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Terrorismo

L’attacco a New York e lo spettro del suprematismo nero

La East Coast degli Stati Uniti è nuovamente teatro di attacchi antisemiti, stavolta a Monsey, vicino New York ed è solo per miracolo se non ci sono stati morti. L’attentatore, identificato come il 37enne Thomas Grafton, è un afro-americano, esattamente...
New York rabbino

La East Coast degli Stati Uniti è nuovamente teatro di attacchi antisemiti, stavolta a Monsey, vicino New York ed è solo per miracolo se non ci sono stati morti. L’attentatore, identificato come il 37enne Thomas Grafton, è un afro-americano, esattamente come lo sono David Anderson e Francine Graham , i due assalitori che lo scorso 10 dicembre avevano aperto il fuoco all’interno di un minimarket Kosher di Jersey City, uccidendo sei persone e ferendone numerosi altre.

In quel caso l’attacco era inizialmente stato indicato come collegato a una compravendita di droga finita male, ma col passare delle ore gli elementi che emergevano portavano a dinamiche ben differenti. I due attentatori risultavano infatti legati a una frangia estremista del Black Hebrew Israelite Movement (Bhim), il suprematismo nero; Anderson sarebbe inoltre già noto alle autorità per aver pubblicato sui social contenuti anti-semiti e contro la polizia.

Non sono invece disponibili molte informazioni su Grafton, la cui identità è stata resa nota soltanto nel tardo pomeriggio di domenica. Per ora si sa soltanto che ha vissuto per un periodo a Brooklyn e si è poi trasferito a Greenwood Lake, a una ventina di miglia da Monsey. L’assalitore era ancora imbrattato di sangue al momento dell’arresto e aveva precedenti penali.

Le dinamiche dell’attentato di stanotte

L’attacco è avvenuto alle 10 di sera (ora locale) presso l’abitazione del rabbino Chaim Rottenberg a Monsey, cittadina a una cinquantina di chilometri a nord di New York. L’attentatore, da subito descritto dai testimoni come afro-americano, è arrivato sul luogo in auto ed ha fatto irruzione all’interno dell’abitazione con il volto parzialmente coperto da una sciarpa e brandendo un machete col quale ha ferito cinque persone per poi cercare di entrare nella vicina sinagoga “Netzach Israel”, ma i fedeli presenti in quel momento all’interno del luogo di culto sono riusciti a barricarsi dentro. A quel punto Grafton è fuggito in auto per poi essere individuato ed arrestato nella zona nord-orientale di Harlem, nei pressi della 145th street, identificazione avvenuta grazie ad auto e numero di targa fotografati da alcuni testimoni.

L’attacco è stato anticipatamente pianificato e sono diversi gli elementi che lo evidenziano: Grafton ha deciso di attaccare proprio a Monsey, un’area ad elevata presenza di ebrei hassidici e dove lo scorso 20 novembre c’era stata un’altra aggressione a un membro della comunità ebraica, aggressione dalle dinamiche mai chiarite.

Il giorno scelto non è casuale, ma è un sabato, settimo giorno della festività ebraica di Hanukka, quando la presenza di fedeli nei luoghi di culto è particolarmente elevata, dunque momento ideale per l’assalitore per attaccare e cercare di massimizzare il numero delle vittime. In effetti, al momento dell’attacco, erano presenti un centinaio di persone all’interno dell’abitazione del rabbino Rottenberg.

Non è ancora chiaro cosa abbia spinto l’aggressore a desistere dopo aver ferito cinque persone (due in modo grave) per poi dirigersi verso la sinagoga, a poche decine di metri, senza però riuscire a entrare. A quel punto Grafton è salito in auto, una Nissan Sentra grigia targata HPT-5757 ed è fuggito.

E’ inoltre evidente come l’assalitore non sia un “professionista” del terrore, essendosi presentato sul luogo dell’attacco con la propria auto, parcheggiata proprio vicino il sito da colpire e con il volto semi coperto.

