I quattro africani finiti a processo con l’accusa di aver finanziato il terrorismo jihadista di al Shabaab tramite il meccanismo della Hawala erano parte di una rete che agiva tra Lombardia, Piemonte, Germania e Somalia, come già emerso un anno fa quando i componenti del gruppo vennero arrestati tra Milano, Torino e Cinisello Balsamo su mandato della Procura di Bologna. Tra questi spicca la figura del somalo Rashiid Dubad, titolare di uno status di rifugiato e nato a Jijiga, in territorio etiope, a meno di 50km dal confine con la Somalia settentrionale.

Secondo le ricostruzioni, gli inquirenti sono arrivati a Dubad tramite il contatto di un 23enne somalo attualmente in Germania che era arrivato in Italia, precisamente nel trapanese, nel 2016 assieme a un altro somalo, Mohsin Ibrahim OmarAbu Khalil“, arrestato il 13 dicembre 2018 a Bari per i reati di associazione con finalità di terrorismo, istigazione e apologia del terrorismo, aggravate dall’utilizzo del mezzo informatico e telematico e condannato lo scorso 12 maggio ad 8 anni e 8 mesi di reclusione.

I due gruppi ai quali i finanziamenti erano destinati risultano essere i jihadisti di al Shabaab e l’Ogaden National Liberation Front (ONLF), gruppo separatista somalo attivo in territorio etiope. Non è un caso che i quattro arrestati provenissero proprio da quell’area, così come non è insolita la tipologia di meccanismo utilizzato per la raccolta fondi.

La Somalia tra clan e nemici comuni

A primo impatto alcuni potrebbero chiedersi per quale motivo i finanziamenti venivano inviati sia agli al Shabaab, di chiara matrice jihadista e attivi prevalentemente nella parte centro-meridionale della Somalia e all’ONLF che agisce invece con fini separatisti-nazionalisti in un’area in territorio etiope ma abitata in prevalenza da somali di religione musulmana.

Ricondurre la cosa alla semplice questione religiosa rischia di fornire un quadro fuorviante, anche perchè è bene ricordare che il salafismo imposto da al-Shabaab è un’ideologia “importata” e certamente non autoctona del contesto somalo e non a caso nelle regioni di Galguduud, Hiraan e Gedo è attivo Ahl al-Sunna waal-Jamaat, gruppo di stampo sufi e operante nel contrasto ad al-Shabaab.

In primis è fondamentale tener presente che in Somalia ciò che conta veramente è la questione dei clan; sono le identità, le rivalità e gli interessi clanici a far muovere tutto mentre la religione viene in un secondo momento, per non parlare del concetto di “nazione”. Gli stessi somali, pur riconoscendo che la mentalità clanica è causa di frazionamento, violenza e destabilizzazione del Paese, continuano ad identificarsi in base al clan di appartenenza. Non a caso, ancor prima della Shahada, la testimonianza di fede islamica, fin da giovanissimi ai ragazzini somali viene fatta memorizzare e recitare tutta la genealogia clanica di appartenenza, come illustrato da Schaefer e Black della Jamestown Foundation.

Non bisogna dunque stupirsi se clan legati all’ONLF e altri legati ad al Shabaab possano aver stretto alleanze i cui interessi vanno plausibilmente oltre l’aspetto religioso; alleanze che potrebbero tra l’altro facilmente crollare proprio in base a possibili mutamenti di interesse. I miliziani di al Shabaab sono interessati primariamente alle dispute tra clan e ai guadagni promessi dall’organizzazione in caso di arruolamento, dunque il fattore socio-economico svolge un ruolo predominante che scavalca l’ideologia del jihad.

Un altro aspetto fondamentale è un vecchio principio ma sempre valido e cioè “il nemico del mio nemico è mio amico”, in questo caso l’Etiopia che intervenne militarmente in Somalia nel 2006 in sostegno del Governo Federale di Transizione, operazione appoggiata dagli Stati Uniti.

Al-Shabab risultò allora essere il gruppo armato più competente e capace di far fronte ai militari di Addis Abeba e cercò dunque di sfruttare la situazione inserendosi non solo come organizzazione jihadista ma anche come paladina di un improbabile nazionalismo che si concretizzava invece in sentimento anti-etiope, nel tentativo di acquisire sostegno interclanico con l’obiettivo di combattere contro il nemico comune, l’invasore.

