L’evento che forgiò la generazione di combattenti che diede vita ad Al Qaeda fu l’invasione sovietica dell’Afghanistan. Nel Natale del 1979 le truppe dell’Armata Rossa entrarono nel Paese con l’obiettivo di sostituire il feroce presidente Hafizullah Amin con qualcuno più controllabile da Mosca, ma anche per fermare la crescente rivolta dei mujaheddin scoppiata dopo la Rivoluzione di Saur. La mossa del Cremlino fu un’occasione d’oro per gli Stati Uniti. Più di qualche funzionario dell’amministrazione Carter era convinto che l’Afganistan sarebbe diventato il Vietnam di Mosca. Per questo Washington decise di finanziare i combattenti anti-sovietici, con effetti che si sarebbero rivelati disastrosi.
A loro si unì anche l’Arabia Saudita. Il connettore di questo flusso di denaro verso i mujaheddin fu il Direttore Generale dell’Intelligence saudita Turki bin Faysal Al Sa’ud che attraverso il potente servizio segreto del Pakistan, l’Isi (Inter-Services Intelligence), rifornì di soldi e armamenti i combattenti. Lo choc per l’intervento di un Paese che si definiva ateo contro uno fieramente musulmano diede il via a un fenomeno che noi oggi conosciamo bene: quello dei foreign fighter. Tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta i combattenti ribelli, i mujaheddin, diventarono una sorta di figura mitica, spinti anche grazie a una certa propaganda che convinse molti giovani ad unirsi a loro.
La costruzione del mito dei combattenti afghani si deve a un palestinese, Abdallah Azzam. Lasciata la Terra Santa nel 1967, vagabondò tra Giordania ed Egitto, dove conobbe Omar And ar-Rahman, noto come lo sceicco cieco e famoso per aver progettato diversi attentati a luoghi simbolo di New York e per aver militato nel gruppo terroristico egiziano al-Gama’at al-Islamiyya. Successivamente Azzam approdò a Jedda, in Arabia Saudita, dove venne incaricato di dirigere le preghiere nella moschea universitaria. Fu in questa sede che la predicazione radicale di Azzam fece breccia. Tra i tanti che lo ascoltavano c’era anche Osama Bin Laden.
La città divenne quindi uno snodo e un centro di raccolta fondi e di reclutamento per andare a combattere il jihad afghano. Un fenomeno spinto anche da Riad che mise a disposizione voli scontati per raggiungere il Pakistan, che ormai era diventato la porta per l’Afghanistan. Il fervente attivissimo di Azzan, unito ai soldi di Bin Laden (e alla sua capacità di raccogliere fondi), vennero condensanti nella creazione di un organo per gestire quelli che sarebbero poi stati chiamati “gli afghani d’Arabia”, l’Ufficio Servizi (Maktab al-Khidamat). Si trattava di una struttura pagata totalmente da Bin Laden che forniva ogni tipo di appoggio ai foreign fighter che arrivavano in Pakistan per andare a combattere i sovietici.
Poco dopo la metà del conflitto, nel 1986, Bin Laden portò la famiglia a vivere a Peshawar salvo poi spostarsi di continuo oltre il confine, in particolare lavorando all’allargamento delle grotte intorno a Tora Bora. Nello stesso periodò finanziò il primo campo di addestramento per arabi: fu l’inizio di quello che poi sarebbe diventato uno degli strumenti chiave di Al Qaeda. L’anno successivo fu la volta della battaglia del Leone. Ai fini della guerra lo scontro si presentò come una scaramuccia tra pochi ma per gli “afghani d’Arabia” rappresentò il segno che i mujaheddin avevano sconfitto la superpotenza.