Risultano invece ignote le motivazioni che possono aver spinto l’attentatore a colpire; una delle ipotesi è certamente quella del suprematismo nero antisemita che sembra dilagare nelle periferie delle grandi città della East Coast, ma le indagini sono ancora in corso e ci vorrà del tempo, anche perchè Grafton non sembra essere un frequentatore dei social network, dove sono spesso reperibili informazioni utili.

L’obiettivo del suprematismo nero

Il suprematismo “israelita” nero viene prevalentemente associato al “Black Hebrew Israelite Movement”, gruppo non monolitico ma con un’ideologia ampiamente condivisa che predica il suprematismo nero e la discendenza diretta (biologica e culturale) dei neri dagli antichi israeliti dei testi biblici, rigettando l’autenticità del popolo ebraico e affermando che nel giorno del Giudizio soltanto i neri verranno salvati. Sul piano liturgico non vi è uniformità ed ogni gruppo adotta un proprio sistema cerimoniale che può apparire più vicino ai riti cristiani piuttosto che a quelli ebraici. Resta il fatto che il Movimento non è in alcun modo riconosciuto dall’Ebraismo.

Vi sono poi frange più radicali all’interno del Bhim che accusano invece gli ebrei e i bianchi di essere diabolici impostori, diretti responsabili dello schiavismo e di meritare quindi la schiavitù e la morte. Alcuni di questi gruppi hanno in più occasioni assunto comportamenti violenti. I gruppi appartenenti al Movimento Bhim indicati dal Southern Poverty Law Center (organizzazione no-profit che si occupa di diritti civili) come estremisti sono la Israelite School of Universal Practical Knowledge, the Nation of Yahweh e la Israelite Church of God in Jesus Christ. Figura nota della prima congregazione citata è il predicatore Mayakaahla Ka, che è arrivato a negare l’Olocausto definendolo “una barzelletta”.

Va inoltre segnalato un ulteriore episodio che a fine novembre veniva pubblicato su YouTube, un filmato girato all’interno di un convoglio della metropolitana di Londra, nel quale un uomo di colore con una Bibbia in mano viene ripreso mentre aggredisce verbalmente una famiglia di ebrei, accusandoli di essere “impostori” e “di avergli rubato la discendenza”. Una terminologia analoga a quella utilizzata sul web da David Anderson che si era rivolto agli ebrei non di colore come “impostori”.

Il suprematismo nero è dunque un fenomeno che appare in ascesa ma, nonostante ciò, i media fanno ancora fatica a parlarne adeguatamente, almeno secondo quanto messo in evidenza oggi dall’opinionista Seth J. Frantzman sul Jerusalem Post. Secondo l’autore infatti, pur trattandosi di ideologia religiosa basata su una visione “razziale”, con gli ebrei bianchi definiti come “finti”, “impostori” e i neri come “veri discendenti delle 12 tribù israelite”, si fa fatica a identificarlo e a condannarlo. Gli attivisti del suprematismo nero non si fanno problemi ad aggredire in pubblico (verbalmente e fisicamente) persone che mostrano segni di appartenenza all’Ebraismo, accusandoli di essere “malvagi” e “impostori”, come mostrato anche nel filmato girato nella metropolitana di Londra, precedentemente citato. Due pesi e due misure dunque, rispetto al suprematismo bianco, ampiamente condannato con post, tweet, marce e manifestazioni. In effetti Frantzman non ha tutti i torti, basta pensare alle prevedibili reazioni (mediatiche e politiche) se gli assalitori di New Jersey e di Monsey fossero stati suprematisti bianchi. Questo è però un guaio, perché il target è il medesimo.

Intanto però il problema resta e i numerosi casi emersi tra novembre e dicembre non possono non destare preoccupazione. Ora non resta che capire quanto diffuso e profondo sia il fenomeno all’interno delle comunità di colore in Usa e in Europa, ma i presupposti non sono dei migliori.





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