Il leader dell’Isis, Abu Bakr al Baghdadi, è morto, intrappolato in un tunnel senza uscita dove si è fatto esplodere assieme ai suoi tre figli per evitare di essere catturato dalla Delta Force. Questo è il sunto della versione ufficiale fornita in conferenza stampa dal presidente statunitense Donald Trump che ha tenuto a sottolineare come al Baghdadi sia morto come un codardo, scappando e frignando.

Sempre secondo la ricostruzione fornita da Washington, al Baghdadi sarebbe stato individuato nel villaggio di Barisha, nella zona di Idlib, a poca distanza dal confine turco. I russi avrebbero aperto lo spazio aereo sopra la Siria alle unità speciali statunitense nonostante Mosca non fosse al corrente dell’obiettivo, come dichiarato da Trump. Il corpo di al Baghdadi è risultato irriconoscibile a causa della detonazione, ma gli uomini della Delta Force hanno potuto confermarne l’identità tramite test del Dna.

Le reazioni di Mosca

La versione di Trump non è però stata inizialmente confermata da Mosca che ha fatto sapere di non aver registrato alcuna operazione militare nella zona di Idlib e di non aver mai aperto lo spazio aereo a truppe statunitensi, come riportato da Russia Today. Il ministero della Difesa russo ha riferito che “…ci sono domande e dubbi legittimi sull’operazione militare statunitense e sulla sua riuscita…Non siamo a conoscenza di alcuna presunta assistenza al passaggio dell’aeronautica americana nello spazio aereo della zona di de-escalation di Idlib durante questa operazione”. Il generale Konashenkov ha poi affermato che la morte del leader del gruppo terroristico dello Stato islamico non ha nessun valore operativo sul teatro di guerra in Siria.

A sorpresa poi è arrivata la dichiarazione del portavoce del Cremlino, Dimitri Peskov che ha parlato di “importante contributo da parte degli Usa nella lotta al terrorismo” aggiungendo che “i militari russi nell’area hanno visto personalmente aerei e droni statunitensi sorvolare la zona”.

Insomma, gli Usa dicono una cosa e la Russia smentisce e chiede le prove, poi però subentra il portavoce del Cremlino che si congratula con Washington e contraddice quanto precedentemente affermato dal ministero della Difesa russo, indicando che le attività statunitensi erano state viste da militari russi sul posto.

Al Cremlino sembra regnare un po’ di confusione. Forse i russi sono stati presi alla sprovvista? Forse il Gru non ha gradito il blitz statunitense segretamente autorizzato da Mosca? O forse è solo caos interno. Difficile dirlo.

La versione ruota comunque più che altro intorno al “non ne sappiamo nulla.. attendiamo prove, ma se fosse vero, meglio così” e il tutto accompagnato da un senso di irrilevanza del fatto, forse perchè effettivamente al Baghdadi non contava più nulla, o forse perché il leader dell’Isis era già stato dato per morto altre volte.

Ci sono poi alcuni punti messi in evidenza da siti e quotidiani russi sui quali riflettere, inclusi elementi che ricordano un caso già visto, quello dell’uccisione di Osama Bin Laden nel maggio del 2011; cos’ha in comune con la morte di al Baghdadi? In primis le tempistiche, visto che entrambi i fatti sono avvenuti a circa un anno dalle elezioni presidenziali. La morte di un leader terrorista è sempre utile al presidente uscente che intende ricandidarsi. C’è poi il ruolo del “messaggero“: in entrambi i casi infatti si è parlato di un messaggero, individuato, che ha portato al nascondiglio del leader terrorista di turno.

Alcuni analisti russi si chiedono poi cosa ci facesse Abu Bakr al Baghdadi in una zona come quella di Idlib, che risulta sotto il controllo del gruppo qaedista Hayyat Tahrir al-Sham, decisamente non un alleato dell’Isis. Una zona dove tra l’altro l’ex leader dell’Isis non aveva contatti o alleanze affidabili con le tribù della zona, fattore che lo avrebbe esposto a potenziali tradimenti e non si può escludere che sia andata proprio così. Magari al Baghdadi è stato venduto proprio da qualcuno del posto, sempre che sia realmente suo il cadavere e su questo si attendono le prove, ammesso e concesso che verranno fornite, a differenza di come andò con Bin Laden, il cui corpo venne gettato a mare secondo un presunto “rito islamico” mai comprovato in dottrina.

