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La Turchia rimpatrierà nei Paesi di provenienza tutti i foreign fighter dell’Isis attualmente detenuti nella nazione. Questo è quanto è stato riferito da Suleyman Soylu, ministro degli Esteri di Ankara, che ha accusato l’Unione europea di non aver assunto un atteggiamento determinato per cercare di risolvere il problema.

I foreign fighter di ritorno (Infografica di Alberto Bellotto)
I foreign fighter di ritorno (Infografica di Alberto Bellotto)

L’annuncio del governo turco provocherà ulteriori tensioni con i partner europei, che probabilmente non si aspettavano uno sviluppo di questo genere e che avevano criticato l’intervento di Ankara, in funzione anti-curda, nel nord della Siria. L’offensiva turca aveva anche portato, nello scenario di caos che si era venuto a creare nell’area, alla fuga di almeno 750 guerriglieri dell’Isis detenuti dalle forze curde dell’Ypg ed esiste la concreta possibilità che il gruppo jihadista possa trarre nuova linfa vitale dall’instabilità della regionale.

Un problema complesso

I foreign fighter europei rischiano, ancora una volta, di causare problemi politici e di sicurezza ai Paesi di provenienza. Circa 2500-3mila guerriglieri jihadisti, dei 12mila detenuti nei campi curdi in Siria, sono stranieri mentre nei campi profughi ci sono migliaia di loro familiari, di cui 8mila donne e 4mila bambini. Ankara si era già impegnata a processare in patria i cittadini turchi che si erano uniti all’Isis mentre altri Paesi, come Francia e Regno Unito, hanno assunto posizioni più sfumate. La Repubblica di Macedonia del Nord è stata, invece, uno dei pochi Stati europei a rimpatriare e processare alcuni dei propri connazionali che si erano uniti ai radicali islamici. La riluttanza delle nazioni del Vecchio Continente nel rimpatriare i propri cittadini combattenti è anche legata a problemi di natura legale: le prove da utilizzare contro di loro in tribunale, in caso di processo, potrebbero non reggere e ci sarebbe quindi il rischio di un’assoluzione. Queste persone, che costituiscono un problema per la sicurezza nazionale, si troverebbero così in libertà e potenzialmente in grado di pianificare attentati. Ci sono, però, anche diversi ex guerriglieri che fanno ritorno volontariamente negli Stati europei di origine: la Germania, ad esempio, ha rinviato a giudizio alcune di questi cittadini mentre ha posto altri di loro in programmi di protezione. Il Regno Unito, invece, è giunto a privare alcune persone della cittadinanza a causa della loro partecipazione agli scontri in Siria tra le fila dei radicali islamici.

Le prospettive

La questione del rimpatrio dei foreign fighters ha creato dissapori anche tra il governo americano ed i partner del Vecchio Continente. Il presidente americano Donald Trump ha riferito, infatti, di aver fatto pressione su questi Stati chiedendo loro di riprendersi gli ex combattenti ed ha aggiunto che un’eventuale fuga degli stessi dai campi curdi metterebbe a rischio, prima di tutto, la sicurezza interna delle nazioni europee coinvolte dal fenomeno. Le conseguenze della lunga guerra civile siriana continuano così a ripercuotersi sullo scenario internazionale e dovrà passare ancora molto tempo prima che tutte le questioni possano essere affrontate e risolte. L’incursione turca nella Siria settentrionale, però, rischia di complicare il quadro generale e di causare effetti imprevedibili sulle dinamiche locali. L’indebolimento delle milizie curde, che hanno contenuto in maniera efficace le iniziative dei radicali jihadisti, potrebbe avere l’effetto di rinforzare ciò che resta delle milizie dello Stato Islamico, che costituiscono un pericolo potenziale anche dopo l’uccisione del leader Abu Bakr al-Baghdadi.