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Il mondo finanziario sta vivendo, negli ultimi mesi, un crescendo di fenomeni legati alla speculazione. Il più noto è sicuramente il bitcoin. Le operazioni di speculazione finanziaria sulla criptomoneta hanno portato a incredibili impennate e repentine discese del suo valore.

Speculazione si continua a fare sui derivati, sui futures e sui cosiddetti titoli junk (“spazzatura”). Il risultato? Un’instabilità finanziaria costante, che tiene in ostaggio interi comparti bancari, non ultimo quello italiano, come un recente documento dichiarava. In un settore in cui l’unica soluzione sembra essere il “tirare a campare” finché non scoppia una nuova bolla, c’è chi potrebbe avere, da tempo, la soluzione ai problemi.

La finanza del Corano cresce a dismisura

Il modello che inizia a essere portato come riferimento virtuoso è nientemeno che quello islamico. Giudicato oscurantista, maschilista e retrogrado nei dettami che regolano la vita quotidiana, potrebbe essere invece rivalutato per i limiti imposti all’attività finanziaria. Il fenomeno si chiama finanza islamica ed è in realtà vecchio quanto l’islam stesso, giacché ne ricava i principi direttamente dal Corano.

La finanza secondo sharia (legge islamica) è praticata ovviamente nei Paesi ove vige tale legislazione e dagli operatori che la rispettano. IlSole24Ore lo scorso dicembre diceva apertamente “dimenticate il bitcoin e studiate il Corano”. Perché? Secondo il quotidiano di economia il valore della finanza islamica sarebbe cresciuto a dismisura negli ultimi anni. 2,5 trilioni di dollari è, secondo ilSOle24Ore, il valore attuale della finanza musulmana. Un valore destinato a crescere nei prossimi anni, secondo le stime del Fondo Monetario Internazionale.

Sukuk e divieto di speculazione, questa la ricetta della sharia finanziaria

Lo sviluppo di questa realtà è arrivato anche grazie alla diffusione dei sukuk. Si tratta dell’equivalente delle nostre obbligazioni, con una piccola differenza. A differenza delle obbligazioni classiche i sukuk corrispondono ad una quota legata ad un certo progetto, per lo più immobiliare o infrastrutturale e quindi reale e tangibile. Alcuni portali d’informazione economica confrontano il modello dei sukuk con quello del crowdfunding, trovando ben poche differenze. In entrambi i casi c’è un promotore che chiede alla comunità di supportare il suo progetto, in cambio di una ricompensa proporzionale al sussidio finanziario.

Ciò che differenzia il sukuk dal crowdfunding è solo il rigido protocollo islamico. Divieto di applicazione di qualsiasi tipo d’interesse a cui si aggiunge il concetto di halal (conforme alla sharia). Ovvero tutto ciò che concerne il progetto non deve avere a che fare con gioco d’azzardo, alcool, commercio di grasso animale, ma anche alcuni trucchi e vestiti cui è apposto il divieto negli scritti sacri del’Islam. È facile intuire che con regole così precise e rigide, ma soprattutto senza la possibilità di esercitare l’interesse, la finanza diventi più stabile ed equa.

Le banche italiane saranno salvate dall’Islam?

Vantaggi che non sono sfuggiti nella penisola italiana, dove gli scossoni bancari continuano a far tremare i risparmi dei cittadini. “E se fossero i Paesi musulmani a salvare gli istituti di credito d’Italia e d’Europa?” ha detto Pierfrancesco Gaggi, come riportato su La Stampa, a margine di un incontro organizzato alla sala Mappamondo della Camera dei Deputati. Giudizio positivo arrivato anche da Riccardo Monti, Presidente di Italferr, che descrive i sukuk come “un’ottima opportunità per le infrastrutture italiane”. Parole d’elogio sono arrivate persino dal Vaticano stesso che per bocca di Roberto Carulli, Capo Ufficio dell’Apsa (Amministrazione Patrimonio Sede Apostolica) si è così espresso: “Con la finanza islamica ci accomunano i principi di fratellanza e di giustizia distributiva”.

Somiglianze che in effetti non sfuggono se vengono letti i testi della Teologia Scolastica, dove l’usura e i prestiti a interesse sono condannati senza appello. Concretamente lo scorso dicembre è arrivata al Parlamento italiano una proposta di legge, che ha tra i suoi punti l’apertura alla finanza islamica in Italia. L’ostacolo più grande sembrerebbe quello legato alla doppia imposizione fiscale, necessaria per trattare i prodotti finanziari islamici, ma che è de facto vietata dall’art. 53 della Costituzione italiana. I contatti però restano vivi, così come la volontà di andare oltre e capire se la sharia finanziaria possa essere un semplice partner o un modello da cui prendere spunto.