoi gruppi che da più di tre anni costituiscono parte organica dello Stato Islamico al di fuori di Siria ed Iraq, dall’altro i pericoli di un ‘contagio’ della destabilizzazione libica e, infine, le minacce che arrivano dal fronte interno con un paese alle prese con un’opinione pubblica intimorita e sotto pressione. Il fragile equilibrio egiziano rischia di essere un’altra (ennesima) brutta notizia tanto per il medio oriente quanto per l’intera regione mediterranea.

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