“Ci sono persone che non ci piacciono e vogliono farci del male: noi dobbiamo vivere e combattere il terrorismo”. È questo, in sintesi, l’approccio psicologico di Israele alla base della lotta al terrore. Così come avviene dopo ogni tragedia, si ritorna a pensare ai protocolli di sicurezza attivi in Israele per contrastare la nuova ondata di attentati che stanno colpendo le metropoli d’Europa. Ma quanto potrebbe essere davvero imponibile il modello israeliano? L’occidente sarebbe pronto? La risposta è no. Svanita l’onda emotiva, l’Occidente ritornerà a guardare il modello e l’approccio anti-terrorismo di Israele come esagerato e lesivo per la loro libertà.
Motivati a vivere e combattere
Ragioniamo per assurdo. L’Occidente dopo l’ennesimo attentato, adotta il modello israeliano per combattere il terrorismo. Sarebbe in ogni caso un processo graduale e che richiederebbe del tempo per formare le future generazioni (fin dall’asilo), tuttavia armi e barriere sarebbero nulla senza il fondamentale approccio psicologico adottato da Israele. E’ tale modus operandi che determina e supporta un sistema di risposta significativa per affrontare meglio le sfide che il terrorismo pone alla società. Da decenni Israele affronta minacce stratificate, con tattiche in continua evoluzione. La strategia anti-terrorismo di Israele si è dovuta adeguare permanentemente adottando un approccio basato sulla difesa, l’anticipazione e la rapidità della reazione. Ma il successo del modello israeliano (in percentuale il paese più sicuro al mondo), è la società civile. Ogni giovane israeliano dovrà servirà per tre anni (due per le donne) il proprio paese indossando una divisa, consolidando il processo di consapevolezza e resilienza. Le minacce attualmente presenti in Occidente, sono quasi del tutto svanite in Israele che oggi se ne trova ad affrontare altre per quella eterna lotta tra spada e scudo.
Non esiste la tragica fatalità
Nell’approccio psicologico di Israele, non c’è spazio per il senso di colpa né per giustificare il comportamento dei terroristi. La cosa più importante è la comprensione della situazione: non esiste il luogo o il momento sbagliato. Non esiste una struttura o una strada più sicura di altre. L’approccio psicologico di Israele invita godere di tutto ciò che offre la vita, svolgendo un ruolo funzionalmente efficace nella propria famiglia e nella comunità. Capire e accettare la casualità del terrorismo aiuta a mantenere la vigilanza ad un livello adeguato ed evita la paralisi psicologica che la paura incontrollata può creare.
Il comportamento degli israeliani è stata plasmato sugli attentati subiti. Fin dalla scuola elementare, ai bambini viene spiegato che ogni pacco sospetto potrebbe essere una bomba e va immediatamente segnalato. E’ una formazione specifica che mira a strutturare un pensiero ed un atteggiamento inconscio basato sul concetto dell’attacco imminente e della difesa proattiva. Si forma nell’individuo una maggiore una conoscenza tattica dell’ambiente. La gente chiama la polizia ogni volta che vede un pacchetto incustodito, soprattutto nelle stazioni di aeroporti, autobus e treni. I cittadini hanno acconsentito a quello che in Occidente verrebbe visto come un ossessivo ed intrusivo livello di sicurezza. I principali luoghi di ritrovo come le strutture pubbliche sono sorvegliate da personale armato e metal detector nei punti di accesso. I controlli individuali sono la norma. Centri commerciali, cinema, locali notturni, ristoranti e palestre aggiungono un supplemento nel ticket per sovvenzionare il personale armato all’entrata. Centinaia di soldati sono sempre dispiegati per proteggere i mezzi di trasporto pubblico a Gerusalemme. Non è raro, in Israele, la vista di mezzi corazzati, carri armati compresi, a protezione dei perimetri durante le principali manifestazioni pubbliche. Il controllo dei servizi di sicurezza è totale, comprese le conversazioni telefoniche, poiché è concepito per anticipare la minaccia: i soldati per strada rappresentano soltanto l’ultima linea di difesa. Il coinvolgimento e la cooperazione del popolo israeliano sono la chiave dell’approccio del paese nella lotta al terrorismo, mentre il governo continua a motivare la società civile, invogliandola alla vita e garantendo che ogni azione nemica non resterà impunita. È la strategia del “ritornare a vivere in quattro ore” anche dopo aver subito un terribile attentato. La strategia è concepita per rispondere ad un attacco multiplo contro i civili.
L’identificazione psicologica
In Israele, il sostegno sociale gioca un ruolo cruciale, con organizzazioni che forniscono aiuto in periodi di crisi (come avvenuto per la città di Sderot) e supporto psicologico individuale. E’ proprio l’identificazione psicologica la vera arma contro il terrorismo di Israele. Il terrorismo non è inteso come un castigo divino o una calamità, ma è stato normalizzato nella società che ha accettato di convivere, resistere e combattere contro tale minaccia. La società è ben consapevole che il terrorismo sarà una costante fissa nel tempo, ma è sempre motivata a reagire e resistere. L’attentato non è mai concepito come singolo, specifico ed isolato ma come un attacco all’intero popolo. La sofferenza individuale che riceve opportune attenzioni per il recupero della società viene elevata all’intera società. In base a tale approccio psicologico, la società nel suo insieme è caratterizzata da una capacità di recupero, perseveranza e determinazione senza eguali, concepita per negare ai terroristi qualsiasi ricompensa a lungo termine per le loro azioni.
La copertura dei media per un attentato
È strutturata in ogni sua forma per ignorare la storia dei terroristi, ed è concepita per raccontare la sofferenza delle vittime o il coraggio dei soldati, ponendo enfasi alla risposta israeliana che all’attentato stesso. I media in Israele non amplificano o legittimano la narrazione dei terroristi. Se non provocano vittime, gli attentati non sono mai riportati ed in ogni caso la copertura è brevissima. Vi sono dei prerequisiti essenziali come ad esempio il numero dei civili uccisi (si racconta il dramma delle vittime) o i soldati morti sul campo (si loda il coraggio). In ogni caso, anche in presenza di vittime, la copertura mediatica si concentra solo sull’evento specifico e non supera mai le 48 ore. Nella stragrande maggioranza dei casi, largo spazio è dato alla sicurezza tattica. Tutti gli attentati sono inquadrati come azioni solitarie non collegate. E’ una strategia specifica che mira a screditare qualsiasi sospetto di terrorismo globale organizzato. I media affrontano il problema a livello tattico e si relazionano con gli attacchi definendoli come incidenti. In particolari contesti di crisi, si approfondisce l’aspetto politico e sociale del fenomeno. In ogni caso, la risposta militare è sempre considerata legittima agli occhi della sua società israeliana.
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Quest’ultima, essenzialmente, ritiene possibile un fenomeno imprevedibile. La consapevolezza conferisce determinazione nel combattere e resistere che in Israele si traduce in voglia di vivere. E’ quel bilanciamento tra minaccia e necessità di mantenere un’esistenza attiva e di routine, che l’Occidente dovrebbe attuare qualora un giorno dovesse decidere di sposare il modello israeliano. L’utilizzo prudente della comunicazione e la comprensione costante della situazione, formano il nucleo della risposta psicologica israeliana al terrorismo.
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