Un accordo in 25 punti, tra i quali i più interessanti riguardano il ruolo di intermediazione che entrambe le parti che hanno siglato il patto dovranno avere. La storica firma tra il presidente afghano Ashraf Ghani ed il “signore della guerra” Gulbuddin Hekmatyar veniva da tempo “inseguita” tanto dal governo di Kabul quanto da Hezb-i-Islami, il gruppo armato capeggiato dal “war lord” che, negli ultimi anni, ha appoggiato i talebani nella loro azione antigovernativa e di distruzione delle forze internazionali.Per approfondire: Nuove truppe Usa in AfghanistanIl presidente Ghani, che non è riuscito a venire a capo di un accordo con i talebani, spera in Hekmatyar e nel suo gruppo come intermediari in un processo di pacificazione che porti, appunto, anche i talebani al dialogo. Hekmatyar, nella lista nera dei terroristi più ricercati dagli Usa per le sue campagne antiamericane, spera invece di poter rientrare in scena e rilanciare a livello politico i suoi uomini.Quelli rimasti, almeno, poiché nel tempo molti di essi sono passati tra le file dei taliban o, in alcuni casi più recenti, di Isis. Gli impegni del governo vanno dunque nella direzione di rendere il leader di Hezb-i-Islami di nuovo presentabile. Compito non facile poiché, se come ex mujaeddin impegnato nel jihad contro l’invasione russa aveva goduto di un certo prestigio, gli afghani e le forze internazionali non dimenticano il suo appoggio alle peggiori imprese terroristiche dei gruppi combattenti armati, dopo il ritiro dei sovietici.Il presidente Ghani, nonostante le difficoltà che il caso presenta, preferisce impegnarsi in questo compito pur di evitare ulteriori critiche per il graduale peggioramento della situazione di sicurezza nel Paese durante il suo mandato. Hekmatyar, dal canto suo, è rimasto nell’ombra per tanto tempo, pronto a rientrare nello scenario politico afghano appena la situazione glielo avesse consentito.Per approfondire: L’Afghanistan tra Isis e talebaniIl momento sembra giunto, per lui e i suoi. Anche il suo movimento si era infatti disperso, mantenendo un’influenza diretta su poche province ed invece un controllo indiretto come fiancheggiatore dei talebani. Hekmatyar, che era un’icona della lotta dei mujaheddin per liberare l’Afghanistan dai sovietici,  è  stato molto screditato per tutti gli eventi che si sono verificati subito dopo il ritiro dell’esercito russo. Basti ricordare i bombardamento di Kabul, che per quattro anni ha prodotto un numero di vittime superiore a tutta la guerra. Il vecchio signore della guerra, da sempre fortissimo oppositore della presenza militare internazionale in Afghanistan, ad aprile scorso ha ammorbidito la sua posizione, dopo oltre quarant’anni di violenza verbale e materiale contro gli eserciti “invasori”.Per approfondire: L’Afghanistan e la crisi della NatoLo ha fatto per bocca del suo portavoce, Amin Karim e, di fronte a questa sorta di “apertura” è partito un dialogo tra il leader di Hezb-i-Islami e le istituzioni afghane. È facile ormai considerare che tutta questa buona volontà sia attribuibile al mutare dello scenario in Afghanistan. Il “nemico” che consente di proporsi come eroi è sempre più difficile da identificare. Dare tutte le colpe alle truppe russe prima e quelle internazionali dopo, è stato comodo per molti. Ormai, si gioca al “tutti contro tutti” e, in caso di bisogno si è amici, altrimenti ci si contrappone. Il conflitto cresce sempre più tra le formazioni legate ai talebani e ad al Qaeda e i miliziani dell’Isis, che si stanno facendo largo nella zona più orientale del paese. Una specie di sfida, quest’ultima, per Hekmatyar, che pare sia rifugiato proprio al confine tra Pakistan e Afghanistan (il leader è nascosto da tempo e non si sa dove si trovi). Inoltre, i suoi più grandi sostenitori, l’Iran e i servizi segreti pachistani (l’Isi), lo hanno da un po’ messo da parte, ritenendolo ormai poco influente.banner_occhi_cristianiAl vecchio mujaheddin sono rimaste due possibilità. Combattere per riottenere il potere – ma ormai ha pochi fondi e combattenti, poiché in molti del suo gruppo hanno aderito ad altre formazioni che pagavano salari migliori, o al crescente Stato Islamico – o farsi “abbracciare” da Kabul per sottrarsi al declino. Evidentemente e in maniera furba lui ha scelto la seconda strada. Se avrà ragione Ghani ad aver stretto un patto o se avesse ragione il predecessore Hamid Karzai, che rifiutò di parlare con un simile interlocutore ritenendolo fonte di possibili (brutte) sorprese è tutto da stabilire.

Dacci ancora un minuto del tuo tempo!

Se l’articolo che hai appena letto ti è piaciuto, domandati: se non l’avessi letto qui, avrei potuto leggerlo altrove? Se non ci fosse InsideOver, quante guerre dimenticate dai media rimarrebbero tali? Quante riflessioni sul mondo che ti circonda non potresti fare? Lavoriamo tutti i giorni per fornirti reportage e approfondimenti di qualità in maniera totalmente gratuita. Ma il tipo di giornalismo che facciamo è tutt’altro che “a buon mercato”. Se pensi che valga la pena di incoraggiarci e sostenerci, fallo ora.