Il sequestro della cooperante milanese Silvia Romano ha avuto esito positivo, con la sua liberazione avvenuta in Somalia e successivo rientro in Italia. Le dinamiche sul rilascio rischiano però di scatenare tutta una serie di polemiche in relazione a un presunto riscatto di 4 milioni di euro pagato ai sequestratori, jihadisti appartenenti al gruppo qaedista al-Shabaab. Riscatto sulla cui cifra reale non ci sarà mai conferma. Ma che pone comunque dei seri interrogativi.

In aggiunta è emerso che le trattative con i qaedisti sarebbero state effettuate dal Mit, i servizi segreti turchi, ampiamente presenti in Somalia ma già presi in castagna in numerose occasioni per aver armato e sostenuto jihadisti in Siria e Libia, tra cui proprio la fazione qaedista siriana di Hayyat Tahrir al-Sham, ex Jabhat al-Nusra.

Al di là di ciò, il fatto di aver ceduto alle richieste dei sequestratori ha portato per l’ennesima volta alla luce un quesito ricorrente in situazioni di questo tipo: è giusto trattare con i terroristi? Oppure bisogna seguire la linea dell’intransigenza? Vediamo dunque di affrontare la questione analizzandone vari aspetti.

Linea dura e linea morbida

Il dibattito sulla scelta tra linea dura e dialogo con i terroristi in situazioni con ostaggi è da sempre tematica centrale nel mondo del contro-terrorismo. Il direttore dell’International Institute for Counter-Terrorism di Herzliya, Boaz Ganor, illustra in modo chiaro i due approcci, nonché i relativi vantaggi e svantaggi.

La cosiddetta “linea dura” implica il non trattare a nessun costo con i terroristi e il via libera ad un eventuale blitz di forze speciali per liberare gli ostaggi. Un approccio seguito prevalentemente da Paesi come Israele, Gran Bretagna, Russia e Stati Uniti (anche se non sono mancate eccezioni). Basti pensare all’assalto delle SAS britanniche all’ambasciata iraniana nell’aprile del 1980, al raid su Entebbe delle forze di difesa israeliane nel luglio del 1976 o all’assalto delle squadre Alpha degli Spetsnaz al teatro Dubrovka nell’ottobre del 2002.

La linea morbida dal canto suo prevede la negoziazione con i terroristi e la valutazione delle loro richieste per permettere eventualmente un rapido rilascio dei sequestrati senza spargimenti di sangue. I Paesi che tendenzialmente vengono indicati come propensi a tale linea sono Italia, Francia, Spagna e Germania, al punto che nel 2013, durante il G8, un tentativo di accordo sull’applicazione della linea dura in caso di sequestro (a causa dell’elevato numero di casi del genere tra il 2008 e il 2013, con ben 60 milioni di dollari pagati) aveva riscontrato non poche difficoltà, oltre che un esito incerto.

La linea morbida comporta una serie di vantaggi soprattutto a breve termine, tra cui un eventuale rilascio dei sequestrati (anche se non sempre è così, il caso della Romano ne è un esempio), evita spargimenti di sangue, non mette a rischio ostaggi e uomini dei reparti speciali, evita complicazioni operative ed eventuali rappresaglie dei terroristi in caso di blitz ma soprattutto ripara i rappresentati politici da eventuali polemiche in caso che l’operazione risulti in un fiasco. In certi casi, può inoltre salvaguardare il Paese coinvolto da possibili problematiche di tipo diplomatico.

Vi sono però anche tutta una serie di problemi di non poco conto in questo tipo di approccio, primo fra tutti il rischio di emulazione: i terroristi potrebbero infatti valutare il metodo come efficace, perpetrandolo ulteriormente a danno di altri cittadini che rischiano così di diventare obiettivi di sequestri. In poche parole, quello che può scattare nella mente delle organizzazioni criminali sarebbe un percorso mentale di questo tipo: “Funziona, rifacciamolo e magari aumentiamo anche la posta in palio”. La linea morbida, oltre a far passare l’idea che il terrorismo sia una strategia efficace, lo legittima e danneggia l’immagine del Paese coinvolto in relazione alla sua capacità di deterrenza. I soldi eventualmente versati ai terroristi rischiano inoltre di essere reinvestiti in altri attentati, causando così lo spargimento di altro sangue.

La linea dura dal canto suo è certamente più rischiosa in quanto mette in pericolo l’incolumità di ostaggi e uomini dei reparti speciali, ma in caso di riuscita lancia un messaggio chiaro: “Non fatelo più, non trattiamo e per voi finisce male”. Un approccio ben incarnato nella cosiddetta “Dottrina Rabin”, in riferimento alla linea adottata dall’ex primo ministro israeliano, Yitzhak Rabin, durante il suo primo mandato (1974-1977) ed esposta così da Ganor: “La visione di Rabin consisteva nel lanciare dei blitz per liberare ostaggi catturati da gruppi terroristici anche in caso che le possibilità di riuscita dell’operazione fosse minima e il rischio di vittime elevato”. Una linea che risultò vincente con l’assalto a Entebbe, quando quattro C-130 carichi di soldati israeliani (tra cui Yoni Netanyahu, fratello dell’attuale Primo Ministro, Benyamin Netanyahu) volarono fino in Uganda, liberarono 256 ostaggi, uccisero i terroristi e rientrarono in Israele, compiendo così la più famosa missione di contro-terrorismo della storia.

Non è tutto bianco o nero

È chiaro che la linea da seguire viene decisa in base alla situazione specifica e agli elementi a disposizione. Se da un lato è vero che alcuni Paesi sono tendenzialmente propensi alla “linea dura” ed altri alla “linea morbida” è altrettanto vero che vi sono state eccezioni, anche perché ogni caso è una storia a sè e non sempre vi sono condizioni sufficienti per mettere in atto un blitz. In certi casi l’intelligence necessaria per un eventuale assalto non è sufficiente; bisogna poi vedere se il Paese eventualmente colpito abbia le capacità operative (uomini propriamente addestrati) per poter mettere in atto un raid. In ultimo ma non per ordine d’importanza, vi è la componente politica; bisogna infatti vedere se i rappresentanti governativi siano propensi ad assumersi la responsabilità di un blitz che rischia di trasformarsi in un grande successo politico in caso di riuscita, ma anche un terremoto se dovesse risultare in un fiasco.

Inoltre, per quanto riguarda la linea delle trattative, non è detto che sia poi così “morbida”, come illustrato da un ufficiale degli Spetsnaz interpellato da InsideOver in relazione al caso della Romano: “Cedere alle richieste dei terroristi è sbagliato perché li incoraggia. È però importante che il civile sia stato messo in salvo. Personalmente, io opterei per un’azione coordinata di due gruppi, il primo paga la somma mentre l’altro rintraccia i sequestratori e li elimina”.

A favore di una “sting operation” è anche Cristopher Voss, negoziatore dell’Fbi tra il 2003 e il 2007: “Il modo migliore per gestire una situazione di sequestro è iniziare le negoziazioni in modo da raccogliere più informazioni possibili sui terroristi. In seguito si mette in atto la necessaria sorveglianza e si segnano le banconote per poi risalire e neutralizzare l’intera struttura.

Una cosa è certa, al di là degli approcci che servono prevalentemente come riferimenti, il punto fondamentale è non far passare l’idea che il terrorismo sia una strategia legittima e vincente. I terroristi vanno comunque individuati e perseguiti.

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