Nuovi particolari stanno emergendo in merito agli attacchi dei terroristi somali di Al Shabaab che il 29 ottobre hanno di nuovo colpito la capitale somala uccidendo 23 persone. Le azioni terroristiche sono avvenuti due settimane dopo la terrificante esplosione condotta con un camion imbottito di tritolo che ha provocato la morte di oltre 350 cittadini somali.
Al Shabaab sta conducendo una guerra asimmetrica ed estremamente violenta nelle vie della capitale dell’ex colonia italiana. Il terrorismo in Somalia non è mai scomparso, anzi il gruppo qaedista ha ancora sotto il suo controllo diverse zone del paese africano, però nell’ultimo periodo dei segnali di ripresa e una diminuzione della violenza nelle strade di Mogadiscio stavano facendo sperare in un lento e graduale miglioramento della situazione di uno stato che da oltre 20 anni è in balia di un conflitto totalizzante.

Così non è stato, anzi la violenza è tornata implacabile e con una ferocia che in poche altre occasioni si era riscontrata. Ma ad inquietare ulteriormente è il fatto che sembrano esserci dei collegamenti tra i servizi di sicurezza somali e gli islamisti. L’ultimo attacco ha infatti avuto questa dinamica: prima un’esplosione ha distrutto l’ingresso dell’hotel Nasa Hablod e poi cinque uomini di Al Shabaab, con indosso uniformi dei servizi segreti, sono entrati nell’albergo e lì hanno compiuto una carneficina. Stando inoltre a quanto dichiarato dal colonnello Ahmed Yare, gli uomini hanno mostrato agli agenti della polizia nazionale le proprie carte d’identità dove erano riportati nomi, cognomi, professione e altre informazioni e questo ha permesso loro di entrare nella struttura senza essere fermati e avere quindi poi il tempo di fare irruzione nelle singole camere e uccidere gli ospiti compresi una madre con i suoi tre bambini.

All’indomani della strage il parlamento e il governo somalo hanno rimosso dall’incarico il direttore della NISA (National Intelligence and Security Agency) Abdullahi Mohamed Ali e il capo della polizia il generale Abdihakim Said, probabilmente cercando con questa manovra di trasmettere fiducia nella popolazione. E in queste ore il governo del presidente Mohamed Abdullahi Mohamed è impegnato in riunioni serrata con gli ufficiali americani di stanza in Somalia.
Molti sono gli interrogativi e uno su tutti non trova risposta: come riuscire a frenare l’onda di violenza che sta travolgendo il Paese del Corno d’Africa? Dopo 26 anni di conflitto, carestie e signori della guerra che prima si sono combattuti gli uni contro gli altri per poi essere rimpiazzati dalle milizie islamiste, le risposte faticano ad arrivare. Certo però è che fino a quando lo stato somalo non garantirà i servizi basici a tutta la popolazione, non pagherà i dipendenti statali e le forze di sicurezza e non allontanerà la piaga endemica della corruzione, allora Al Shabaab troverà sembra delle falle attraverso cui farsi largo infettando il paese con il germe della violenza e del terrore.

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