50 morti, 58 feriti, una nazione sotto choc: sono passati cinque anni dal massacro di Orlando. È la maledetta notte tra l’11 e il 12 giugno 2016, quando, nel club Pulse, nota discoteca gay della città della Florida, Omar Seddique Mateen, cittadino Usa di 29 anni di origini afgane, entra armato di un fucile semiautomatico Sig Sauer MCX e inizia a sparare all’impazzata sulla pista da ballo, provocando la morte di 49 persone. È la serata latina al club e la musica Reggaeton è a tutto volume. I frequentatori del club ridono e si divertono. Poi arrivano ​​i colpi di fucile, ma alcuni, almeno in un primo momento, credono che il rumore faccia parte della musica. Altri capiscono subito cosa sta succedendo e provano a scappare, mentre i proiettili si riversano sulla pista da ballo, senza pietà. Altri non hanno nemmeno il tempo di reagire che la morte li raggiunge, inaspettatamente.

Un memoriale per ricordare il massacro di Orlando

Alcune ore dopo essersi asserragliato nel locale e aver preso in ostaggio alcuni fruitori della discoteca, Mateen rimane ucciso nello scontro a fuoco con gli agenti. Secondo Usa Today, i sopravvissuti di quel terribile attacco che ha sconvolto l’America e coloro che hanno perso i propri cari al nightclub Pulse nelle prime ore del mattino del 12 giugno 2016, sono ancora alle prese con il trauma di quella notte, “un attacco che ha preso di mira i membri della comunità Lgbtq durante il mese dedicato alla celebrazione dell’orgoglio gay”. Ora, nel quinto anniversario della sparatoria di massa del nightclub Pulse, il presidente Usa Joe Biden ha promesso di rendere il sito un memoriale nazionale.

L’ex discoteca, spiega l’Orlando weekly, non ha mai riaperto dopo la sparatoria e attualmente funge da memoriale improvvisato. Un disegno di legge per dichiarare l’edificio un memoriale è passato al Senato ed è giunto sulla scrivania di Biden la scorsa settimana: si tratta di un disegno di legge voluto dai deputati Val Demings e Darren Soto. Biden ha anche celebrato l’anniversario del massacro di Orlando su Twitter, affermando che intende andare avanti con una legislazione che renderebbe più difficile l’acquisto di armi. “Cinque anni fa, abbiamo subito l’attacco più mortale che ha colpito la comunità Lgbtq+ nella nostra storia. In pochi minuti, il Pulse Nightclub si è trasformato da luogo di accettazione e gioia a luogo di indicibile dolore. Mentre ricordiamo coloro che abbiamo perso, dobbiamo impegnarci nuovamente a onorarli con i fatti” ha sottolineato Joe Biden. Ma tutto il mondo politico ha voluto ricordare la strage. Il senatore Cory Booker ha descritto il massacro come “un indicibile atto di odio verso la comunità Lgbtq+”. La senatrice Tammy Duckworth è andata anche oltre, affermando che “la comunità Lgbtq+ è stata presa di mira e uccisa, solo perché ha osato vivere la propria vita”, mentre il senatore democratico Dick Durbin ha affermato che quarantanove vite sono state perse a causa di “odio anti-Lgbtq”. Dello stesso tenore le parole dell’ex presidente Barack Obama e non troppo diverse, per la verità, da quelle dell’allora candidato Donald Trump: “Un terrorista islamico radicale ha preso di mira il nightclub, non solo perché voleva uccidere degli americani, ma per giustiziare cittadini gay e lesbiche, a causa del loro orientamento sessuale”.

Un massacro motivato dall’odio anti-Lgbt?

La politica americana, tuttavia, sembra aver sposato una narrativa che non corrisponde alla realtà dei fatti. Come spiega il Premio Pulitzer e fondatore di The Intercept Glenn Greenwald, omosessuale dichiarato, all’indomani di quell’orribile crimine, potrebbe apparire ragionevole all’opinione pubblica ipotizzare il fatto che Mateen, dato il suo dichiarato sostegno all’Isis, avesse scelto il Pulse perché era un club gay. “Questa convinzione – sottolinea – ha fatto comodo all’agenza politica liberal nell’evidenziare i crimini di odio anti-Lgbt, e ha anche generato i doppi stereotipi del musulmano che odia i gay e dell’uomo gay chiuso che nutre un odio per se stesso e finisce per attaccare altre persone omosessuali”. Repubblicani e democratici hanno sposato un’unica versione, quella dell’affiliato dello Stato Islamico che prende di mira il Pulse perché notoriamente frequentato da omosessuali e persone Lgbt. Lo stesso ha fatto il giornalismo americano, di orientamento conservatore e progressista.

