La Turchia sotto il dominio di Recep Tayyip Erdogan è oramai in preda a una deriva islamista radicale ed è anche diventata un’imprevedibile fonte di destabilizzazione su più fronti: nel Mediterraneo, dove continua a muoversi in maniera aggressiva contro la Grecia, e in Libia con il sostegno al regime-fantoccio di Tripoli, con tanto di jihadisti siriani importati dalla zona di Idlib. In Medio Oriente, con il supporto a gruppi islamisti radicali e terroristi come Hamas, le milizie islamiste anti Assad e gli islamisti in Egitto che ancora invocano il defunto ex presidente Mohamed Morsy; Erdogan sta poi remando anche contro gli accordi di reciproco riconoscimento tra Israele e i Paesi del Golfo (Emirati Arabi e Bahrein). Come se non bastasse, la Turchia sta creando notevoli problemi anche in Europa, non soltanto in relazione alle minacce migratorie di Erdogan e le già citate manovre aggressive contro la Grecia e la Francia (schieratasi al fianco di Atene), cosa inaccettabile considerato che tutti e tre i Paesi sono membri della Nato, ma anche per quanto riguarda il tentativo di egemonizzare le comunità islamiche in Europa, tramite il Diyanet (il direttorato turco per degli affari religiosi) che tesse a sua volta rapporti con i vari centri islamici presenti in sul territorio con l’obiettivo di portare avanti la propaganda islamista filo Akp, come già emerso in Austria nel 2018 quando all’interno di una moschea turca venne tenuta una recita con ragazzini e ragazzine vestiti da martiri, fatto che causò l’immediata chiusura di diversi luoghi di culto turchi e l’espulsione di una quarantina di imam, provvedimenti che Erdogan che defini “islamofobi”.

Sul piano interno, la Turchia è oramai diventata una delle più grandi prigioni per giornalisti al mondo, con la stampa e i media d’opposizione costantemente presi di mira tramite l’utilizzo della magistratura. Nemmeno l’opposizione politica è del resto al riparo dalle “purghe erdoganiane”, come dimostrano i casi di Enis Berberoglu, Leyla Guven e Musa Farisugullari, parlamentari del partito d’opposizione Chp arrestati a inizio giugno 2020. Le accuse sono sempre le stesse, ovvero “spionaggio”, un’incriminazione utilizzata dal regime Akp per togliere di mezzo chiunque sia scomodo, come ad esempio i reporter del quotidiano Cumhuryet che nel 2015 scoprirono e resero noti i rifornimenti dei servizi segreti turchi ai jihadisti in Siria. Il direttore del quotidiano, Can Dundar, veniva ferito a colpi di arma da fuoco nel maggio 2016 fuori del tribunale dove era in corso il processo nei suoi confronti (proprio per quella pubblicazione e ovviamente con accusa di “spionaggio”); nella stessa giornata la corte lo condannava a 5 anni e 10 mesi di reclusione. Curiosamente anche Berberoglu è stato condannato con l’accusa di essere la fonte del reportage sulle armi inviate ai jihadisti in Siria.

Il legame tra Turchia ed Isis

Un recente articolo di Mordechai Kedar, pubblicato sul Jerusalem Post, ha messo in evidenza non soltanto come l’Isis nel Siraq sia proliferato nel 2014 proprio grazie al sostegno turco (aspetto oramai sempre più evidente) in particolare quello economico, logistico e tattico, rivelatisi fondamentali per l’espansione dei jihadisti in quella zona.

In effetti la domanda posta da Kedar non è per nulla banale: come ha fatto l’Isis a diventare un vero e proprio Stato funzionante, con una sua valuta, una struttura più o meno istituzionale e un suo servizio di intelligence, in così poco tempo? Sarebbe certamente risultato difficile senza il dovuto sostegno da parte di attori statali come la Turchia.

