La guerra tra Israele e Hamas non si ferma e gli islamisti iniziano a leccarsi le ferite. Negli ultimi due giorni infatti l’aviazione israeliana ha causato danni pesanti alle infrastrutture di Hamas in tutta la Striscia di Gaza (più di 650 target strategici colpiti) ed ha anche eliminato due comandanti di alto rango dell’organizzazione terrorista palestinese, precisamente Bassem Isa, a capo della Brigata di Gaza City e Jamaa Tahla, dirigente della rete cyber e responsabile del programma per gli studi sull’arsenale missilistico. Ignote inoltre le sorti del comandante delle brigate Ezzedin al-Qassam, Mohammed Deif, dato per morto dagli israeliani in seguito al bombardamento dell’edificio nel quale doveva trovarsi, ma con immediata smentita di Hamas. Nelle prime ore di giovedì è stata bombardata anche la casa di un altro alto comandante, Iyad Tayeb.

Impressionante il numero di razzi partiti da Gaza verso Israele, più di 800 in 24 ore, una parte dei quali abbattuti dall’Iron Dome, lo “scudo” che protegge Israele, ma alcuni hanno “bucato” la protezione ed hanno causato danni e tre morti: un militare, una donna di 87 anni e un bambino di 5 anni. Intanto i carri armati di Gerusalemme si ammassano al confine con Gaza, affiancati dagli Tzanhanim (i paracadutisti) e la Brigata Golani, in previsione di una seconda fase di terra ancora non confermata e nella giornata di giovedì il comandante a capo dell’Israel Defense Forces-Idf, il generale Aviv Kohavi si consulterà con i suoi ufficiali e con il governo per valutare l’opzione. Il Comando Sud dell’Idf e la Divisione Gaza hanno elaborato un dettagliato piano, come reso noto dal portavoce dell’esercito israeliano, Hidai Zilberman. Sembra inoltre che nelle ultime ore il fuoco dell’aviazione israeliana si stia concentrando sulle postazioni anti-carro, un segnale interessante. Richiamati anche 9 mila riservisti.

La questione di Sheikh Jarrah

Hamas ha lanciato la solita propaganda in salsa di “guerra santa”, stavolta per voce di Abu Ubaida, portavoce delle brigate Ezzedin al-Qassam che ha affermato di essere pronto a mobilitare forze di terra, aeree, marittime e di aver preparato per Israele una “diverse tipologie di morte”.

Sul campo però la situazione appare complicata per Hamas che sta subendo perdite pesantissime a Gaza con raid che hanno colpito quartier generali, banche degli islamisti, edifici controllati dalla sicurezza, postazioni cyber, insomma, l’Idf sa bene dove colpire per infliggere il massimo dei danni.

Eppure Hamas è arrivata a lanciare un ultimatum a Israele per la questione degli sfratti di Sheikh Jarrah, una problematica più di giurisprudenza interna israeliana che politica (edifici, alcuni dei quali abusivi, costruiti su terreno di privati e abitati da inquilini, alcuni dei quali che non pagavano neanche l’affitto, per dirla in poche parole).

Dai proclami di Mohammed Deif in sostegno agli sfrattati si è passati alle proteste sulla Spianata e Hamas era ben consapevole del fatto che la polizia anti-sommossa israeliana sarebbe intervenuta senza troppi complimenti per far sgombrare la zona, qual miglior occasione per invocare la dissacrazione di uno dei principali luoghi sacri dell’Islam, proprio a fine Ramadan, oltre che la cacciata dei palestinesi dalle proprie case?

Così, mentre i rivoltosi issavano la bandiera di Hamas sul tetto della Moschea, l’organizzazione islamista lanciava addirittura un ultimatum a Israele, le ore 18 di domenica 10 maggio, per “cessare l’aggressione a Sheikh Jarrah”, dopo di che una pioggia di razzi contro Israele. Attenzione, perchè un’escalation del genere non può avere nulla di improvvisato, ma necessita di una preparazione specifica con posizionamento e camuffamento delle postazioni di lancio, protezione dei target sensibili, trasferimento di armamenti e uomini; non si tratta certo di un’operazione attuabile dalla sera alla mattina.

Perche Hamas si è mossa proprio ora

A questo punto sorge spontanea una domanda: perché Hamas ha deciso di scatenare l’escalation proprio ora? I motivi possono essere molteplici.

Per prima cosa i leader di Hamas, convinti di un’imminente grande vittoria elettorale, non hanno affatto gradito la decisione del presidente dell’Autorità Nazionale Palestinese, Mahmoud Abbas, di posticipare il voto dal 22 maggio al 31 luglio. Non a caso all’anziano leader dell’Anp che già aveva perso popolarità, tale decisione è costata l’accusa di “collaboratore di sionisti” e di “agente degli Usa”, proprio per conto di Hamas.

Inoltre, gli islamisti avevano scelto come tema centrale del voto la lotta per la conquista di Gerusalemme e di al-Aqsa, presentando la lista “Gerusalemme è il nostro destino”. Mossa strategica per impadronirsi di una zona, quella di Gerusalemme Est, storicamente più vicina ad ex ambienti Olp e Fronte Popolare. A questo punto non poteva esserci nulla di meglio che una rivolta nel luogo sacro simbolo, al-Aqsa, nel mese di Ramadan e con tanto di attenzione internazionale da parte dei media. Hamas così si presenta come paladino dei palestinesi anche a Gerusalemme, dove sogna di poter mettere le mani e nel contempo mette in pessima luce una Anp sempre più annichilita; per Hamas l’aver issato la propria bandiera sul tetto della Moschea ha un importanza simbolica enorme, più di quanto si possa pensare.

Vi è poi una secondo elemento che può aver fatto muovere Hamas e cioè la situazione interna alla Striscia di Gaza, dove dominano indisturbati dal 2006, quando vinsero le elezioni. Da allora gli islamisti non hanno mai indetto nuove elezioni, hanno sistematicamente perseguitato gli oppositori e nel contempo la situazione della popolazione è sempre più problematica sia sul piano economico e sociale che su quello sanitario, in particolare dopo l’emergenza Covid. Hamas accusa Israele ma nel contempo utilizza i finanziamenti che le arrivano da Iran e Qatar per gli armamenti. Una guerra serve dunque a Hamas anche per distogliere l’attenzione dalle problematiche interne, perchè la vittoria elettorale è si plausibile, ma potrebbe non essere così schiacciante.

In ultimo, è plausibilissimo che l’offensiva scatenata da Hamas e dalla Jihad Islamica Palestinese possa anche essere un test su commissione iraniana e di Hezbollah per verificare e valutare le capacità difensive di Israele. A tal fine è bene tener presente cosa ha detto la scorsa settimana il comandante delle Guardie Rivoluzionarie, Hossein Salami, ovvero che Israele sarebbe particolarmente vulnerabile a un attacco su vasta scala in quanto Paese di piccole dimensioni. Non bisogna infatti dimenticare che l’Iran ha ripetutamente accusato lo Stato ebraico di essere responsabile degli omicidi di diversi scienziati nucleari iraniani tra cui Mohsen Fakhrizadeh, ucciso lo scorso novembre. Gli ayatollah avevano promesso una risposta e questa escalation potrebbe anche, ma non soltanto, essere un test. Non a caso fonti israeliane vicine all’intelligence rivelavano la presenza a Beirut di una “joint-war room” gestita da iraniani e Hezbollah assieme ad alti membri di Hamas e della Jihad Islamica Palestinese.

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