Domenica 19 maggio una rivolta all’interno del carcere di Vakhdat ha portato alla morte di 24 detenuti dopo che i rivoltosi, prevalentemente militanti islamisti, hanno incendiato l’infermeria, aggredito e ucciso tre guardie e altri cinque detenuti nel tentativo di evadere dalla struttura.
Negli scontri sono rimasti uccisi due alti membri del Partito per la Rinascita Islamica in Tajikistan (Irpt) e un imam; la rivolta sarebbe stata guidata da Behruz Gulmurod, figlio dell’ex colonnello delle forze speciali tajike, Khalimov Gulmurod, che nel 2015 si è unito all’Isis ed è successivamente rimasto ucciso in Siria.
Il figlio Behruz veniva arrestato nel 2017 dopo aver cercato di raggiungere anch’egli le zone di guerra siriane per unirsi ai jihadisti di Abu Bakr al Baghdadi e non risulta ancora chiaro se tra i detenuti morti negli scontri di domenica ci sia anche lui.
Lo scorso novembre un’altra rivolta, sempre per mano di islamisti, era scoppiata nel carcere di Khujand e aveva causato la morte di venticinque detenuti mentre a luglio un attentato, poi rivendicato dall’Isis, aveva causato la morte di quattro turisti (due americani, uno svizzero e un olandese). Le autorità tajike erano riuscite a intervenire e ad arrestare due membri del commando e ad eliminarne altri quattro.
Ennesimo episodio dunque che fa emergere l’allarme sull’attivismo di jihadisti ed estremisti islamisti in un’area, quella dell’Asia centrale, che risulta sempre più a rischio, come emrso durante il vertice sulla sicurezza tenutosi a Dushanbe in settimana.
L’Fsb lancia l’allarme sull’infiltrazione jihadista
Il direttore del Servizio federale di sicurezza russo (Fsb) Aleksandar Bortnikov ha reso noto, durante una vertice con i capi dell’intelligence dei Paesi ex sovietici dell’Asia centrale tenutosi la scorsa settimana nella capitale tajika di Dushanbe, che circa 5mila jihadisti dell’Isis sarebbero ammassati in territorio afghano nei pressi dei confini con Tajikistan, Uzbekistan e Turkmenistan. Preoccupazione confermata anche dall’inviato del Cremlino in Afghanistan, Zamir Kabulov, che ha riferito di alcuni centri di addestramento dell’Isis a Kunduz, Badakhshan, Badgis e Faryab. A fine aprile erano anche stati riportati scontri tra i talebani e i jihadisti dell’Isis quando i primi avevano cercato di prendere il controllo di un centro del Califfato e della strada che collega Kunduz a Kabul.
A novembre 2018 la Russia aveva ospitato dei colloqui di pace tra Talebani e personalità politiche afghane nel tentativo di promuovere una certa stabilità nel Paese ed eventualmente utilizzare i talebani in chiave anti-Isis, fornendo loro l’intelligence necessaria per colpire i jihadisti dell’Isis a ridosso dei confini con le ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale; una strategia rischiosa ma pragmatica.
Bortnikov ha anche illustrato come i jihadisti dispongano oggi sia di infrastrutture che di tecnologie avanzate per poter mettere in atto attacchi complessi, come ad esempio tramite l’utilizzo di droni. Il direttore del Fsb ha poi aggiunto che le organizzazioni terroristiche internazionali, nonostante le significative sconfitte in Siria e Iraq, sono riuscite a mantenere una base di risorse sufficiente per portare a termine attacchi in tutto il mondo, anche grazie al sostegno di sponsor internazionali. I jihadisti avrebbero inoltre intenzione di utilizzare vedove, sorelle, moglie figli di jihadisti per perpetrare attacchi nei propri Paesi d’origine; risulta dunque essenziale un attento lavoro di filtraggio per identificare non solo possibili infiltrazioni di jihadisti ma anche per individuare propagandisti e reclutatori.
I jihadisti delle ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale
Le stime ufficiali parlano di circa 4.200 volontari partiti dalle ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale per unirsi ai jihadisti in Siria e Iraq: 1,500 dall’Uzbekistan, 1,300 dal Tajikistan, 500 da Kyrgyzstan e Kazakhstan e 400 dal Turkmenistan.
Il rischio di rientro dei foreign fighters nei propri Paesi d’origine è elevato a causa della difficoltà nel controllare i confini, principalmente con l’Afghanistan ma anche quelli tra le stesse repubbliche precedentemente citate. A ciò vanno ad aggiungersi una serie di elementi relativi ai rispettivi Paesi che favoriscono i processi di radicalizzazione e reclutamento.