Del resto chi ha la memoria lunga ricorda bene il caso del presunto consolato dello Stato islamico aperto a Istanbul nel 2014; una vicenda ancora oggi poco chiara. All’epoca il capo delle Relazioni Estere dell’Isis, Abu Omar al-Tunisi, dichiarò che i jihadisti erano in procinto di aprire un ufficio diplomatico nella metropoli turca e definì la Turchia “Paese amico”. Secondo il quotidiano turco Aydinlik, il consolato doveva fornire supporto di vario tipo a tutti quei volontari che volevano unirsi all’Isis, come ad esempio per l’invio di denaro, pagamento dell’assistenza medica ai jihadisti feriti ecc.) Assistenza medica fornita ai jihadisti all’interno di strutture ospedaliere in territorio turco, come documentato in più occasioni dai media turchi ed internazionali.

La scelta di Istanbul non è certo casuale, visto che la città è risultata essere un vero e proprio crocevia di volontari jihadisti provenienti dalle più disparate zone d’Europa e dove sono transitati anche Maria Giulia Sergio e Aldo Kobuzi, la coppia partita dalla Lombardia per unirsi ai taglia-gole.

Nel marzo del 2019, un’intervista a un alto ufficiale dell’Isis identificato come Abu Mansour al-Maghrebi, pubblicata sul sito Homeland Security Today da Anne Speckhard, direttrice dell’International Center for the Study of Violent Extremism (Icsve), docente di psichiatria presso la Georgetown University e autrice di oltre 700 interviste a terroristi e loro familiari, ha messo a nudo i rapporti diplomatici tra Isis e autorità turche.

Nell’intervista Abu Mansour afferma di aver svolto un ruolo di rappresentanza (simile a quello di ambasciatore) in seguito alla nomina ricevuta da un rappresentante della Majilis al-Shura e indicato come Mohamed Hodoud, cittadino iracheno. Abu Mansour ha poi raccontato di aver tenuto numerosi incontri con rappresentanti del Mit (i servizi segreti turchi) ed esponenti dell’esercito presso strutture militari ed uffici nei pressi del confine ma anche ad Ankara e Gaziantep. L’ex rappresentante dell’Isis ha spiegato di non aver mai avuto alcun problema a oltrepassare il confine per entrare in Turchia e che erano le stesse autorità turche ad inviargli un auto a prelevarlo.

Un altro aspetto chiave è poi quello del traffico di petrolio, con gran parte del greggio trafugato dall’Isis in Siria e Iraq rivenduto poi alla Turchia: “C’erano numerosi trafficanti ma il mercato turco era l’unico a cui fare riferimento… Il petrolio inviato dall’Isis in Turchia veniva prelevato da trafficanti provenienti da oltre-confine”, ha illustrato Abu Mansour. Il traffico di greggio era poi stato denunciato anche dal Cremlino e con tanto di immagini satellitari al punto che Mosca era poi intervenuta con raid aerei contro le installazioni petrolifere e i convogli.

La Turchia aveva poi tutto l’interesse a utilizzare i jihadisti contro la presenza curda oltre-confine, in territorio siriano. Non è certo un caso che all’epoca dell’assedio di Kobane i miliziani curdi indicarono in più occasioni come i jihadisti provenissero dal lato turco del confine. Del resto i rapporti tra militari turchi e jihadisti vennero persino documentati in diversi filmati.

Di certo è difficile che le centinaia di migliaia di volontari giunti in Siria per unirsi all’Isis passando peril territorio turco possano averlo fatto senza la piena conoscenza e consapevolezza delle autorità di Ankara, così come risultano evidenti i vantaggi che la Turchia ha tratto dalla presenza dell’Isis oltre-confine, sia sotto il piano economico che sotto quello strategico-militare. Ankara ha così potuto curare i propri interessi utilizzando un proxy per evitare di “sporcarsi le mani” e mettere in imbarazzo quella coalizione Nato (di cui la Turchia faceva parte) che affermava di voler combattere l’Isis. La situazione ha però preso una sfavorevole piega per Erdogan in seguito all’intervento russo in Siria nel settembre del 2015 che ha di fatto dato il via alla successiva totale disfatta dell’Isis (e dei suoi traffici con la Turchia).

