Il 2019 è stato un anno di sangue in Asia. Ad aprile, in Sri Lanka, negli attacchi contro le chiese cristiane e gli hotel di lusso avvenuti la domenica di Pasqua, sono morte oltre 200 persone. Pochi mesi prima, nel Sud delle Filippine, due bombe esplose nella cattedrale di Jolo hanno fatto più di venti vittime. Questi attentati, di matrice islamista, non solo mostrano un salto di qualità dei terroristi legati all’Isis, ma segnano un interesse sempre maggiore per questa regione.
Mentre la propaganda attraverso il deep web è in costante aumento e l’allarme per il ritorno dei foreign fighters continua, l’incubo di possibili nuovi attacchi è concreto. A metà ottobre, infatti, i reparti speciali antiterrorismo indonesiano hanno scoperto che una cellula di Jamaah Ansharut Daulah – uno dei più grandi gruppi della galassia pro Stato Islamico nel Sud-Est asiatico – aveva pianificato un attentato suicida nella città di Cirebon, nel Giava Occidentale.
Bioterrorismo
Per questo attacco, i terroristi volevano utilizzare degli ordigni con all’interno l’abrina, un veleno naturale contenuto nei semi dell’Abro, una pianta originaria dell’India ma diffusa in tutte le zone tropicali. L’abrina è stata classificata dal Center for disease control and prevention (Cdc), l’agenzia leader degli Stati Uniti per la pianificazione generale della salute pubblica, che si occupa anche di rispondere agli atti di bioterrorismo, come una potente tossina di “categoria B”.
In un editoriale pubblicato su The Diplomat, si legge che la possibilità per i gruppi islamisti locali “di utilizzare tossine di origine vegetale per gli attentati è alta”. Questo, continua l’articolo, “è dovuto alla disponibilità e al processo di produzione relativamente semplice da usare in un attacco su piccola scala”.
Diffusa l’ideologia dell’Isis
Alla fine di dicembre, sempre in Indonesia, gli uomini del Densus 88 – le forze speciali dell’antiterrorismo – hanno arrestato otto sospetti militanti intenti a cercare nuovi nascondigli e campi per addestrarsi, molto probabilmente per i combattenti che stanno continuando a rientrare dal Medio Oriente. Ma la preoccupazione più grande è data dal fatto che l’ideologia dell’Isis si è diffusa in tutto il Paese. Secondo un alto ufficiale della squadra speciale, infatti, si sarebbe “diffusa talmente tanto che ora è molto difficile fermare la sua influenza”.
Sofyan Tsauri, un ex membro di Al Qaeda nel Sud-Est asiatico, ha recentemente dichiarato al South China Morning Post che “lo Stato Islamico è molto popolare tra gli indonesiani più poveri, perchè considerano il gruppo come una soluzione alle loro sofferenze”. Ma non solo: “anche persone della classe media sono attratte dall’ideologia dell’Isis”, ha aggiunto.
Obiettivo Filippine
Tuttavia, secondo molti analisti, tra questi anche il professor Zachary Abuza del National War College di Washington, la probabilità più concreta è che tutti i miliziani dello Stato Islamico cerchino di raggiungere l’isola di Mindanao, nelle Filippine del Sud, dove diversi gruppi radicali controllano fisicamente parti del territorio e dove ogni giorno si registrano scontri a fuoco con le forze governative e piccoli attentati.
Nel maggio del 2017, con l’intenzione di instaurare il primo Califfato del Sud-Est asiatico, i miliziani di Abu Sayyaf e del Maute, due gruppi che hanno giurato fedeltà allo Stato Islamico nelle Filippine, hanno assediato la città di Marawi. L’esercito è riuscito a liberarla dopo quasi cinque mesi di duri combattimenti, più di mille morti e 400mila sfollati.
L’occupazione di Marawi, oltre ad essere stata una vittoria simbolica per i terroristi, che sono stati capaci di tenere sotto scacco un’intera Nazione, ha fatto crescere la loro popolarità nella comunità locale. Secondo Rommel Banlaoi, presidente del Philippine institute for peace, violence and terrorism research, con sede a Manila, “tutta la zona è diventata terreno fertile per il reclutamento degli estremisti. Soprattutto per quelli stanchi di questa situazione di stallo”. Migliaia di famiglie di Marawi, infatti, vivono ancora in situazioni precarie in uno dei tanti centri temporanei allestiti subito dopo l’inizio della guerra, aspettando che la città, come promesso dal presidente Rodrigo Duterte, sia definitivamente ricostruita.