Il crescente montare della minaccia terroristica globale dell’Isis-K rimetterà un faro sull’Afghanistan dei Talebani e sul ruolo internazionale dei governatori de facto dell’Afghanistan tornati al potere dopo la vittoria nell’offensiva dell’estate 2021, con la guerra-lampo che li ha condotti a Kabul? L’organizzazione terroristica che si dichiara spin-off dello Stato Islamico nell’antico Khorasan, centrato nell’Asia centrale e meridionale ha operato un’ampia proiezione nella sua operatività, culminata nei violenti attentati di Mosca del 22 marzo, che hanno causato oltre 130 morti.
Isis-K e la globalizzazione del terrore
Le informazioni per la sicurezza a disposizione degli apparati russi, che avevano operato una repressione di cellule caucasiche di Isis-K nei giorni precedenti, e dell’intelligence Usa, che aveva avvertito di possibili attacchi a Mosca, mostrano che da tempo lo scrutinio delle forze di sicurezza su questo gruppo diverso, sotto molti punti di vista, dall’Isis del Levante, è in crescita, ma non riesce a evitare nuove proliferazioni. E su questo fronte ritornano in gioco i Talebani, che di fatto governano l’Afghanistan da quasi tre anni ma non sono mai stati riconosciuti internazionalmente. Il cui presidio potrebbe apparire ora, in uno strano gioco del destino, una fonte utile di informazioni per contrastare questa nuova, polimorfa minaccia jihadista.
L’Isis-K è stato il gruppo terroristico più brutale negli ultimi tempi: solo nel 2024 gli sono riconducibili l’attacco iraniano di Kerman, 94 morti il 3 gennaio scorso, e quello pachistano in Balochistan del 7 febbraio, che ha ucciso almeno 30 persone. Con quello Mosca, siamo al terzo grande attentato in tre mesi, a un ritmo di uno al mese, fuori dall’Afghanistan che rimane il “santuario” dell’Isis-K. Il quale, dal 2015, si scontra violentemente con i Talebani. C’entrano, in questo conflitto tra gruppi radicali islamisti, diversi fattori.
Le differenze tra Isis-K e Talebani
In primo luogo, se in Medio Oriente l’Isis è riuscito a egemonizzare in forma pressoché totale le formazioni jihadiste e radicali sunnite, in Afghanistan l’Islam politico e radicale dei Talebani è instrumentum regni per una proiezione nazionalista pashtun con obiettivi di egemonia pan-afghana, senza fini millenaristici. Quindi, secondo punto, il mondo visto dall’Isis, in Afghanistan, ha trovato un’antemurale all’idea di califfato globale nella solida presenza dei Talebani in un contesto etnicamente polimorfo. Al contrario di quanto successo tra Siria e Iraq, ove il jihadismo è stato bandiera comune. Inoltre, l’Isis-K non ha pretese di formare un’entità statuale come l’Isis levantino, ma bensì di radicarsi a partire dai suoi santuari al confine tra Afghanistan e Pakistan.
Questo ci porta al terzo punto, il più “geopolitico” del motivo dell’annosa guerra tra Talebani e Isis-K: quest’ultimo presidia zone cruciali nei valichi al confine con il Pakistan, aprendo alla prospettiva di aggiungere una nuova minaccia per Kabul. “Il problema più grande dei talebani”, ha ricordato l’International Center for Countering Terrorism, “resta il Tehrik Taliban Pakistan (TTP), la cui potenza militare non è paragonabile a quella di nessun altro gruppo jihadista straniero. Mentre i numeri oscillano a causa delle operazioni in Pakistan, il TTP conta in media alcune migliaia di combattenti sul territorio afghano e, quel che è peggio, dal punto di vista dell’emirato talebano, recluta un numero crescente di afghani tra le sue fila”. L’emiro dei Talebani Hibatullah Akhundzada e i suoi lealisti stanno cercando di migliorare le relazioni con il Pakistan e, nota l’Icct “hanno emanato un decreto che vieta la partecipazione degli afghani alla lotta del TTP contro il Pakistan”.
Timori e repressioni: i Talebani davanti a Isis-K
In quest’ottica rientra la possibile pressione dell’Isis-K, che col “brand” del gruppo jihadista più noto al mondo offre la possibilità a molti apolidi del terrorismo di raggiungere le bandiere nere tra le vette del Pamir e il confine afghano-pakistano, nonostante “un precedente decreto vieti ai jihadisti stranieri di utilizzare l’Afghanistan come base per attacchi ad altri paesi”. I Talebani si confrontano militarmente col Ttp ma hanno sempre temuto l’Isis-K per la sua potenziale minaccia agli occhi di componenti sensibili della umma islamica.
La repressione anti-Isis nell’Ovest dell’Afghanistan si è amplificata dopo la presa del potere nel 2021 e attorno a Kabul si sono mosse le pedine di diverse potenze internazionali che dall’attività degli Studenti coranici volevano cogliere novità e informazioni sulla proliferazione jihadista.
Perché l’Afghanistan non va dimenticato
Tra questi gli Stati Uniti, che dopo il ritiro hanno effettuato alcuni raid contro Isis-K, l’Iran, che vede nei Talebani un “male minore” rispetto a Isis-K, ovviamente il Pakistan con cui Kabul vuole normalizzare i rapporti e, last but not least, la Russia. Paese che ha dato sostegno informativo ai Talebani per colpire Isis-K in passato e oggi viene colpita come nazione “crociata” e principale debellatrice delle Bandiere nere che Isis-K vuole vendicare. Tre dei Paesi maggiormente attivi nel contrastare Isis-K sono stati colpiti e gli Usa stanno monitorando da vicino la branca centroasiatica dello Stato Islamico. Il cui cuore e mente resta entro i confini afghani: l’Emiro di Isis-K, il 30enne Shabab al-Mujahir, del resto è ben conosciuto dai Talebani in quanto loro “disertore” che li ha abbandonati nel 2015 dopo esser stato protagonista di molte operazioni contro le forze della coalizione occidentale e il governo nazionale afghano. Dal 2020 al-Mujahir è a capo dell’Isis-K e ne ha plasmato l’escalation contro le forze talebane e le minoranze afghane che tra il 2021 e il 2023 ha insanguinato l’Afghanistan a colpi di attentati.
Ora che l’escalation va verso l’esterno, per molti Paesi si pone il dilemma di un “patto col diavolo”: alzare il confronto diretto con i Talebani per acquisire informazioni su Isis-K può apparire un’opzione in una fase di globalizzazione della minaccia dei terroristi ma impone una loro legittimazione di fatto. Rischiosa per ogni potenza, dagli Usa che avrebbero un cortocircuito dopo il ritiro del 2021 alla stessa Russia, in cui questa mossa potrebbe creare malumori nella articolata comunità musulmana del Paese. Più in generale, appare sempre più palese come in un mondo scosso da violenze e tensioni, dimenticarsi dell’Afghanistan rischia di creare problematiche tragiche e sistemiche. Un fatto che hanno ben compreso i Paesi vicini allo Stato centroasiatico: Pakistan, Iran e…Cina. Meno, sostanzialmente, Usa e Russia. Ma se il mondo si dimentica dell’Afghanistan, le dinamiche afghane non si dimenticano nel mondo: vale per Usa e Russia oggi, vale anche per l’Europa nel prossimo futuro. L’Isis-K è una minaccia da stampare in mente e senza occuparsi di un Paese che da quasi tre anni ha dei nuovi padroni sarà difficile contrastarlo.