Incontro tra Bin Laden e Al Zawahiri
Negli stessi anni era arrivato in Pakistan anche Ayman al-Zawahiri. Non esiste un documento scritto che dimostri il momento in cui Bin Laden e Zawahiri si conobbero. Secondo il legale del medico egiziano, Montasser el-Zayat, i due entrarono in contatto a Jedda. Negli anni precedenti al-Zawahiri era stato uno degli animatori dell’estremismo religioso in Egitto. Nel 1979 era entrato nel gruppo radicale al-Jihad (che avrebbe poi controllato fino alla fusione con al-Qaeda) e successivamente era finito in prigione, con centinaia di fondamentalisti, nell’ambito delle indagini sull’omicidio del Presidente egiziano Anwar al-Sedat, avvenuto nel 1981. Più di qualcuno ha sostenuto che in un certo senso l’11 settembre sia nato dalle torture nelle carceri egiziane dei primi anni ’80.
Prima della prigionia al-Zawahiri aveva compiuto dei viaggi in Pakistan e qualche sortita in Afghanistan. Dopo il periodo di lavoro in una clinica della città di Jedda aveva deciso di ritornare in quei luoghi. Per tutti coloro che desideravano unirsi al jihad afgano il percorso da seguire era quello che passava per Bin Laden e l’Ufficio Servizi. Con il trasferimento a ridosso dell’Afghanistan, al-Zawahiri portò con sé quello che rimaneva del suo movimento, al-Jihad. In Pakistan Zawahiri lavorava presso un ospedale della Mezzaluna rossa a Peshawar. La struttura, finanziata dal Kuwait, era diventata anche luogo di propaganda e il magnate del terrore lo usava per tenere delle conferenze. In quella sede i legami tra i due si intensificarono e ognuno trasse dall’altro importanti utilità.
Al-Zawahiri era in cerca di denaro e contatti per la sua organizzazione, aveva uno scarso interesse per la vicenda afghana se non per l’utilità che ne poteva derivare per un’eventuale azione rivoluzionaria in Egitto. Contestualmente il medico egiziano iniziò un percorso lacerante: lasciare il gruppo da lui fondato e lanciarsi in una nuova impresa, oppure continuare a sognare la rivoluzione islamica anche in Egitto. Per il momento però la scelta fu quella di circondare Bin Laden di uomini preparati e legati ad al-Jihad. Due fra questi furono Abu Ubayda e Abu Hafs, che costituirono il nucleo di partenza della forza egiziana dentro quella che poi sarebbe diventata al-Qaeda. Bin Laden era un idealista che cercava un orientamento. Fino al suo incontro con al-Zawahiri non aveva mai formalizzato un pensiero critico verso questo o quel regime arabo o l’America (in questo senso è emblematica la testimonianza di alcune autorità dei servizi sauditi che raccontarono come lo stesso Bin Laden ringraziò Riad per aver creato le condizioni al supporto americano alla guerra afgana)
L’unione di Zawhairi e Bin Laden diede il via a qualcosa di nuovo: la jihad globale. Ora quel coacervo di idee radicali e islamiche, che negli anni successivi prese una forma più definita, aveva bisogno di un contenitore. E fu così che nacque Al Qaeda. L’11 agosto del 1988 (presumibilmente in Afghanistan, almeno secondo gli Stati Uniti) si tenne una prima riunione che coinvolse Bin Laden, Abdallah Azzam e diversi elementi della della jihad egiziana come Abu Hafs, Abu Ubayda, Abu Hajer, Sayyid Imam (noto come dottor Fadl) e Wael Julaydan, quest’ultimi conosciuti da al-Zawahiri nell’ospedale di Peshawar). Non è chiaro se alla riunione prese parte anche al-Zawahiri, ma la presenza di elementi egiziani gli garantiva di portare il nuovo gruppo in un’orbita a lui favorevole.
Le carte del processo a Enaam Arnaout
Il meeting durò fino al 20 di agosto e si concluse con un voto di approvazione. Il significato letterale del termine Al Qaeda è “la base”. L’origine del nome è incerta. Elementi vicini a Bin Laden hanno detto di essersi semplicemente ispirati al fatto che chiamavano i campi di addestramento “basi”. Ma un’altra corrente di pensiero la fa riferire agli egiziani e a Sayyid Qutb, l’ideologo egiziano giustiziato nel 1966 tra i fondatori della Fratellanza musulmana. Qutb, che può essere considerato uno dei precursori del fondamentalismo islamico, parlò di un’”avanguardia di pionieri”, un reparto avanzato che Azzam apostrofò così: “Quest’avanguardia costituisce la solida base”, qaeda, “della società che vogliamo”.
