La notizia della morte del “califfo” Abu Bakr Al Baghdadi nel governatorato di Idlib, in Siria, potrebbe scuotere la galassia jihadista nella sponda sud del Mediterraneo.

Dal Marocco all’Egitto, passando per l’Algeria, la Tunisia e soprattutto per la Libia, lo Stato islamico ha esercitato un’influenza rilevante in Nord Africa, dove era in competizione con Al Qaeda. All’apice del suo potere nel 2015, lo Stato islamico poteva contare su circa 3.000-4.000 combattenti e un controllo di circa 200 chilometri di costa in Libia, doveva instaurato una propria roccaforte a Sirte, la città che diede i natali al colonnello Muammar Gheddafi. Secondo i funzionari del Pentagono, ora in Libia dovrebbero essere operativi almeno 100 combattenti delle “bandiere nere” dopo gli ultimi raid aerei compiuti dagli Stati Uniti dopo circa un anno di stop. Africom, infatti, ha condotto domenica 29 settembre un quarto attacco aereo consecutivo nel sud-ovest della Libia, uccidendo sette terroristi e portando il bilancio a 43 militanti uccisi in dieci giorni. Numero decisamente più bassi rispetto al giugno del 2018, quando un rapporto del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite stimava tra i 3.000 e i 4.000 combattenti ancora attivi nel Paese. Nell’ultimo aggiornamento di agosto, l’Onu ha registrato solo “poche centinaia” di combattenti fedeli al califfo, ma al tempo stesso ha rilevato una crescente attività del gruppo jihadista dopo l’avvio dell’offensiva del generale Khalifa Haftar lo scorso 4 aprile.

Secondo Stehpanie Williams, vice capo per gli affari politici della Missione di assistenza delle Nazioni Unite in Libia (Unsmil), le ripetute violazioni dell’embargo sulle armi Onu in Libia hanno permesso ai terroristi dello Stato islamico di armarsi e di usare il Paese nordafricano come base di addestramento per compiere attentati all’estero. “Abbiamo visto che gli equipaggiamenti militari contrabbandati nel Paese sono già nelle mani dei radicali che usano la Libia per addestrarsi a compiere attentati all’estero”, ha detto la numero due della missione Onu parlando ad un seminario della missione Eunavfor Med a Roma. La presenza di terroristi armati in Libia grazie alle violazioni dell’embargo Onu “dovrebbe essere una linea rossa”, ha spiegato la diplomatica Usa.

Le Nazioni Unite stimano che lo Stato islamico in Libia disponga ancora di “sostanziali risorse finanziarie” dopo il sequestro di 50 milioni di dinari libici (circa 30 milioni di euro secondo il cambio ufficiale di oggi) a Sirte. Secondo quanto riferito dall’Onu, il gruppo sta investendo alcune delle sue risorse in piccole e medie imprese e in attività di trasferimento di denaro nelle città costiere, tra cui Tripoli, Misurata e Khums. Le fonti di reddito del gruppo spaziano dal contrabbando di reperti archeologici trafugati, al racket, ai rapimenti fino al traffico di esseri umani. Almeno un milione di euro, inoltre, sarebbe stato pagato come riscatto per la liberazione di alcuni lavoratori appartenenti a una compagnia petrolifera turca nella Libia meridionale.

Oded Berkowitz, direttore regionale dell’intelligence presso la società di consulenza di sicurezza israeliana Max Security, ha spiegato a InsideOver che la morte del “califfo” avrà un impatto “indiretto” in Algeria, Tunisia, Libia ed Egitto: “L’Is, a differenza di Al Qaeda, è molto più centralizzato, ma le circostanze hanno spinto le ‘wilaya’ (le ‘province’ del califfato) più distanti a operare in modo indipendente. L’ideologia, gli obiettivi e gli ordini generali (ad esempio quando intraprendere una ‘campagna di vendetta’) provengono dal comando centrale, ma spetta alle wilaya interpretarle nel modo più opportuno rispetto al contesto in cui operano”. In altre parole, le province dello Stato islamico in Nord Africa già da tempo si erano “staccate” dalle capitali in Siria (Raqqa prima, Baghuz poi) e in Iraq (Mosul), operando in piena autosufficienza in termini di risorse e manodopera. Resta da vedere ora “quanti sostenitori perderà (o guadagnerà)” lo Stato islamico dopo la morte di Baghdadi e “quale sarà la nuova direzione ideologica, che influenzerà la direzione del flusso di nuove reclute e forse anche la sua strategia”, ha aggiunto Berkowitz.

