Il recente e sanguinoso attentato di Mosca, paragonabile alle stragi del teatro Dubrovka del 2002 e di Beslan nel 2004, ha riacceso i riflettori sull’Isis e su una regione del globo particolare: l’Asia centrale.
I primi quattro terroristi arrestati dalle forze di sicurezza di Mosca, sono infatti originari del Tagikistan, una delle repubbliche nate dalla dissoluzione dell’Unione Sovietica che confina con l’Afghanistan, la Cina, l’Uzbekistan e il Kirghizistan nonché non molto lontana dal Pakistan settentrionale.
In questa parte del mondo i confini sono effettivi solo sulle mappe, e la geografia fatta di alte montagne in un territorio dal clima ostile, quindi scarsamente popolato, facilità il passaggio clandestino di persone tra uno Stato e l’altro. Lo sanno bene gli americani, che non hanno sconfitto i talebani anche perché potevano trovare rifugio in “santuari” in Pakistan, e lo sanno bene i russi che al tempo della guerra dell’Urss in Afghanistan non sono riusciti a debellare la resistenza che si rifugiava sulle montagne e nelle aspre vallate del Paese.
Oggi, in questa regione, la presenza del terrorismo islamico non è più catalizzata da al-Qaeda, bensì da un altro gruppo affiliato all’Isis che prende il nome di Isis-Khorasan, o per meglio dire Iskp (Islamic State Khorasan Province). Avverso agli stessi talebani, e combattuto dall’Iran, l’Iskp si è macchiato di diversi attentati negli ultimi anni tra cui quello all’aeroporto di Kabul ad agosto 2021 che ha causato più di 170 morti tra la popolazione afghana, in un momento in cui le forze della coalizione occidentale stavano abbandonando il Paese. All’inizio del 2022 le forze combattenti dell’Iskp sono state stimate in circa 3mila militanti, in parte a causa del rilascio o della fuga dei prigionieri dalle prigioni afghane a seguito della caotica e frettolosa ritirata occidentale. Oltre a combattere i talebani l’Iskp ha lanciato una serie di attacchi in Pakistan e Iran tra il luglio 2023 e il gennaio 2024, quando nel quarto anniversario della morte del comandante iraniano Qassem Soleimani, ha attaccato la folla vicino alla sua tomba nella città di Kerman.
Proprio l’Is ha rivendicato l’attacco a Mosca su diversi canali, tra cui la sua rivista ufficiale, e sebbene i terroristi avrebbero potuto facilmente passare il confine russo attraverso l’Asia centrale praticamente inosservati, per potersi muovere liberamente in Russia e stabilire una centrale operativa era necessario entrarci legalmente, quindi è spiegato il loro ingresso dalla Turchia.
Gli “-stan” sono crocevia del terrorismo dello Stato Islamico, e lo sa bene anche Pechino che proprio in funzione di questa minaccia ha tenuto le prime esercitazioni congiunte con Mosca nel 2021 svoltesi in Cina per “il mantenimento della sicurezza e della stabilità nella regione asiatica con un’operazione militare congiunta per combattere forze terroristiche”. L’allora ministro della Difesa cinese Wei Fenghe aveva dichiarato, proprio da Dushanbe, che si augurava che nella lotta congiunta contro il terrorismo, le due parti potessero raggiungere un comune indirizzo, rafforzare la cooperazione e coordinare le azioni, salvaguardando risolutamente gli interessi fondamentali di Cina e Russia.
La guerra in Ucraina era ancora lontana, e soprattutto Mosca pensava che si potesse risolvere in poco tempo (da qui la denominazione “operazione militare speciale”), pertanto negli “-stan” aleggiava ancora la presenza della potenza militare russa, la cui nomea si è sgretolata proprio nei due anni di conflitto e ha portato a sommovimenti in tutta la periferia russa compresa l’Asia centrale che ha visto il rinascere di scontri di confine tra Tagikistan e Kirghizistan.
La situazione in Ucraina ha quindi palesato i più oscuri timori russi: già prima del conflitto il Cremlino temeva infatti che l’ondata talebana che ha sopraffatto inesorabilmente le forze nazionali di sicurezza afghane (Ansf), potesse seriamente minacciare la stabilità della sua sfera di influenza per via dello scarso controllo del territorio e della recrudescenza dell’Iskp. L’“estero vicino” russo, rappresentato da quei Paesi un tempo sotto la dominazione sovietica, ha sempre svolto un ruolo cruciale nella sicurezza interna della Federazione.
Parallelamente la Cina guarda con particolare attenzione a quella regione centro-asiatica, sia perché come sappiamo è diventata sede dell’espansione economica cinese attraverso il solito meccanismo della costruzione di infrastrutture, sia perché confina con lo Xinjiang, una sua provincia a maggioranza musulmana attraversata da tempo da tumulti separatisti che Pechino sta reprimendo col pugno di ferro aumentando la propria presenza militare e cercando di assimilare gli uiguri (di etnia turcomanna) nella cultura cinese. Pechino sta cercando di normalizzare quella popolazione autoctona e di etnia affine a quelle degli “-stan” oltre che con i campi di rieducazione, anche con incentivi al fine di creare opportunità economiche agli abitanti dello Xinjiang e per renderla accattivante dal punto di vista dell’immigrazione dalle regioni orientali (di etnia Han).
Più di tutto, è da quella regione che passano le nuove vie della Belt and Road Initiative dirette in Europa, e se non è sicura, al pari degli “-stan” limitrofi, il progetto è destinato a fallire. Con una Russia “distratta” dalla guerra in Ucraina, l’Asia centrale rischia seriamente di diventare nuovamente instabile dal punto di vista del terrorismo islamico, sostituendo l’Iskp alla nota al-Qaeda, e per questo la Cina, considerando anche la provenienza degli attentatori di Mosca, cercherà di avere un’impronta più profonda in quella regione per evitare che il contagio si estenda dall’Afghanistan e dal Pakistan allo Xinjiang.
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