Messico, agosto di quest’anno: in un centro di detenzione per immigrati a Huehuetan, al confine con il Guatemala, viene identificato fra gli ospiti Mohammed Azharuddin Chhipa, un cittadino statunitense che si era mescolato fra le centinaia di migliaia di immigrati che stanno attraversando l’America centrale.

Chhipa, sul quale l’Interpol aveva posto un avviso blu e che era ricercato dalla Fbi per via delle sue attività jihadiste in rete, è stato poi trasferito negli Stati Uniti con il primo volo utile. Prima di lui, a fine giugno, le autorità nicaraguensi avevano arrestato quattro persone, due egiziani e due iraqeni, sospettate di appartenere allo Stato Islamico, che erano entrate illegalmente nel paese dalla Costarica per dirigersi verso il confine statunitense-messicano.

Si tratta soltanto di alcune delle tante operazioni che negli anni recenti hanno confermato quella che, fino ad un decennio fa’, era considerata alla stregua di una leggenda metropolitana messa in circolazione dai servizi segreti statunitensi per giustificare la presenza di Washington nel resto del continente: il terrorismo islamista è sbarcato in America centrale.

Le ombre dietro le carovane

I cartelli della droga e le organizzazioni terroristiche islamiste sono in affari da almeno un ventennio in ogni paese del cono sud, soprattutto nel traffico transnazionale di sostanze stupefacenti e nel riciclaggio del denaro illecito, ma più recentemente la collaborazione si è estesa ad un nuovo, importante, proficuo, settore: il traffico di esseri umani.

L’amministrazione Trump ha fatto della lotta all’immigrazione clandestina dal confine con il Messico uno dei punti focali della sua agenda politica, adottando una linea dura spaziante dall’aumentata militarizzazione della barriera che divide i due paesi, alla semplificazione e alla velocizzazione dei respingimenti, fino alle minacce di guerra commerciale indirizzate al presidente Andrés Obrador. L’insieme di queste azioni ha consentito di ridurre la pressione migratoria, ma non di eliminarla completamente, e il fascicolo continua a rappresentare una spina nel fianco per la Casa Bianca.

Il caos delle carovane che ha destabilizzato l’America centrale e in cui si intrecciano gli interessi di cartelli della droga messicani, gruppi criminali mesoamericani, organizzazioni non governative presuntamente guidate da un’agenda anti-Trump, ha infine coinvolto anche la rete jihadista latinoamericana, che sta tentando di sfruttare la situazione per infiltrare soldati in suolo statunitense.

I combattenti provengono dai principali teatri d’azione del terrorismo internazionale, ossia Africa sub-sahariana, Nord Africa, Asia meridionale e Medio oriente, e arrivano nel subcontinente via aerea o via nave, con documenti falsi, dove poi si mescolano nelle carovane di persone in fuga da povertà, violenza e semi-guerre civili.

L’identificazione degli immigrati-terroristi

L’attenzione di Washington per l’America centromeridionale è aumentata significativamente nel dopo-11 settembre, dopo anni di indiscrezioni mai pienamente confermate circa l’approdo del terrorismo islamista nel subcontinente. Il dipartimento della sicurezza interna (DHS) è stato potenziato e messo in condizioni di agire in maniera largamente autonoma nei paesi limitrofi per monitorare i flussi migratori, anche alla luce del nuovo e sospettoso fenomeno degli anni 2000 coinvolgente migliaia di immigrati africani e mediorientali in arrivo nel continente tramite canali tanto illegali quanto costosi.

Gli Stati Uniti hanno dotato i principali paesi di transito, come Panama, Messico e Costarica, di sistemi per il riconoscimento biometrico, mettendo in condivisione le informazioni contenute nei database dei servizi segreti e della polizia federale per consentire la più rapida identificazione dei cosiddetti “alieni di interesse speciale“.

Inoltre, nei paesi di transito stati dispiegati semi-permanentemente numerosi agenti Fbi e Dhs in supporto alle autorità locali, soprattutto per condurre indagini sul campo e di stanza nei centri di detenzione, e viene fatto ampio ricorso al monitoraggio satellitare per seguire i movimenti delle carovane.

La gigantesca macchina investigativa messa in moto da Washington ha dimostrato di funzionare. Soltanto nel periodo 2012-2017 sono stati identificati più di 100 immigrati di interesse speciale, 20 dei quali già conosciuti dall’antiterrorismo statunitense in quanto “terroristi noti o sospetti”, dopo esser stati catturati nel loro percorso dall’America latina al confine con il Messico.

Nel 2018, un’operazione eclatante di polizia multinazionale che ha coinvolto l’Interpol, ribattezzata “Andes“, ha portato allo smantellamento di una rete transnazionale di trafficanti legata al terrorismo islamista, conducendo a 49 arresti, impegnata nel trasferimento di persone dal Medio oriente all’America centrale.

Nonostante l’incredibile sforzo umano, l’impiego di tecnologia terrestre e satellitare e la collaborazione internazionale, la macchina cattura-terroristi non è perfetta, pur essendo sicuramente vicina ad esserlo. Nel 2011 un immigrato proveniente dalla Somalia, Abdulahi Hasan Sharif, riuscì a raggiungere il Canada dopo aver superato con successo la rotta mesoamericana ed eluso i controlli al confine Messico-Stati Uniti. Sei anni dopo, si è scoperto essere un combattente dello Stato Islamico dopo un attentato con autovettura ed arma bianca consumato a Edmonton (Alberta), conclusosi con cinque feriti e nessun morto.

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