Dario Cristiani, IAI/GMF Fellow al German Marshall Fund di Washington D.C., ha dichiarato a InsideOver che la morte di un leader non significa la fine strutturale di un’organizzazione. Lo Stato islamico potrebbe seguire la stessa parabola di Al Qaeda dopo l’uccisione di Osama Bin Laden: “La morte di un leader, sebbene significativa dal punto di vista simbolico, non significa necessariamente il suo declino strutturale e Al Qaeda, dopo un periodo di riassestamento, è tornata a crescere”.

Quanto al ruolo del califfato nei paesi dell’Africa Mediterranea, “da tempo i gruppi dello Stato islamico agivano in sostanziale indipendenza, quindi da un punto di vista tattico e immediato, dubito vi saranno cambiamenti significativi. Da un punto di vista strategico – ha aggiunto l’esperto – credo che la scelta del successore dirà di più sia sulle scelte dell’organizzazione in termini di sviluppi geografici, sia rispetto alle logiche di cooperazione con i gruppi Qaedisti.”. Un alto funzionario dell’intelligence del ministero dell’Interno iracheno ha rivelato ad Agenzia Nova che il successore di Al Baghdadi dovrebbe essere il terrorista iracheno Abdullah Qardash, noto col soprannome di Abu Omar al Turkmani. Una scelta che sarebbe stata indicata dallo stesso Baghdadi, il quale avrebbe insistito su una figura irachena come Qardash, che è originario di Tal Afar, roccaforte sunnita a ovest della città irachena settentrionale di Mosul.

Le Nazioni Unite hanno recentemente tracciato i movimenti di un gruppo ristretto di combattenti dalla Siria e dall’Iraq verso la Libia e l’Algeria attraverso il Sudan. Da parte loro, le autorità algerine hanno intercettato ed espulso circa 100 siriani che hanno tentato di entrare nel Paese dal sud dopo aver transitato in Turchia e Sudan, usando passaporti falsi e con l’aiuto da reti criminali. A cavallo di una regione considerata altamente instabile, l’Algeria spende ogni anno miliardi di dollari per proteggere una frontiera lunga ben 6.343 chilometri, la maggior parte dei quali in pieno deserto. Dopo la caduta del regime di Gheddafi in Libia, l’Algeria ha investito ingenti risorse umane e materiali nella Quarta regione militare (che confina con la Libia). Secondo stime non ufficiali, il Paese rivierasco spende circa 4 miliardi di euro all’anno per proteggere i suoi confini orientali.

In Marocco, il brutale omicidio ad opera di quattro “lupi solitari” che avevano giurato fedeltà allo Stato islamico delle due turiste scandinave Louisa Vesterager Jespersen, 28enne danese, e Maren Ueland, 24enne norvegese, decapitate nel dicembre del 2018 in una remota area di Jbal Shamharouch, nella regione di Imlil, ha ulteriormente inasprito la risposta delle forze anti-terrorismo. Oltre 20 cellule affiliate all’autoproclamato califfato sono state smantellate negli ultimi tre anni. Dalle indagini è emerso che alcune delle persone arrestate erano “foreign fighters” riusciti a rientrare a casa grazie all’aiuto dei trafficanti di esseri umani e utilizzando documenti d’identità europei falsificati. L’intreccio fra reti criminali e gruppi terroristici preoccupa ancora di più se si considera che la rotta del Mediterraneo occidentale Marocco-Spagna rappresenta la seconda principale porta d’ingresso dei migranti illegali in Europa (oltre 24 ingressi via mare da inizio anno secondo i dati dell’Oim).

L’Egitto è teatro di una lunga serie di attentati di matrice jihadista contro obiettivi militari e civili che riguardano soprattutto la parte settentrionale del Sinai. La situazione si è aggravata in particolare dopo la deposizione del presidente Mohammed Morsi nel 2013 e la seguente messa al bando del movimento dei Fratelli musulmani. Da allora, l’area del Sinai settentrionale ha assistito ad una progressiva infiltrazione di miliziani islamisti, dominati dal gruppo Ansar Beit al Maqdis, che nel novembre 2014 ha annunciato la propria affiliazione allo Stato islamico creando “Wilayat Sinai”, provincia del sedicente “califfato”. Secondo le Nazioni Unite, il gruppo che ha promesso fedeltà ad Abu Bakr al Baghdadi è confinato nelle località intorno a Rafah, Shaykh Zuwayd e Arish, un’area che copre circa il 3 per cento del Sinai. Il numero di individui affiliati al’Is è di circa 1.000, inclusi elementi non attivi nei combattimenti ma che forniscono supporto logistico. Le autorità egiziane affermano che Ansar Beit al Maqdis è un fenomeno locale senza legami operativi, organizzativi o finanziari con il nucleo centrale dello Stato islamico.