Alcune possibili dinamiche

Una cosa è certa, al Baghdadi sarebbe risultato maggiormente al sicuro nel suo nativo Iraq, dove aveva contatti e conosceva il territorio. Perché dunque recarsi nella zona di Idlib? Strozzata tra la morsa russa e la presenza militare della Coalizione? È possibile che il suo intento fosse quello di raggiungere la Turchia? E’ un’ipotesi e neanche troppo inverosimile; del resto molti jihadisti dell’Isis hanno trovato rifugio in territorio turco (con tanto di cure ricevute negli ospedali). A sostegno di tale ipotesi risulta interessante l’intervento su Facebook di Karim Franceschi, il volontario italiano che ha combattuto nelle file dei curdi: “Non è stata la Cia americana a trovarlo, ma i Mit turchi che dalla caduta di Mosul hanno sempre saputo dove si trovasse. Ciò ha permesso a Recep Tayyip Erdogan di utilizzarlo al momento più opportuno come moneta di scambio per il ritiro americano dal Nord della Siria. Dopo la caduta di Mosul, Baghdadi, con l’aiuto dei servizi segreti turchi, ha ottenuto un salvacondotto che lo ha visto attraversare il territorio turco per poi rientrare in Siria, messo al sicuro nel cuore dei territori occupati dai ribelli siriani pro Turchia. La regione di Idlib è sotto il controllo di Hayat Tahrir al Sham, ovvero una coalizione di gruppi jihadisti guidata da Al Nusra, originariamente una costola dell’Isis. Senza l’aiuto dell’Intelligence turca sarebbe stato impossibile per Al Baghdadi, uno dei volti più riconoscibili del Medio Oriente, se non del mondo, arrivare ad Idlib da Mosul”.

È possibile dunque che al Baghdadi si sia fidato di quei turchi che hanno poi deciso di venderlo? È un’ipotesi ed anche valida quella di Franceschi. Una cosa è certa, l’ex leader dell’Isis era diventato scomodo per tutti e la sua “scomparsa” utile per molti, in primis per Trump che ha così un elemento in più per sostenere il ritiro dei militari statunitensi dalla Siria, oltre che per passare alla storia come il presidente che ha eliminato al Baghdadi, elemento certamente utile per le prossime elezioni presidenziali. Ankara dal canto suo potrebbe aver venduto al Baghdadi in cambio della rimozione delle sanzioni e di una limitata campagna militare nelle zone curde a ridosso del confine.

Non si può poi escludere anche un possibile tradimento da parte della leadership di Hayyat Tahrir al-Sham che potrebbe aver inizialmente garantito protezione al leader dell’Isis, in cambio di denaro, per poi rivenderlo a prezzo maggiore al miglior offerente. Ovviamente sono tutte ipotesi e come già detto, la verità dei fatti difficilmente verrà resa nota.

C’è poi la Russia che in tutto ciò appare come la grande osservatrice; Mosca dice di non saperne nulla, ma in realtà nulla in Siria si muove senza che il Cremlino ne sia a conoscenza e dia autorizzazione a procedere, è dunque improbabile che il blitz sia avvenuto senza che i russi ne fossero al corrente. Del resto è impensabile che Mosca apra lo spazio aereo a unità speciali statunitensi “sulla fiducia”.

La fase post al Baghdadi

Adesso si apre la fase post al Baghdadi e le incognite sono molte, a partire da come reagirà l’Isis alla morte del suo leader. Il suo successore è già pronto, ex ufficiale dell’esercito iracheno nell’era di Saddam Hussein, tale Abdullah Qardash, alias “Hajji Abdullah al-Afari”.

Si prospetta una nuova spirale di violenza? L’Isis è ancora sufficientemente in forze da poter colpire? Se sì, quali saranno le zone maggiormente d’interesse? Il trionfalismo di Trump rischia di versare benzina sul fuoco?

Intanto bisogna tener presente che l’Isis non è e non è mai stata un’organizzazione terroristica con struttura tradizionale, ma piuttosto un entità ibrida che unisce una pseudo-struttura aperta a musulmani e a convertiti di qualsiasi etnia e provenienza con un’operatività in stile “franchising”. In poche parole, chiunque può alzarsi una mattina, mettere in atto una carneficina e poi rivendicarla in nome dell’Isis, senza bisogno di passare per arruolamenti e addestramenti in campi sperduti dell’Afghanistan.

Dunque potenzialmente sì, l’Isis ha ancora la capacità di colpire, certamente con mezzi e modalità che differiscono in base al contesto di riferimento. Nella black belt africana il gruppo jihadista troverà sicuramente condizioni più favorevoli per mettere in atto attacchi strutturati di un certo peso, ben diversi da aggressioni con coltelli o con autoveicolo in corsa, come già avvenuto in Europa, senza escludere nulla ovviamente. Nei territori siriani ed iracheni sono ancora possibili attentati più “tradizionali” con veicoli imbottiti di esplosivo e raid con armi da fuoco. Particolare attenzione va però data alla già citata Black Belt africana che va dalla Mauritania alla Somalia nonché alla Libia, tutte aree dove la presenza jihadista risulta intensificata.

La lotta all’Isis non si conclude certo con la morte di al Baghdadi e questo lo ha detto anche Trump. La “decapitazione” di un’organizzazione terroristica è fondamentale ma va implementata nei confronti di tutta la leadership mentre nel contempo si attuano ulteriori misure, a partire dagli interventi mirati nei confronti dei canali di finanziamento, vero punto debole di un’organizzazione terroristica, nonchè alle sue infrastrutture. Se poi si riesce a sfruttare ed esasperare eventuali frizioni interne onde generare una frammentazione che ne disgreghi la struttura da dentro, ancor meglio. Insomma, ci sarà ancora parecchio da fare per sconfiggere l’Isis, sia strutturalmente che ideologicamente.