La pirateria internazionale muta volto. Negli ultimi 25 anni i moderni pirati hanno seminato il terrore nelle acque internazionali: dal golfo di Aden, nelle mire dei pirati somali, al golfo di Guinea, dove da almeno sette anni banditi sempre più armati e dotati di raffinati mezzi di intercettazione, si lanciano in violenti e rocamboleschi assalti agli equipaggi di mezzo mondo. La pandemia, però, ha ridisegnato le linee di forza anche delle vie d’acqua: con il prezzo del petrolio così basso legato all’emergenza Covid -19, unitamente al proliferare di siti di stoccaggio galleggiante, i pirati sono tornati all’attacco (dopo un calo notevole nel 2019, con solo 41 casi segnalati), ma in altri luoghi e con metodi nuovi.

Il golfo del Messico e i mari asiatici

Quest’area era già stata al centro di nuovi attacchi negli ultimi mesi del 2019 (proprio nel novembre scorso era stata attaccata una nave battente bandiera italiana fuori dallo Stato di Campeche) e con la pandemia in corso numerosi produttori di petrolio hanno ancorato le loro scorte in eccesso presso siti di stoccaggio galleggiante, i nuovi target dei pirati. Nel giugno scorso era stato proprio il governo degli Stati Uniti a lanciare l’allarme circa questa nuova tendenza con una nota del Dipartimento di Stato che sottolineava che “È noto che gruppi criminali armati prendono di mira e derubano le navi commerciali, le piattaforme petrolifere e le navi di rifornimento offshore nella zona della baia di Campeche nel sud del Golfo del Messico”, sconsigliando di viaggiare nelle zone limitrofe e su imbarcazioni.

Un totale di 51 episodi di pirateria e rapina a mano armata contro navi sono invece stati segnalati in Asia durante il semestre gennaio-giugno 2020. I casi hanno riguardato Bangladesh, India, Indonesia, Filippine, Vietnam, Mar Cinese Meridionale e Stretto di Singapore (dati del Regional Cooperation Agreement on Combating Piracy and Armed Robbery against Ships in Asia). Quest’ultimo è preso di mira poiché qui le navi mercantili sono particolarmente vulnerabili: il passaggio è di appena 10 miglia e avendo una conformazione frastagliata, composta da minuscole isole disabitate, si presta perfettamente ad attività di guerriglia marina.

Come agiscono i nuovi pirati e cosa vogliono

Oggi il fine dei nuovi pirati non è più quello di rubare riserve di greggio per rivenderle al mercato nero (i famosi “petro-pirati”). Il nuovo obiettivo, e gli attacchi nei mari asiatici lo dimostrano, sono gli equipaggi ai quali rubare denaro contante, attrezzature costose da rivendere o utilizzare per le proprie scorrerie, oppure sequestrare naviglio e personale di bordo per chiedere un riscatto agli armatori. Una tendenza, questa, che sta investendo anche l’area messicana dove la presenza delle piattaforme off shore è solo il pretesto per mettersi sulle tracce di mercantili di grosso tonnellaggio.

Le formazioni piratesche di questi ultimi anni oggi dispongono di potenti cannocchiali e di visori notturni, sono armati di kalashnikov e ordigni esplosivi, telefoni satellitari e cartografia tecnologica di ultima generazione. Non sono sprovveduti né disperati che lasciano nulla all’improvvisazione. Molti di loro possiedono un addestramento specifico (ad es. conoscono bene le arti marziali) e provengono da gruppi militari o paramilitari, e spesso strizzano l’occhio a gruppi criminali transnazionali: sono ben noti, ad esempio, quali fossero i legami tra la pirateria somala e Al Shabaab, che ha utilizzato a lungo le incursioni sulle navi straniere per autofinanziarsi.

Il Golfo di Guinea mantiene il suo primato

Attenzionato dalla pirateria internazionale negli ultimi dieci anni, il Golfo di Guinea ha vissuto momenti drammatici tra il 2016 e il 2017 con un’impennata di casi. Le comunità costiere ne subiscono le conseguenze, poiché la popolazione più vulnerabile rimane intrappolata in un circolo vizioso fatto di criminalità e povertà. Nell’ultimo decennio, le strategie e le tattiche di questi criminali sono cambiate insieme ai mercati regionali e globali. Gran parte dell’attività in Africa occidentale è in realtà classificata come rapina a mano armata in mare, piuttosto che come pirateria, perché la maggior parte di essa si svolge all’interno di acque governate da nazioni specifiche, mentre la pirateria per definizione avviene in acque internazionali. Qui il plot degli arrembaggi è sempre lo stesso: si rapisce il capitano, il primo ufficiale o l’ingegnere capo, insieme ad altri membri dell’equipaggio, e li si porta giù dalla nave, trattenendoli a terra per un riscatto al fine di estorcere un pagamento alla compagnia di navigazione o alle famiglie degli ostaggi. Qui i rapimenti sono più violenti che in altre aree del mondo: ex ostaggi hanno denunciato abusi come amputazioni di dita e ustioni usate come tortura.

Le violenze nel Golfo di Guinea si sono aggravate con la pandemia. Nel Delta del Niger, ad esempio, il Covid-19 minaccia priorità politiche e investimenti necessari in un’area in cui il conflitto tra criminali e forze di sicurezza statali continua a stimolare la pirateria e le rapine a mano armata, nonostante i recenti impegni della Nigeria per affrontare il problema nelle sue acque nazionali. L’economia della Nigeria è già stata duramente colpita dalla pandemia, che ha innescato un clima di spending review che sta limitando la capacità del governo di sostenere i suoi programmi di smobilitazione e reinserimento per gli ex combattenti nel Delta: questo vuol dire che una nuova escalation di atti di pirateria potrebbe essere alle porte con gravi ripercussioni sulle flotte mercantili e sulle grandi compagnie come ExxonMobil, ENI, Shell e Total.

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