L’attacco avvenuto lo scorso 29 novembre sul London Bridge che ha portato alla morte di due civili e al ferimento di altri tre è stato in più occasioni indicato come atto facente parte del cosiddetto “jihad dei coltelli” e l’attentatore impropriamente definito “lupo solitario”, ma analizzando a fondo la questione emergono dinamiche ben più complesse.
E’ chiaro che il terrorismo islamista targato Isis, con un suo particolare modus operandi poliedrico e mutevole che si discosta dalle caratteristiche tipiche del jihadismo “tradizionale” (più lineare, strutturato e organizzato) crea non pochi problemi a chi cerca di fotografarlo e definirlo. Il rischio è sempre quello di semplificare per poter avere una visione più chiara, correndo però il rischio di cadere in interpretazioni riduttive e dunque fuorvianti.
L’utilizzo del coltello negli attacchi di Londra e L’Aia
Allo stato attuale è appurato come in entrambi gli attacchi dello scorso 29 novembre avvenuti a Londra e a L’Aia siano stati utilizzati dei coltelli. Sono numerose le informazioni sulle dinamiche e sul profilo dell’attentatore del London Bridge, mentre ben poco si sa su quanto è accaduto nella città olandese, al punto che non è ancora nemmeno chiaro se l’assalitore (descritto come uomo di pelle “scura” sulla quarantina) sia stato arrestato o meno. La polizia olandese ha inoltre reso noto che l’azione non sarebbe da ricondurre al terrorismo.
In ogni caso, vale la pena spendere due parole sullo strumento dell’attacco, il coltello, ricollegandolo alla definizione “jihad dei coltelli”, un termine che richiama alla più specifica “intifada dei coltelli” del 2015-16, erroneamente definita come “spontanea” e “legata a una mancanza di coordinamento”, quando invece per l’intelligence israeliana si trattava di una strategia vera e propria organizzata dall’ala più radicale di Hamas.
Così come l’intifada, anche la “jihad dei coltelli” ha ben poco di spontaneo e improvvisato e non è neanche corretto definirla tale in quanto si tratta di un modus operandi ben più ampio che non prevede soltanto l’utilizzo dei coltelli , ma di qualsiasi oggetto in grado di ferire o uccidere: armi bianche, cacciaviti, mezzi di trasposto quali auto, furgoni e camion lanciati a folle velocità contro l’obiettivo, giusto per citarne alcuni.
Va inoltre aggiunto che, pure in questo caso, così come in quello dell’ “‘intifada dei coltelli”, non è corretto dire che vi sia mancanza di coordinamento, in quanto la faccenda è ben più complessa. Cosa si intende con il termine “coordinamento”? Se lo ricolleghiamo a un concetto di terrorismo “tradizionale” dove risultano fondamentali aspetti come “struttura”, “catena di comando e controllo” e “cellule integrate” direttamente legate all’organizzazione di riferimento (come nel caso di organizzazioni come al-Qaeda, Hamas o gruppi come Fis e Gamaa al-Islamiyya degli anni ’90) e dove l’attacco viene pianificato dagli alti livelli, allora è corretto dire che si è in assenza di tali caratteristiche.
Bisogna però tener presente le nuove dinamiche jihadiste con l’avvento dell’Isis che ha chiaramente esortato i suoi seguaci a colpire ovunque, nelle terre islamiche o dei nemici miscredenti con qualsiasi mezzo a disposizione e questa è una vera e propria direttiva. La differenza sta nel fatto che per operare in nome dell’Isis non è necessario arruolarsi e passare mesi in qualche campo di addestramento, ma è sufficiente ingegnarsi secondo mezzi propri e possibilità, adattando l’eventuale azione al contesto di riferimento e rivendicando l’attacco in nome dell’Isis (rivendicazione che spesso arriva poi anche dall’Isis stesso).
L’Isis ha abbattuto le barriere del jihad, aprendo le proprie porte a tutti indipendentemente dalla provenienza e dalla religione di nascita (ampia è infatti la presenza di convertiti) e rendendone la militanza ben più semplice. L’Isis si caratterizza non soltanto per un modus operandi fluido e contestualizzato, ma anche per un’ampia differenziazione dei suoi uomini che possono essere jihadisti attivi nelle zone di guerra così come personaggi che si sono auto-addestrati, magari sul web, senza aver mai visto un campo di addestramento.
Il concetto di “lupo solitario”
Attenzione poi a non cadere nella trappola del ritenere l’attacco del London Bridge (piuttosto che altri più datati come quelli del Mercatino di Natale a Berlino nel 2016 o quello del 14 luglio 2016 a Nizza) come azioni perpetrate da “lupi solitari”, nel senso di soggetti estranei a reti estremiste.
L’autore dell’attacco di Londra, identificato come il ventottenne di origine pakistana Usman Khan, era già noto alle autorità britanniche in quanto arrestato nel 2010 assieme ad altri otto membri di una cellula islamista che aveva pianificato attentati in suolo britannico. Tra gli obiettivi del gruppo l’ambasciata statunitense a Londra, due rabbini, il decano della chiesa di St. Paul e Boris Johnson. Tra il 2008 e il 2009 Khan era inoltre risultato attivo come membro del gruppo al-Muhajiroun.
Del resto nemmeno Anis Amri e Lahouaiej-Bouhlel erano risultati veri e propri “lupi solitari”, ma erano in qualche modo introdotti in ambienti islamisti radicali; se il primo aveva infatti frequentato estremisti nelle carceri italiane e altri appartenenti alla rete di Abu Walaa in Germania, il secondo aveva intrapreso un rapido processo di radicalizzazione per mano di un jihadista algerino.
Il cosiddetto “lupo solitario” cessa di essere “solo” nel momento in cui entra in contatto con altri individui che contribuiscono al suo percorso di radicalizzazione o addirittura all’operazione stessa; un aspetto che rientra nel più ampio e già discusso fenomeno del jihadismo “de-centralizzato” dell’Isis. Trattasi dell’attivazione di individui già in possesso di un potenziale “seme radicalizzante” (non necessariamente religioso, ma strumentalmente utile), divenuti target di quella propaganda che li spinge poi all’azione.
Una propaganda multi-canale e multi-forme nonché principale mezzo attraverso il quale il jihadismo odierno riesce a trovare sempre nuovi adepti pronti a colpire, senza doversi interfacciare con vecchi schemi legati ad arruolamento e addestramento. I legami oggi possono essere anche solo virtuali in un mondo dove del resto ci si muove sempre di più tramite web, ma le connessioni ci sono, seppur de-strutturate. Il concetto di “lupo-solitario” risulta inappropriato in quanto trattasi di individui non sganciati da una rete radicalizzante e ampiamente riconosciuti come martiri dalla stessa organizzazione jihadista. Siamo dunque di fronte a un jihad dinamico, destrutturato con modus operandi e mezzi strumentali adattabili al singolo caso ma interno a un meccanismo innovativo e ben collaudato dall’Isis.
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