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Politica

La strage in Daghestan: il Caucaso tra antisemitismo, ribellione a Mosca e infiltrazioni dell’Isis

Quindici poliziotti e quattro civili uccisi dai terroristi islamisti. Una lunga scia di violenza con lo spettro del califfato islamico.
Daghestan

Basta un dato per dimostrare quanto il problema sia radicato: nel commando che ieri ha attaccato le due principali città del Dagestan, il capoluogo Makhachkala e Derbent, c’erano anche due figli e un nipote di Magomed Omarov, governatore di uno dei distretti della Repubblica, quindi a tutti gli effetti un funzionario della Federazione Russa. Quei tre, e un numero ancora imprecisato di terroristi islamisti, hanno attaccato a tradimento le pattuglie di polizia, una chiesa e due sinagoghe. Ucciso a Derbent il parroco ortodosso, padre Nikolaj Kotel’nikov (che secondo alcune fonti sarebbe stato sgozzato), insieme con 15 agenti di polizia e 4 civili. Sei i terroristi eliminati, altri due arrestati la mattina dopo mentre cercavano di mescolarsi alle persone su una spiaggia, altri ancora sono in fuga.

Uno dei video diffusi dagli stessi terroristi, che mostra un nuvola di fumo levarsi dall’interno di una delle sinagoghe attaccate, è accompagnato dalla registrazione di una telefonata in cui un membro del commando inneggia ad Allah dicendo che “finalmente bruciano le loro sinagoghe e le loro chiese, speriamo di umiliare ed eliminare tutti gli infedeli”. Il gergo è quello tipico dei movimenti armati islamisti ma è difficile isolare le motivazioni del gesto. È piuttosto scontato che questo attacco vada messo nella stessa serie della strage al Crocus City Hall di Mosca del marzo scorso (142 morti), e degli innumerevoli episodi che, negli ultimi mesi, hanno punteggiato di scontri armati e di vittime, sia tra i poliziotti sia tra i terroristi, le più diverse aree del Caucaso.

È indubbiamente in corso, in Russia, un’offensiva islamista che prova forse ad approfittare dell’impegno militare russo in Ucraina per scuotere un equilibrio di poteri che nel Caucaso è storicamente fragile. E per questo si tende di solito a chiamare in causa lo Stato islamico del Khorasan (Isis-K), fondato nel 2015 come ramo “locale” dello Stato islamico dello pseudo-califfo Al-Baghdadi, cresciuto d’importanza e di ambizioni dopo la sconfitta definitiva dell’Isis nel 2019, e già responsabile della strage del Crocus City Hall e di altri episodi sanguinosi. Sul modello dell’Isis, appunto, l’Isis-K vorrebbe creare un califfato in Asia centrale e nel Caucaso. Ha la sua centrale nel Nord-Est dell’Afghanistan, nella zona dove il Paese confina con Pakistan, Cina e Tagikistan, e per questo impiega per i suoi attentati soprattutto cittadini dei Paesi dell’Asia centrale, ai quali risulta più facile viaggiare all’estero. Erano tagiki gli stagisti del Crocus City Hall ed erano Tagikistan anche i kamikaze che nel gennaio scorso fecero 80 morti a Kerman, in Iran, alle commemorazioni per il generale Suleimani. Negli ultimi tempi, il primo colpo di rilievo con la Russia è stato forse l’attentato suicida contro l’ambasciata russa di Kabul (Afghanistan) nel 2022.

Detto questo, però, occorre non fare di ogni erba un fascio. Gli attentatori tagiki del Crocus City Hall, per esempio, erano con ogni evidenza manovalanza assoldata per l’occasione, un gruppo di macellai da mandare allo sbaraglio. E infatti sono stati catturati subito dopo la strage. Il commando che ha colpito in Dagestan era, con ogni evidenza, di ben altro livello. Lo dimostra la partecipazione di rampolli dell’alta burocrazia locale legata a Mosca e anche il fatto che il raid prevedesse poi una via di fuga, quella infatti poi usata da un numero imprecisato di terroristi. Non tutti gli attentati sono uguali, insomma, e nemmeno tutti gli attentatori.

Come già nel caso del Crocus City Hall le autorità russe tirano in ballo l’Ucraina, gli Usa e in generale l’Occidente. Gli ucraini smentiscono, ovviamente, e i media europei deridono il Cremlino. Non sarebbe certo la prima volta che qualcuno finanzia i movimenti armati che si oppongono ai nemici dell’Occidente (l’Uck in Kosovo, i curdi in Siria e i Mojaheddin del popolo in Iran dicono nulla?) ed è risaputo che Paesi fortemente legati agli Usa come l’Arabia Saudita e il Qatar, negli anni Novanta, sostennero in ogni modo l’indipendentismo ceceno e la rinascita dell’islam nel Caucaso. Va anche detto, però, che in questi casi recenti non vi è alcuna prova di quanto i dirigenti russi vicini a Vladimir Putin affermano e dunque la loro tesi va trattata, almeno al momento, al più come un’ipotesi.

È vero invece che l’inquietudine del Caucaso è un problema che ha radici lontane e che la Russia non è mai riuscita davvero a risolvere. Lo si sa soprattutto per quanto riguarda la Cecenia ma il Dagestan (la “terra delle montagne”) ne è parte integrante. A parte gli attacchi alle pattuglie della polizia, non può essere dimenticato il tentativo di pogrom anti-semita dell’ottobre 2023, quando centinaia di forsennati invasero l’aeroporto di Makhachkala per dare la caccia agli ebrei russi che venivano rimpatriati da Israele dopo la strage di Hamas del 7 ottobre.

Più indietro: nell’agosto del 1999 un piccolo esercito di militanti indipendentisti-islamisti, guidati da Shamil Basaev, Ibn al-Khattab (un comandante saudita), Ramzan Akhmadov e Arby Baraev, “invase” il Dagestan proclamando lo Stato islamico. Pochi giorni dopo, una piccola guarnigione russa composta da ragazzi di leva e da un ufficiale, fu attaccata presso il posto di confine di Tukchar. Dopo una breve resistenza, soverchiati nel numero e rimasti senza munizioni, i soldati russi cercarono nascondersi con l’aiuto della popolazione. Scoperti, furono convinti ad arrendersi con la proposta di uno scambio con un gruppo di guerriglieri prigionieri dei russi. In realtà, una volta catturati, furono tutti uccisi a freddo bucando loro la trachea. Il più giovane aveva 19 anni.

La storia del “massacro di Tukchar”, ben nota a tutti i russi, è solo una delle tante che dimostrano quale carico di odi e rancori tuttora sussista tra parte delle popolazioni caucasiche e il potere rappresentato da Mosca. Un carburante a cui non serve molto per prendere fuoco.

Fulvio Scaglione

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