La questione ideologica

Un altro aspetto da non sottovalutare è poi quello ideologico di Erdogan e del partito Akp che abbracciano l’ideologia islamista radicale dei Fratelli musulmani, organizzazione messa al bando in Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Bahrein, Siria e Russia e che aspira alla creazione di uno Stato islamico fondato sulla Sharia e il cui motto è “Allah è il nostro obiettivo. Il Profeta è il nostro capo. Il Corano è la nostra legge. Il jihad è la nostra via. Morire nella via di Dio è la nostra suprema speranza”.

Il fatto che Isis e Fratelli musulmani non abbiano alcuna simpatia per la democrazia è un dato di fatto dimostrato sia dall’anno di governo Morsy in Egitto, presidente democraticamente eletto ma che di democratico ha mostrato ben poco e sia nella Turchia di Erdogan, le cui condizioni sono sotto gli occhi del mondo intero.

L’ideologia politica di Isis e dei Fratelli Musulmani hanno una serie di punti in comune che vanno dalla volontà di distruggere Israele all’egemonia sull’Islam e la lotta nei confronti di coloro che vengono ritenuti “fuoriusciti”dall’Islam, come ad esempio sciiti e sufi. La guida spirituale dei Fratelli Musulmani, Yusuf Qaradawi, ha più volte invocato il jihad in Siria contro “invasori ed infedeli” dalla sua base di Doha.

E’ poi curioso come il governo Erdogan, più volte preso in castagna nel sostegno ai jihadisti in Siria sia anche uno strenuo sostenitore di Hamas, organizzazione islamista radicale ed espressione palestinese dei Fratelli Musulmani. Non a caso, sette alti membri di Hamas hanno da poco ricevuto la cittadinanza turca, incluso passaporto e documento di identità, mentre altri cinque sarebbero in procinto di completare l’iter. In diversi casi, i membri dell’organizzazione terroristica sono stati registrati con falsi nominativi turchi, per nasconderne la reale identità, questione giù trattata da InsideOver lo scorso agosto. Hamas è inserita nella black list delle organizzazioni terroristiche da Stati Uniti, Canada, Unione Europea e Israele.

La Turchia odierna sembra oramai lontana da quel Paese laico, importante membro della Nato e ponte tra Occidente e Oriente che era precedentemente; ciò è dovuto al fatto che la nazione è di fatto ostaggio di una lobby islamista che antepone i propri interessi a quelli del Paese. La Turchia di Erdogan non è soltanto regredita anni-luce sul piano dei diritti umani e della democrazia, ma ha oramai acquisito i tratti di quei cosiddetti “Stati -canaglia” che intrattengono e sostengono gruppi terroristici e che mettono a tacere le opposizioni.

Una Turchia sempre più lontana da un eventuale ingresso nell’Unione Europea e che sta creando seri imbarazzi all’interno della Nato. Kedar ha ragione quando afferma che sarà sempre più difficile per Erdogan nascondersi dietro l’appartenenza all’Alleanza Atlantica in quanto partner inaffidabile e sempre più vicino a chi vuol combattere l’Occidente (Iran, Fratellanza, jihadisti). In Unione Europea il Paese che sembra meno propenso a prendere posizioni nette contro Erdogan è la Germania e ciò è dovuto a una serie di ragioni che vanno dagli interessi economici e dagli storici rapporti tra i due Paesi (diplomatici ma anche di intelligence) alla forte presenza di esponenti filo Akp all’interno del contesto sociale e persino politico tedesco. In Germania sono del resto presenti quasi 4 milioni di turchi.

Una cosa è certa, la deriva di Erdogan appare oramai inarrestabile ma è altrettanto vero che nessun attore internazionale sembra voler intervenire. Plausibilmente la disfatta di Erdogan e del suo entourage arriverà dall’interno della Turchia non appena si creeranno le condizioni idonee. Il leader turco ha da tempo provveduto a “purgare” esercito, forze di polizia, magistratura e tutti quei settori ritenuti fondamentali per il controllo del Paese, proprio per scongiurare un altro tentativo di golpe. La situazione economica in Turchia è però sempre più problematica e potrebbe anche in parte spiegare la “fame” di Erdogan per le risorse energetiche nel Mediterraneo e sul Mar Nero. La storia insegna che l’aspetto economico risulta spesso fondamentale nella caduta di un regime e questo Erdogan lo sa molto bene.

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