Lo scoppio della guerra in Siria del 2011 ha portato a notevoli ripercussioni nei Balcani occidentali, sia in relazione all’incremento del radicalismo di matrice islamista e sia per quanto riguarda la partecipazione diretta al conflitto; è infatti la prima volta nella storia che un numero così elevato di foreign fighters balcanici si mobilita per un conflitto “lontano”, un segnale indicativo che evidenzia la potenza e il pericolo della propaganda islamista e jihadista.

Se però nella prima fase del conflitto siriano il fenomeno poteva essere definito come “minaccia uscente” in quanto il grosso dei radicalizzati era in transito dall’area balcanica verso i territori di guerra, ora il problema è invertito in quanto c’è il pericolo di rientro dei jihadisti (quelli sopravvissuti) nei propri paesi d’origine.

Un problema al quale va ad aggiungersi il rischio legato alla radicalizzazione e all’azione violenta di soggetti che non hanno partecipato alla guerra, ma che sono comunque stati radicalizzati nei propri Paesi da parte di quella macchina della propaganda islamista e jihadista, particolarmente attiva nei Balcani occidentali, al punto che i programmi di de-radicalizzazione implementati in Albania, Kosovo e Macedonia del Nord non includono soltanto i jihadisti rientrati, ma anche soggetti radicalizzati che non sono mai partiti per le zone di guerra.

I dati sui foreign fighters d’oltre-Adriatico

I dati attuali che arrivano da oltre-Adriatico non sono certo rassicuranti con una stima complessiva di foreign fighters partiti dai Balcani occidentali che si aggira intorno ai 1200 elementi. Il primato sul contributo di jihadisti lo fornisce il Kosovo con un totale di circa 403 volontari. Un numero elevatissimo per un Paese con poco meno di un milione e 900 abitanti,che lo pone ai primi posti in Europa per quanto riguarda il flusso di jihadisti nei teatri di guerra. Ci sono poi i contributi di Albania (180-200 su 2,873 milioni), Bosnia (circa 350 su 3,507 milioni) e Macedonia (156 su 2,074 milioni).

Secondo informazioni del Dipartimento di Stato americano, sono presenti alcuni aspetti comuni relativi a problematiche d’indagine e intervento nei Paesi sopra citati, tra cui la scarsità di risorse umane ed economiche, la scarsa comunicazione interforze e in alcuni casi anche la carenza di esperienza nel settore d’indagine sul terrorismo.

Il Dipartimento di Stato metteva poi in evidenza come l’Albania, nonostante la scarsità di risorse, il malfunzionamento giudiziario e l’insufficiente coordinazione tra agenzie, fosse comunque riuscita a fornire buoni risultati nel contrasto al terrorismo, grazie anche a una sostanziale collaborazione con agenzie degli Stati Uniti e dell’Unione Europea.

Più critica invece la situazione della Bosnia, con gravi carenze investigative e giudiziarie; un esempio, la Sipa (State Investigation and Protection Agency) avrebbe a disposizione soltanto 25 uomini che lavorano su indagini legate al terrorismo, tanto che nel 2017 il Ministero per la Sicurezza aveva proposto di incrementare il numero a 50 unità, una misura non ancora completata. In aggiunta, anche in Bosnia vi è un problema di scarsa collaborazione tra agenzie e forze di polizia, in questo caso tutto aggravato da persistenti tensioni etniche.

Le minacce che gravano sui Balcani

I pericoli che incombono sui Paesi dei Balcani occidentali sono molteplici, a partire dalla radicalizzazione jihadista che si muove su due canali, uno virtuale, tramite l’utilizzo del web e l’altro inter-personale, con predicatori radicali e propagandisti che utilizzano centri islamici (spesso esterni alle comunità islamiche ufficiali) ed altri luoghi di aggregazione grazie anche al sostentamento (finanziario e dottrinario) ricevuto da attori esteri legati al salafismo, al wahhabismo e alla Fratellanza Musulmana.