Motivazioni di carattere ideologico-geopolitico

Come ricorda Greenwald, tuttavia, “il giornalismo dovrebbe basarsi sulle prove, non sulle speculazioni, e non c’è mai stata alcuna prova a sostegno dell’ipotesi che l’attentatore fosse guidato dall’odio per gli omosessuali. Le prove disponibili suggeriscono il contrario”. Il fondatore di The Intercept ricorda infatti che il 12 giugno 2016, Mateen ha trascorso poco più di tre ore al Pulse dal momento in cui ha iniziato a sparare contro persone innocenti verso le ore 2:00 circa fino a quando è stato ucciso da una squadra Swat alle 5:00 circa. Durante quel lasso di tempo, ha ripetutamente parlato con i suoi prigionieri sul suo movente, e lo stesso fatto lo stesso con la polizia con cui stava negoziando. “Mateen – scrive Greenwald – è stato straordinariamente coerente in ciò che ha detto. Più e più volte, ha sottolineato che il suo attacco a Pulse era una rappresaglia per le campagne di bombardamenti statunitensi in Iraq, Siria e Afghanistan”. Questo è ciò che detto al 911 nella sua prima chiamata: “Perché dovete dire all’America di smetterla di bombardare la Siria e l’Iraq. Stanno uccidendo molte persone innocenti. Cosa devo fare qui quando la mia gente viene uccisa laggiù. Dovete fermare gli attacchi aerei statunitensi. Devono fermare gli attacchi aerei statunitensi, ok? Questo è successo, molte donne e bambini innocenti vengono uccisi in Siria, Iraq e Afghanistan, ok? Gli attacchi aerei devono cessare e smettere di collaborare con la Russia, ok?”. 

Odio contro i gay? Nessuna prova

Le sue, insomma, erano motivazioni di carattere ideologico-geopolitico. Secondo tutte le testimonianze dei sopravvissuti, nelle tre drammatiche ore che ha trascorso al Pulse, non ha mai pronunciato alcunché di omofobo. I post di Mateen su Facebook precedenti all’attacco riflettevano tutti lo stesso movente: la rabbia contro le guerre americane in Medio Oriente. “Uccidi donne e bambini innocenti con gli attacchi aerei statunitensi”, ha scritto Mateen su Facebook in uno dei suoi ultimi post prima di attaccare Pulse, aggiungendo: “Ora assaggerete la vendetta dello Stato islamico”. Naturalmente, si potrebbe tranquillamente presupporre che – segretamente – l’attentatore provasse odio per omosessuali e Lgbtq. D’altronde, lo Stato islamico – a cui ha giurato fedeltà – non era certo un campione di diritti umani. Ma anche questo non avrebbe molto senso perché, come nota Glenn Greenwald, i terroristi vogliono pubblicizzare le loro azioni e soprattutto i moventi dei loro attacchi, non nasconderli. E Mateen ha ripetutamente affermato che la sua azione era una rappresaglia contro la politica estera americana in Medio Oriente, senza mai menzionare le persone Lgbt. Semplicemente, il Pulse è uno dei club più frequentati di Orlando. Nessuna prova del fatto che l’attentatore fosse omosessuale e avesse frequentato il nightclub in precedenza è stata confermata. L’anno successivo alla strage, il giornale locale che si è occupato più ampiamente del massacro di Pulse, The Orlando Sentinel , ha riconosciuto che “non ci sono ancora prove che il killer intendesse prendere di mira le persone gay”.

Certo, non possiamo sapere con certezza cosa frullasse nella testa dello stragista. Ma una cosa è sicura: non ha preso di mira il Pulse per un esplicito odio contro le persone Lgbtq. Il movente, come appurato, era un altro: questo ci dicono le prove, non le invettive e le speculazioni. Ma alla stampa di destra e sinistra, così come alla politica statunitense tutta, conviene forse sposare un’altra narrazione. Una distorsione della realtà che non fa bene a nessuno, nemmeno alle lotte del movimento Lgbtq.

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