Nel frattempo la guerra stava cambiando. Qualche mese dopo la riunione fondativa, il 15 febbraio 1989, l’Unione sovietica si ritirò definitivamente dall’Afghanistan, lasciando però il suo appoggio al governo socialista di Mohammad Najibullah Ahmadzai. La guerra però non finì. I mujaheddin continuarono la loro campagna contro Kabul anche se il supporto di Mosca permise a Najibullah di rimanere al potere. In questo senso fu fondamentale la vittoria a Jalalabad che fu un duro colpo per la galassia anti-socialista, ma soprattutto per Al Qaeda al primo vero test sul campo. Dopo quella sconfitta il comitato direttivo creato per consigliare Bin Laden lavorò molto per migliorare l’addestramento delle milizie, in particolare nel campo di Faruq, vicino a Khost, in Afghanistan. Nel frattempo il paese era nel caos e per questo Bin Laden decise di fare ritorno in patria, per capire con chi valesse la pena schierarsi nel conflitto. Nel frattempo Al Qaeda si era data una serie di regole e burocratizzandosi aveva creato una struttura gerarchizzata, quasi come un‘azienda con stipendi, ferie e eventuali buonuscite.
Dall’Arabia all’Afghanistan passando per il Sudan
Così nell’autunno del 1989 Bin Laden rientrò in Arabia Saudita. Lì, in pieno disaccordo coi servizi sauditi, iniziò una personale campagna nello Yemen. Finanziò i gruppi radicali in lotta con il neonato governo unificato di stampo socialista e fu un banco di prova per i reduci afgani di origine yemenita. Non solo. Fu l’occasione di mettere alla prova la brigata di Al Qaeda. Questa incursione mandò su tutte le furie il governo di Riad che lo richiamò all’ordine imponendo di smetterla di influire sulla politica del Paese vicino. A stretto giro arrivò però un altro evento che spinse Bin Laden verso l’anti-americanismo: la guerra del Golfo. Ad alimentare l’odio verso Washington non fu tanto l’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq, ma il dispiegamento delle truppe americane in Arabia Saudita.
La rapida fine del conflitto non lenì Bin Laden, che anzi nel marzo del 1992 si rimise in viaggio tornando in Pakistan. Lì fece di nuovo ritorno in Afghanistan dove nel frattempo il governo socialista era ancora in piedi ma prossimo alla caduta. In quel contesto si fronteggiavano due contendenti: Ahmed Ahah Massud e Gulbuddin Hekmatyar. Bin Laden si mostrò propenso ad appoggiare il primo mentre l’Arabia vedeva di buon occhio il secondo per la sua ostilità all’Iran. In questo contesto non solo Bin Laden tagliò i legami con i servizi segreti sauditi, ma l’Afghanistan sprofondò in una guerra civile dove i vari gruppi di Mujaheddin finirono per farsi la guerra tra loro. Lo scoppio del conflitto sancì anche la fine della jihad afghana. A questo fece seguito una diaspora dei combattenti.
Si stima che all’epoca almeno 15-2 mila cittadini arabi erano andati a combattere nel marasma afgano. Molti di questi erano persone non grate in patria. Alcuni decisero di andare a combattere in altri scenari, Bosnia, Cecenia o Kashmir, mentre altri avevano bisogno di una nuova casa. Una necessità che coinvolgeva anche Bin Laden. A concedere asilo fu il Sudan. Così nel 1992 il capo di Al Qaeda arrivò a Khartum. Qui, oltre ad avviare diverse attività con la complicità del governo islamico di Omar Hasan Ahmad al-Bashir, portò avanti il processo di trasformazione di Al Qaeda.