Le zone maggiormente a rischio sono quelle periferiche delle grandi città e delle zone rurali dove le condizioni socio-economiche sono più difficili. I predicatori di odio sono infatti maestri nel far leva su quei giovani balcanici che hanno difficoltà a trovare un’occupazione e un reddito. Del resto non è certo un segreto che radicalismo e jihadismo si infiltrano là dove le istituzioni sono deboli, le tensioni inter-etniche sono elevate e i contesti socio-economici sono particolarmente difficili. Lo si è visto non solo nei Balcani ma anche nel Caucaso settentrionale tra gli anni ’90 e il 2000.

Non va inoltre sottovalutata la propaganda islamista radicale che bersaglia la diaspora balcanica in Europa e l’Italia lo sa bene visto che nel marzo 2017 a Venezia venivano arrestati quattro kosovari che progettavano un attentato al ponte di Rialto. Come illustrò il procuratore aggiunto di Venezia Adelchi D’Ippolito: “La cellula era impegnata in una vera e propria attività di auto-addestramento al fine di prepararsi a compiere attività criminali e attentati, da un lato attraverso esercizi fisici e dall’altro esaminando video dei fondamentalisti dell’Isis che spiegavano l’uso del coltello”.

Un altro sostanziale e già citato rischio è quello legato ai jihadisti di ritorno, fenomeno estremamente complesso che va gestito non soltanto in base al contesto di riferimento, ma singolo caso per singolo caso. Gli individui di rientro da Siria o Iraq possono infatti essere stati esposti a differenti livelli di coinvolgimento in organizzazioni come Isis e al-Qaeda; ad esempio, la moglie di un jihadista trasferitasi con famiglia potrebbe aver svolto un ruolo prevalentemente passivo rispetto a un marito inserito in un’unità jihadista in prima linea. C’è poi tutto il problema legato ai minori, alcuni dei quali pesantemente indottrinati e persino utilizzati nell’esecuzione di prigionieri, come mostrato in alcuni filmati propagandistici dell’Isis. Attualmente sarebbero più di 500 i detenuti jihadisti provenienti dai Balcani, rinchiusi nelle carceri curde e plausibilmente da rimpatriare a breve.

Vi è poi tutto il problema legato all’infiltrazione economica turca e qatariota in Albania, Macedonia del Nord, Kosovo e Bosnia, un’infiltrazione che va di pari passo con quella ideologica legata ai Fratelli Musulmani, come già esposto da InsideOver lo scorso settembre. Un indottrinamento attuato da varie Ong islamiche che hanno l’obiettivo di egemonizzare l’Islamismo nei Balcani e di contrastare l’avanzata dell’altro attore radicale, il wahhabismo, ampiamente presente in Bosnia.

A ciò va ad aggiungersi la presenza del Mek (i Mujahideen del Popolo d’Iran) in territorio albanese, con quartier generale vicino Durazzo. Organizzazione nata nel 1963 con l’obiettivo di combattere il regime dello Shah, nel 1979  partecipava alla rivoluzione khomeinista; l’ideologia divulgata (un incrocio di marxismo, femminismo e islamismo) si scontrava però con quella degli Ayatollah e veniva messo al bando. In seguito l’organizzazione si trasferiva in Iraq da dove portava avanti la campagna anti-regime contro Teheran.

Mal sopportata da molti iraniani anti-Ayatollah, in precedenza il Mek era inserito nella lista nera da Unione Europea, Gran Bretagna, Usa e Canada, per poi venire “sdoganato” tra il 2008 e il 2012, forse nella speranza di essere utilizzato in chiave anti-regime (in quanto unica opposizione iraniana organizzata). La presenza in Albania del Mek non fa però altro che aggravare ulteriormente la delicatissima situazione nei Balcani legata a tensioni inter-etniche, radicalizzazione e rientro di foreign fighters.

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