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In base al recente rapporto delle Nazioni Unite sulla minaccia costituita dallo Stato islamico, il gruppo ha potenziato le sue capacità nella regione dell’Asia meridionale. La nuova strategia terrorista compromette ulteriormente il contesto di sicurezza dell’Afghanistan, isolandolo dai pochi alleati regionali del governo talebano, con pesanti ricadute sulla popolazione già stremata.

Il nuovo vigore dell’ISKP

Ancora una volta, il gruppo jihadista si consolida e prende vigore lì dove miseria e instabilità la fanno da padrone. E un Paese dove queste scandiscono da un anno e mezzo la vita quotidiana di 40 milioni di persone è l’Afghanistan. Il gruppo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante nella provincia del Khorasan (ISKP) è presente nell’area da prima del ritorno al potere dei talebani nell’agosto 2021, e costituisce un rischio primario nel contesto sicurezza afghano. Autoproclamato leader della galassia jihadista, InsideOver ha raccontato la profonda ostilità che separa gli studenti coranici dai miliziani ISKP in seno al radicalismo islamico.

Nell’informare il Consiglio di Sicurezza sui risultati del rapporto, il sottosegretario generale dell’ufficio antiterrorismo dell’Onu Vladimir Voronkov ha sottolineato che in Paesi dove l’esecutivo si dimostra debole e incapace di produrre progresso socioeconomico e nell’ambito della sicurezza per i cittadini, il risentimento popolare alimenta l’insofferenza nei confronti dei leader e la sfiducia nelle forze internazionali. In questo modo, si accentua la vulnerabilità della popolazione e allo stesso tempo si aumenta indirettamente il rischio di radicalizzazione.

È proprio per arginare quell’incapacità e quella debolezza istituzionale ed economica che l’Emirato Islamico di Kabul ha un bisogno disperato di preservare buoni rapporti con i governi che hanno mantenuto le loro ambasciate aperte e operative in terra afghana. Ancor di più con i pochi che hanno mantenuto aperti i rapporti economici con l’Afghanistan, oltre che le ambasciate. Per quanto riguarda i primi, si tratta per lo più di Paesi limitrofi, consapevoli che è meglio avere il governo talebano amico piuttosto che nemico (il Pakistan e le repubbliche post-sovietiche dell’Asia Centrale). I secondi invece sono veri maestri di realpolitik, che vincolano i loro affari a mere garanzie di sicurezza. Così, la tragica situazione economica afghana che alimenta la fame di investimenti stranieri è stata sedata da alcuni accordi commerciali siglati con Cina e Russia che prevedono forniture di gas, petrolio e grano russo e un progetto di estrazione delle risorse petrolifere afghane da parte di una compagnia cinese.

La strategia jihadista contro i talebani

Le garanzie di sicurezza che sigillano gli accordi con i partner regionali dei talebani sono l’elemento chiave su cui puntano i miliziani dell’ISKP per minare la credibilità, e di conseguenza l’affidabilità, degli inquilini della Cittadella di Kabul. Si legge infatti nel rapporto Onu che il presunto obiettivo dei jihadisti è di “ritrarre i talebani come incapaci di garantire la sicurezza nel Paese”. La strategia scelta è quella degli attacchi alle ambasciate: quale immagine mina la fiducia in un governo più della morte di un connazionale in missione diplomatica?

L’attacco del 5 settembre scorso è il primo di questa nuova serie: un kamikaze ha cercato di farsi esplodere tra la folla radunata davanti all’ambasciata russa per ottenere un visto, ma è stato colpito prima di arrivare all’obiettivo; delle sei vittime, due erano diplomatici russi. Il 2 dicembre successivo due miliziani hanno fatto irruzione nell’ambasciata pakistana per uccidere il capo delegazione, ma sono stati neutralizzati dopo aver sparato a una sua guardia del corpo. Il caso più recente risale al 12 dicembre, quando un’esplosione all’hotel Longan nel quartiere commerciale di Kabul, frequentato da diplomatici e uomini d’affari cinesi, ha ucciso tre persone e ferite altre 18. Il rapporto del Segretariato Generale evidenzia che oltre a queste offensive di alto profilo, ISKP conduce attacchi giornalieri che prendono di mira principalmente minoranze sciite e sufi. Anche questo filone serve a minare l’autorità afghana e a sfidare il nascente apparato di sicurezza talebano.

Tutti gli attentati sono stati rivendicati pubblicamente dal gruppo Stato Islamico in Khorasan, che però non si è fermato a tanto. In una recente dichiarazione, il gruppo ha anche minacciato di colpire direttamente le ambasciate di Cina, India e della Repubblica Islamica dell’Iran in Afghanistan. Le parole dei leader talebani che nei giorni scorsi hanno rassicurato che “le istituzioni diplomatiche in Afghanistan sono sicure” negano l’evidenza dei mesi recenti, e dissimulano il timore che i governi alleati scelgano di deviare i loro investimenti in regioni più sicure. La sollecitudine con cui i leader afghani hanno accolto l’allerta dei loro “investitori” si è manifestata nel raid di martedì 14 febbraio, in cui le forze di sicurezza talebane hanno fatto irruzione in un presunto covo di jihadisti a Kabul “uccidendone diversi” secondo le autorità citate da VoaNews.

La minaccia ISKP e in particolare la nuova strategia di isolamento rappresentano un altro grande passo indietro per l’Emirato Islamico afghano, che cerca di riallacciare legami con il resto del mondo e guadagnarsi una legittimità che gli permetterebbe di ripristinare l’economia martoriata dalle sanzioni e dalla sfiducia dei mercati internazionali. I 6000 miliziani che secondo il report Onu sono stanziati nella regione orientale del Paese e nella capitale sembrano decisi a ostacolare in tutti i modi i piani talebani.

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