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Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha rivelato domenica mattina di voler designare la Fratellanza Musulmana come “organizzazione terroristica straniera. “Sarà fatto nei termini più forti e potenti”, ha dichiarato Trump in un’intervista esclusiva al giornale conservatore Just the News. “I documenti finali sono in corso di redazione”. La mossa, secondo fonti vicine alla Casa Bianca, è in fase di elaborazione da settimane e segna un ritorno alle priorità della prima amministrazione Trump, che già dal 2017 aveva esaminato l’ipotesi di classificare i Fratelli Musulmani come entità terroristica.

Anche il Texas contro la Fratellanza Musulmana

La decisione di Trump si inserisce in un contesto più ampio di azioni dei repubblicani contro presunte minacce terroristiche. La scorsa settimana, il governatore Gop del Texas, Greg Abbott, ha emesso un ordine che designa i Fratelli Musulmani e il Council on American-Islamic Relations (CAIR) come “organizzazioni terroristiche straniere e organizzazioni criminali transnazionali”. Secondo Politico, “CAIR afferma che quel proclama, che impedisce ai suoi membri di acquistare terreni in Texas, viola i diritti costituzionali di proprietà e libertà di espressione dei suoi membri”.

L’amministrazione Trump non ha ancora fornito dettagli sulle tempistiche dell’esecutivo presidenziale, ma fonti indicano che potrebbe essere firmato entro fine anno. La designazione come organizzazione terroristica straniera imporrebbe restrizioni severe sui finanziamenti, i viaggi e le attività del gruppo negli Stati Uniti, potenzialmente influenzando positivamente anche le relazioni con alleati nella regione come l’Egitto e gli Emirati Arabi Uniti, che da anni combattono contro le ramificazioni dei Fratelli Musulmani nella regione.

Chi gradirà meno la mossa di Trump contro l’organizzazione islamista sono senza dubbio Qatar e Turchia. Doha, infatti, storicamente, sin dagli anni Cinquanta e Sessanta, ha accolto esuli egiziani e siriani della Fratellanza, fornendo rifugio e finanziamenti all’organizzazione. Oggi l’emirato funge da ruolo di mediatore dopo che, tra il 2017 e il 2021, Arabia Saudita, Emirati, Bahrein ed Egitto hanno imposto un embargo a Doha proprio per i suoi legami con la Fratellanza. Per quanto concerne invece la Turchia, i Fratelli Musulmani rappresentano un alleato ideologico e politico del Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP) guidato dal presidente Recep Tayyip Erdoğan. Per quanto concerne Hamas, l’organizzazione palestinese è considerata a tutti gli effetti ramo diretto della Fratellanza Musulmana nella striscia di Gaza.

Che cos’è la Fratellanza Musulmana

Come spiega il professor Massimo Campanini nel suo Storia del Medio Oriente contemporaneo (2014, il Mulino), la Fratellanza Musulmana venne fondata in Egitto nel 1928 da un giovane insegnante elementare, Hasan al-Bannā. “Dapprima limitata a cellule operanti sul canale di Suez, ma presto trasferitasi al Cairo, la Fratellanza allargò la sua rete di adepti con sorprendente velocità. Alla fine degli anni Trenta i suoi affiliati contavano nell’ordine dei 500.000 e crebbero ancora esponenzialmente negli anni successivi”.

Dal punto di vista ideologico, osserva Campanini, “i Fratelli Musulmani si legavano soprattutto alla tradizione salafita di Rashīd Ridà: ritorno alle fonti, il Corano e la sunna del Profeta; enfasi sul valore sociale e politico dell’Islam, che non è solo una religione, ma uno stile di vita che coinvolge anche la sfera pubblica”. Dunque, la quintessenza dell’Islam Politico, in cui il Corano diventa, a tutti gli effetti, la Costituzione. Per la Fratellanza, “partire dalla Legge rivelata è indispensabile per costruire un sistema politico autenticamente giusto ed equilibrato”.

Oggi la Fratellanza Musulmana è stata messa al bando in molti Paesi. Lo scorso aprile, come riportato da Andrea Muratore su InsideOver, in Giordania il ministro degli Interni Mazin Fraya ha annunciato il bando delle attività del Fronte d’azione islamico, espressione politica della Fratellanza nel Paese arabo e vincitore del maggior numero di seggi nelle elezioni di settembre 2024, caratterizzate da un condizionamento notevole del fattore Gaza nell’attenzione della popolazione.

Tra i tra i principali Paesi che hanno messo al bando l’organizzazione islamista figurano Egitto (dal 2013), Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti (dal 2014), Bahrein (2015), Russia (2003/2015), Siria (dal 1963, benché con al-Sahraa la situazione potrebbe cambiare), Giordania (totale nel 2025), Libia (2019), Austria (2021) e Kenya (2025), oltre a nazioni dell’Asia Centrale come Tagikistan e Uzbekistan.

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