In nero i campi principali, in rosso le strutture secondarie
La permanenza sudanese fu un punto di svolta notevole per Bin Laden sul piano personale e per la sua creatura. In quel periodo il comitato che si occupava delle fatwe venne affidato a Abu Hajer che ebbe un ruolo chiave nel trasformare Al Qaeda da milizia pensata per correre in soccorso dei paesi musulmani minacciati, a organizzazione terroristica che aveva come unico obiettivo distruggere l’America. Su questo piano la svolta venne segnata il 29 dicembre del 1992 quando una bomba esplose nella città yemenita di Aden. Formalmente quell’attacco fu il primo dell’organizzazione e mirava a colpire le truppe americane che si preparavano ad andare in Somalia. Ben presto però l’idillio sudanese finì.
L’attacco in Yemen e rivendicazione dell’abbattimento dell’elicottero americano in Somalia, senza contare l’appoggio alla sanguina guerra civile in Algeria, portarono Riad a rompere con il figlio pestifero. L’Arabia revocò quindi il passaporto a Bin Laden e costrinse la sua famiglia a tagliare tutti i fondi. Nel frattempo nel 1995 al-Jihad, l’organizzazione di al-Zawhairi tentò inutilmente di assassinare il presidente egiziano Hosni Mubarak, e questo accese un faro sul Sudan. A quel punto la comunità internazionale impose delle sanzioni contro il Paese, considerato uno sponsor contro il terrorismo. L’economia era fiacca e il governo si convinse a persuadere Bin Laden ad andarsene. Fu così che il 18 maggio 1996 la famiglia di Osama Bin Laden rientrò in Afghanistan. Secondo le testimonianze dei servizi d’intelligence sudanese portò con se circa 300 combattenti.
Il legame con i talebani
Bin Laden trovò un Paese ancora in guerra con una capitale ancora sotto assedio, questa volta però da parte di un nuovo gruppo, i talebani. Una formazione nata tra orfani e studenti delle madrasse (le scuole islamiche) guidata dal Mullah Omar e pesantemente finanziata dall’Isi, il servizio segreto pakistano. Ma in quel contesto Al Qaeda e Bin Laden raggiunsero forse il punto più basso della loro storia. Avevano perso molti uomini fidati ed erano senza fondi. Ma paradossalmente fu qui che A l Qaeda prese il largo, con un mix di teologia spiccia e invettive comunicative. Nell’agosto del 1996 Bin Laden lanciò la sua dichiarazione di guerra contro l’America. L’anno dopo fu la volta dell’intervista della Cnn e così il ruolo di Bin Laden diventò anche mediatico.
Nel frattempo il rapporto con il Mullah Omar si era consolidato in un ottica di mutua utilità e erano arrivati anche nuovi fondi dal Pakistan. L’Isi aveva persuaso il Mullah a riconsegnare i campi di addestramento ad Al Qaeda perché venissero addestrati combattenti da spedire in Kashmir. In questo modo i soldi pakistani costituirono un’entrata non da poco per un movimento alla perenne ricerca di fondi. Nel frattempo il comando militare del gruppo era passato da Abu Ubayda a Abu Hafs. Mentre verso le fine del 1996 anche Al Zawahiri tornò in Afghanistan e due anni dopo, a causa di una serie di spaccature interne il suo gruppo, al-Jihad, si fuse con Al Qaeda. In questo contesto un nuova fatwa contro l’America rilanciò una sorta di fronte comune di mujaheddin contro la superpotenza, richiamando nuovi combattenti alla causa.
Dalla nascita, però, non era successo molto. In dieci anni di vita l’organizzazione non aveva prodotto praticamente niente, a parte la bomba ad Aden nel ’92. Bin Laden era noto ai sevizi americani, ma Al Qaeda era stata volutamente tenuta segreta. Mai davvero pubblicizzata. Migliaia di giovani erano stati addestrati nei suoi campi tra Afghanistan e Sudan ed erano poi andati a combattere altrove. Li si poteva chiamare “affiliati” ma nessuno di loro era un membro dell’organizzazione. Tuttavia, nell’estate del 1998, intotno al decimo anniversario dalla nascita, l’organizzazione si svelò al mondo.