Nei giorni scorsi è stata pubblicata l’edizione 2020 della Relazione sulla politica dell’informazione per la sicurezza, una raccolta analitica di dati, eventi e tendenze su politica, geopolitica e terrorismo a cura del Sistema di informazione per la sicurezza della Repubblica. Sebbene l’attenzione dei lettori sia stata posta primariamente sulle dinamiche riguardanti la pandemia, la nuova guerra fredda e il clima socio-politico domestico, altrettanto meritevole di disamina è il paragrafo dedicato alle mosse dell’internazionale jihadista al di là dell’Adriatico, ovverosia nei Balcani.

Il patto tra crimine e terrorismo

Gli analisti dei servizi segreti italiani non hanno dubbi sulla profondità dell’impronta jihadista nella polveriera d’Europa e hanno espresso le loro preoccupazioni in maniera tanto chiara quanto concisa e netta: “I Balcani [sono] l’epicentro continentale del proselitismo [jihadista] e un potenziale incubatore della minaccia terroristica verso lo spazio Schengen”.

Le affermazioni poggiano sulle risultanze di un'”attività informativa […] in direzione del terrorismo di matrice jihadista [che] è proseguita serrata e ininterrotta, in Italia e all’estero” e trovano riscontro, oltre che nelle periodiche operazioni antiterrorismo che hanno luogo nella penisola, nel più recente degli attentati che hanno insanguinato l’Europa: la strage di Vienna dello scorso novembre. L’attentato, fonte di quattro morti e ventitré feriti, era stato consumato da un giovanissimo soldato dello Stato IslamicoKujtim Fejzulai, ventenne nordmacedone di nazionalità albanese.

Le indagini sull’attacco terroristico hanno appurato l’esistenza di “convergenze tra circuiti terroristici e criminali e l’attivismo di elementi dal prolo ibrido, a cavallo tra radicalità e delinquenza, in grado di facilitare il reperimento di documenti falsi, armi e finanziamenti anche per la realizzazione di piani terroristici”. Quei circuiti criminali, per nulla restii a fornire la strumentazione necessaria agli aspiranti attentatori, sono sostanzialmente localizzati nei Balcani, sono più vicini agli ambienti terroristici rispetto al passato e facilitano il compimento di stragi. Lo stesso Fejzulai, del resto, era in contatto con “elementi radicali di origine balcanica residenti in Europa ed esponenti dell’estremismo violento basati Oltreadriatico in collegamento con membri del Daesh”.

Fra predicatori estremisti ed ex combattenti

Sodalizio tra la criminalità balcanica e terrorismo islamista a parte, fonte di ulteriore preoccupazione è rappresentata “dall’elevata presenza di returnees“, ovverosia di combattenti dello Stato Islamico che hanno ritorno nelle rispettive patrie. Erano 485 i returnees ufficialmente censiti alla fine del 2019 fra Bosnia ed Erzegovina, Albania, Kosovo e Macedonia del Nord – anche se, naturalmente, il loro numero potrebbe essere superiore.

Lungi dall’aver abbandonato in toto la causa jihadista, gli ex soldati non reintegrati possono contribuire ad alimentare la radicalizzazione religiosa, ritenuta diffusa “in alcuni Paesi della regione”, e, sommando le loro attività a quelle dei predicatori estremisti e ai già citati partenariati con le mafie locali, emerge un quadro cupo. In questo quadro, sottolineano i servizi, si potrebbe essere testimoni del “possibile utilizzo del territorio balcanico per il passaggio o il temporaneo rifugio di estremisti con contatti in Europa”.

Ultimo ma non meno importante, i servizi nostrani rammentano al pubblico la minaccia sempreverde posta da quegli “imam radicali e predicatori carismatici di origine balcanica operanti in Europa (Italia inclusa), in grado di spostarsi e mantenere contatti con estremisti e soggetti radicalizzati presenti nel territorio europeo e nazionale”.

L’Italia, sia per la presenza di agenti balcanici nel proprio territorio che per la contiguità geografica alla penisola, è chiamata a osservare in maniera partecipativa quanto accade nei Balcani, che restano un “elemento caratterizzante di un quadrante strategico per la nostra sicurezza e per gli interessi nazionali”.