In seguito al ritiro delle truppe etiopi nel 2009 però al Shabaab si è trovata ancora una volta a dover fare i conti con le questioni interclaniche, ma con litigi anche all’interno del direttivo jihadista, come quello tra Mokhtar Robow “Abu Mansur” e Abdi Godane “Abu Zubayr” in seguito a rapporti tra il clan di Robow e dirigenti governativi somali che non sarebbero stati digeriti da “Abu Zubayr”.

Se da una parte dunque al Shabaab si trova a dover dimostrare alla leadership di al Qaeda (organizzazione di cui fa parte), un concreto impegno nel jihad globale, dall’altra è impantanata in questioni claniche e meccanismi socio-economici tribali di stampo locale che creano più problemi che vantaggi al gruppo.

La questione dei finanziamenti

Le operazioni volte a sradicare i principali canali di finanziamento, scattate con l’oramai nota guerra al jihadismo globale ha reso sempre più difficoltoso il reperimento di fondi da parte di al Shabaab. Come illustrato dagli analisti Ido Levy e Abdi Yusuf, l’organizzazione jihadista somala ha dovuto optare per una serie di attività che vanno dalla pirateria alle estorsioni, dai sequestri di persona all’importazione illegale di auto rubate da rivendere in Somalia, ma anche tramite i “money transfer” e la tradizionale “hawala“.

Rispetto ad anni addietro, Al Shabaab fa sempre più fatica a raccogliere denaro tramite la diaspora di simpatizzanti in Europa e questo non soltanto perché nel Vecchio Continente non risultano reti estese e adeguatamente organizzate, seppur non si esclude la presenza di cellule operanti, ma anche perché la diaspora somala è prevalentemente composta da profughi in fuga proprio da quelle dinamiche. Non a caso le informazioni reperite sull’operazione che ha visto coinvolti gli indagati nel milanese indicano cifre che si aggirano intorno ai 10 mila euro ($6.900 più altri 2.777 euro e qualche altro centinaio di euro, da verificare), non una gran cifra.

Al Shabaab ha optato prevalentemente per attività criminali in Somalia e nelle zone confinanti perché più facili da attuare e con minor rischio di essere individuati ed arrestati; il sequestro di Silvia Romano parla chiaro. E’ invece differente la situazione nei Paesi dell’Africa come Kenya, Tanzania, Malawi e Nigeria, dove al Shabaab è attiva sia con canali di finanziamento che con il reclutamento.

Al Shabaab è un rischio per l’Europa?

È ben plausibile che al Shabaab disponga di simpatizzanti e cellule presenti in Europa con l’obiettivo di raccogliere fondi, del resto l’inchiesta della procura di Bologna lo dimostra chiaramente e sarebbe avventato credere il contrario. Del resto sostenitori di al Shabaab sono entrati in Italia in più occasioni infiltrandosi tra i profughi arrivati via mare, come dimostra anche il caso del già citato Mohsin Ibrahim Omar.

Difficile invece dire con certezza se al Shabaab abbia l’intenzione e le capacità organizzative per colpire in Europa. Omar venne arrestato mentre era in fase di progettare attentati contro chiese, in particolare alla basilica di San Pietro, nel giorno di Natale. Il profilo di Omar indica però una radicalizzazione presso una scuola coranica estremista di Nairobi, alcuni passati contatti con al Shabaab e un’adesione all’Isis, non chiaro se in forma strutturale in Somalia o basata su semplice auto-proclamazione. Al Shabaab resta però una formazione di stampo qaedista, mettendo da parte alcune defezioni. Potrebbe dunque essere inopportuno attribuire il piano all’organizzazione jihadista somala.

Finora al Shabaab è risultato ben più interessato alle dinamiche locali, allo sfruttamento delle risorse in territorio somalo, ai guadagni in loco e ad attentati perpetrati in Somalia e in Kenya. Vero è che nella galassia del jihad globale le cose cambiano in fretta ed è bene non escludere mai nulla a priori.

È un momento difficile
STIAMO INSIEME