Tra i principali attori di tale fenomeno viene indicata l’organizzazione islamista Hizb ut-Tahrir (hT), messa al bando nella Federazione russa e nelle repubbliche dell’Asia centrale ma clandestinamente attiva, specialmente in Uzbekistan, Paese ritenuto il principale campo di battaglia del gruppo.
Ht, dopo aver stabilito negli anni Novanta una prima roccaforte nella valle di Fergana (da dove sono poi partiti buona parte dei volontari uzbeki per il jihad), si è poi espansa anche in Kirgyzstan, Tajikistan, Kazakhstan e Turkmenistan; tra i fattori che hanno favorito il suo radicamento nell’area vi sono l’iniziale vuoto politico-religioso in seguito al crollo dell’Urss, le difficili condizioni socio-economiche delle rispettive popolazioni, un’assenza e inefficienza delle istituzioni ma anche un’ottima struttura organizzativa di Ht nonchè la capacità di far breccia nelle menti dei giovani delusi, grazie a un’attenta propaganda manipolatoria adattata ai rispettivi e specifici contesti utilizzando le lingue locali per far maggior presa sulla popolazione.
Seguendo la teoria dell’analista russo Alexei Grishin, se i reclutatori puntano prevalentemente su giovani con una forte esigenza di protesta sociale, individui con situazioni socio-economiche disagiate, le ex repubbliche sovietiche dell’Asia centrale offrono loro un ampio bacino di reclutamento.
Le autorità russe mettevano poi in evidenza l’attività del gruppo jihadista “Tawhid wal-Jihad” il cui leader, Sirozhiddin Mukhtarov (originario della zona kirgyza di Osh) viene indicato come uno degli organizzatori dell’attentato all’ambasciata cinese in Kirgyzstan nel 2016; il suo nome emergeva anche durante le indagini sull’attentato alla metropolitana di San Pietroburgo dell’aprile 2017.
Gli estremisti islamisti non riscontrano grosse difficoltà nel formare comunità separate all’interno dei contesti sociali centro-asiatici per poi reclutare potenziali terroristi da inviare in “missione ” o nelle zone di guerra e i collegamenti con organizzazioni criminali dedite a narcotraffico e contrabbando permettono loro di accedere a ingenti fondi da utilizzare per finanziare le proprie attività.
I rischi attuali
Mosca si trova oggi a dover fronteggiare non soltanto il pericolo dei foreign fighters di rientro, ma anche quello relativo ad elementi radicalizzati nelle repubbliche dell’Asia centrale e poi infiltrati nei flussi di immigrati che da quelle zone si recano nella Federazione russa per cercare lavoro. Non è certo un caso che durante le operazioni anti-terrorismo messe in atto negli ultimi due anni in territorio federale sono stati arrestati numerosi individui originari di quei Paesi.
Se una volta il rischio attentati in Russia riguardava prevalentemente il Caucaso settentrionale, oggi il fenomeno appare più frammentato. Nel contesto caucasico la situazione è nettamente migliorata negli anni grazie a efficaci misure preventive di de-radicalizzazione accompagnate da operazioni che hanno puntato allo smembramento dell’Emirato del Caucaso e di alcune manifestazioni locali dell’Isis che non hanno mai trovato radicamento.
La vecchia strategia degli attacchi ad agenti di polizia e membri delle forze di sicurezza, perpetrata negli anni dai jihadisti delle bande armate in Cecenia, Inguscezia e Daghestan sembra non funzionare più visto che nella gran parte dei casi sono gli stessi attentatori a venire eliminati.
D’altro canto però il fenomeno jihadista ha iniziato a manifestarsi in diverse zone della Federazione che vanno da Mosca, alla Siberia per raggiungere persino l’estremo oriente nella zona di Vladivostok. Basta pensare che nei mesi di marzo e aprile 2019 sono stati segnalati almeno tredici arresti tra Mosca, Stavropol e Primorsky mentre altri quattro jihadisti venivano eliminati a Balki e Tjumen. Una strategia che forse punta a cercare zone meno presidiate rispetto alle aree metropolitane della Russia occidentale, ma che fin’ora non ha dato frutti.
Il rischio, come emerso dal vertice della scorsa settimana in Tajikistan, è che il jihadismo proveniente dall’Asia centrale possa entrare in gioco nel tentativo non solo di colpire in territorio federale russo, ma anche di destabilizzare le rispettive repubbliche dell’Asia centrale, un’eventualità che Mosca deve scongiurare in qualsiasi modo, incluso un eventuale accordo con i Talebani.